Lo sbarco del 6 giugno 1944 dal mito odierno alla realtà storica

di Annie Lacroix-Riz* | lafauteadiderot.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Sbarco in NormandiaGiugno 2014

Il trionfo del mito della liberazione americana dell’Europa

Nel giugno 2004, all’epoca del 60° anniversario (e primo decennale celebrato nel XXI secolo) dello sbarco alleato in Normandia, alla domanda “Quale è, secondo voi, la nazione che più ha contribuito alla disfatta della Germania”, l’Ifop [Institut français d’opinion publique, agenzia francese di indagini statistiche e di mercato, ndt] diffuse una risposta rigorosamente inversa da quella raccolta nel maggio 1945: cioè rispettivamente 58 e 20% per gli Stati uniti e 20 e 57% per l’Urss [1]. Tra la primavera e l’estate 2004 c’èra stato un martellamento sul fatto che i soldati americani avevano, dal 6 giugno 1944 al 8 maggio 1945, attraversato l’Europa “occidentale” per restituirle l’indipendenza e la libertà rubata dall’occupante tedesco e minacciata dall’avanzata dell’Armata rossa verso ovest. Sul ruolo dell’Urss, vittima di questa “tanto spettacolare [inversione di percentuali] nel tempo” [2], non ci furono domande. Il 2014 (e il 70°) promette anche di peggio nella rispettiva presentazione degli “Alleati” della Seconda guerra mondiale, con sullo sfondo le invettive contro l’annessionismo russo in Ucraina e altrove [3].

La leggenda è cresciuta con l’espansione americana sul continente europeo, pianificata da Washington sin dal 1942 e portata a compimento con l’aiuto del Vaticano, tutore delle zone cattoliche e amministratore, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, della “sfera di influenza occidentale” [4]. Condotta in compagnia e in concorrenza con la Rft (poi con la Germania riunificata), questa spinta verso est ha preso un ritmo sfrenato dalla caduta del Muro di Berlino (1989): ha polverizzato gli “obiettivi di guerra” che Mosca aveva rivendicato nel luglio 1941 e raggiunto nel 1944 (recupero del territorio al 1939-1940) e nel 1945 (acquisizione di una sfera di influenza che riprendesse il vecchio “cordone sanitario” dell’Europa centrale e orientale, vecchia via germanica di invasione della Russia) [5]. Il progetto americano avanzava così rapidamente che Armand Bérard, diplomatico a Vichy e, dopo la Liberazione, consigliere d’ambasciata a Washington (dicembre 1944) e Bonn (agosto 1949), nel febbraio 1952 predisse che: “i collaboratori del Cancelliere [Adenauer] considerano in generale che il giorno in cui l’America sarà in grado di mettere in fila una forza superiore, l’Urss si presterà ad abbandonare i territori dell’Europa centrale e orientale che attualmente domina” [6]. Le premonizioni, allora sconcertanti, della “Cassandra” Bérard, sono nel maggio-giugno 2014 superate: l’antica Urss, ridotta alla Russia dal 1991, è minacciata alla sua porta ucraina.

L’egemonia ideologica “occidentale” che accompagna questo Drang nach Osten [Spinta verso Est] è stata assecondata dal tempo trascorso dalla Seconda guerra mondiale. Prima della Débâcle, “l’opinione francese” si era fatta “ingannare dalle campagne ideologiche” che avevano trasformato l’Urss in lupo e il Reich in agnello. La grande stampa, proprietà del capitale finanziario, l’aveva persuasa che l’abbandono dell’alleato cecoslovacco avrebbe preservato una pace duratura. “Una tale annessione sarà e può essere solamente il preludio di una guerra che diventerà inevitabile e, terminati gli orrori di questa, la Francia correrà il rischio più grande di conoscere la disfatta, lo smembramento e la vassalizzazione di ciò che rimarrà del territorio nazionale come stato in apparenza indipendente”, aveva avvertito, due settimane prima di Monaco, un’altra Cassandra dell’alto Stato maggiore dell’esercito [7]. Ingannata e tradita dalle sue élite, “la Francia conobbe il destino annunciato ma i suoi operai e impiegati, subendo il 50% del taglio dei salari reali e perdendo 10-12 kg di peso tra il 1940 e il 1944, si lasciarono meno “ingannare dalle campagne ideologiche”.

Percepirono la realtà militare certo più tardi rispetto “gli ambienti bene informati “, ma, in numero crescente col passare dei mesi, seguirono sugli atlanti o le carte della stampa collaborazionista l’evoluzione del “fronte est”. Compresero che l’Urss, che richiedeva invano dal luglio 1941 l’apertura di un secondo fronte ad ovest che alleggerisse il suo martirio, portava da sola il peso della guerra. L'”entusiasmo” che suscitò in loro la notizia dello sbarco anglo-americano in nord Africa (8 novembre 1942), si era “spento” nella primavera successiva: “Oggi tutte le speranze sono rivolte alla Russia, i cui successi riempiono di gioia la popolazione tutta intera […] Ogni propaganda del partito comunista è diventata inutile […] il troppo facile confronto tra l’inspiegabile inattività degli uni e l’eroica azione degli altri preparano giorni difficili a coloro che si inquietano per il pericolo bolscevico”, affermava un rapporto dell’aprile 1943 destinato al gaullista Bcra [Bureau Central de Renseignements et d’Action, il servizio informazioni francese, ndt] [8].

Se abbindolare le generazioni che avevano conservato il ricordo del conflitto era una questione complessa, l’esercizio è oggi divenuto agevole. Alla progressiva scomparsa dei suoi testimoni e attori, si è aggiunto il cedimento del movimento operaio radicale. Il Pcf, “partito dei fucilati”, ha informato largamente e per molto tempo, ben al di là dei suoi ranghi, sulle realtà di questa guerra. Argomento che tratta meno volentieri in casa propria, sulla sua stampa, essa stessa in via di sparizione, battendo addirittura sulle colpe di un passato “stalinista” contemporaneo alla sua Resistenza. L’ideologia dominante, sbarazzatasi di un serio ostacolo, ha conquistato l’egemonia su questo come sugli altri campi. I circoli accademici non si oppongono più (addirittura associandosi) all’intossicazione scatenata sulla stampa scritta e audiovisiva o al cinema [9]. Pertanto, i preparativi e gli obiettivi del 6 giugno 1944 non sono chiariti dal film “Salvate il soldato Ryan” né dal lungo documentario “Apocalypse”.

La Pax Americana vista da Armand Bérard nel luglio 1941

E’ ben prima del “tornante” di Stalingrado (gennaio-febbraio 1943) che le élite francesi compresero le conseguenze americane della situazione militare nata dalla “resistenza […] feroce del soldato russo”. Lo testimonia il rapporto datato metà luglio 1941 che il generale Paul Doyen, presidente della delegazione francese alla Commissione tedesca di armistizio di Wiesbaden, fece redigere dal suo collaboratore diplomatico Armand Bérard [10]:

1. Il Blitzkrieg era morto. “L’andamento dalle operazioni” contraddiceva le previsioni dei “dirigenti [del] III Reich [che…] non avevano previsto una resistenza tanto feroce del soldato russo, un fanatismo tanto appassionato della popolazione, una guerriglia tanto estenuante nelle retrovie, delle perdite tanto serie, un così tanto spazio davanti all’invasore, delle difficoltà tanto considerevoli di rifornimento e di comunicazioni. Le gigantesche battaglie di carri armati e aerei, la necessità, in assenza di vagoni a scartamento adatto, di assicurare i trasporti lungo strade dissestate per parecchie centinaia di chilometri comportano, per l’esercito tedesco, un consumo di materiale e di benzina che rischiano di diminuire pericolosamente le scorte insostituibili di carburanti e di gomma. Sappiamo che lo Stato maggiore tedesco ha predisposto riserve di benzina per tre mesi. Occorre che una campagna di tre mesi gli permetta di sottomettere il comunismo sovietico, di ristabilire l’ordine in Russia sotto un regime nuovo, di porre sotto sfruttamento tutte le ricchezze naturali del paese, in particolare i giacimenti del Caucaso. Tuttavia, senza preoccuparsi di ciò che mangerà domani, il russo incendia con il lancia-fiamme i suoi raccolti, fa saltare in aria i suoi villaggi, distrugge il suo materiale rotabile, sabota le sue aziende”.

2. Il rischio di una disfatta tedesca (lungamente descritto da Bérard), costringeva i padroni della Francia a schierare un altro protettore all’imperialismo “continentale” scelto dopo la “Riconciliazione” degli anni 1920. Una tale svolta si rivelerà impossibile “nei mesi a venire”, con il passaggio ineluttabile dall’egemonia tedesca a quella americana. Perché “gli Stati uniti, gia usciti soli vincitori dalla guerra del 1918, otterranno ancor di più dal conflitto attuale. Il loro potere economico, la loro alta civiltà, il numero della loro popolazione, la loro influenza crescente su tutti i continenti, l’indebolimento degli stati europei che potevano rivaleggiare con loro fa sì che, qualunque cosa accada, il mondo dovrà, nei prossimi decenni, sottoporsi alla volontà degli Stati uniti” [11]. Bérard scorgeva dunque fin dal luglio 1941 il futuro vincitore militare sovietico – che il Vaticano identificò chiaramente poco dopo [12] -, comprendeva che andava esaurendosi la guerra di attrito tedesca, del “solo vincitore “, per “potenza economica”, che avrebbe praticato, in questa guerra come nella precedente, la “strategia periferica”.

“Strategia periferica” e Pax americana contro l’Urss

Gli Stati uniti, non avendo mai subito l’occupazione straniera, né alcuna distruzione dopo la sottomissione del Sud agricolo (schiavistico) al Nord industriale, avevano relegato il loro esercito permanente a missioni tanto spietate quanto agevoli, prima di (ed eventualmente da) l’era imperialistica: liquidazione delle popolazioni indigene, sottomissione dei vicini deboli (il”cortile” latino-americano) e repressione interna. Per l’espansione imperiale, la consegna del cantore dell’imperialismo Alfred Mahan – sviluppare illimitatamente la Marina -, si era arricchita sotto i suoi successori delle stesse prescrizioni per l’aviazione [13]. Ma la modestia delle loro forze armate terrestri ne decretava l’inadeguatezza in un conflitto europeo. Una volta acquisita la vittoria per interposto paese, fornitore della “carne da cannone” (canon fodder), le forze americane si sarebbero dispiegate più tardi, come a partire dalla primavera 1918, sul territorio da controllare: sarebbero dunque partite dalle basi aeronavali straniere, quelle in Africa settentrionale che si aggiungevano dal novembre 1942 a quelle britanniche [14].

La Triplice intesa (Francia, Inghilterra, Russia) nel 1914 aveva condiviso l’impegno militare, spostatosi alla fine, visto il ritiro russo, soprattutto sulla Francia. E questa volta se lo sarebbe assunto l’Urss da sola, questa volta in una guerra americana che, secondo lo studio segreto del dicembre 1942 del Comitato dei capi di Stato maggiore congiunti (Joint Chiefs of Staff, JCS) si dava per regola di “ignorare le considerazioni di sovranità nazionale” dei paesi stranieri. Nel 1942-1943, il JCS: 1) sul conflitto in corso (e il precedente) giunse alla conclusione che la prossima guerra avrebbe avuto come spina dorsale i bombardieri strategici americani e che, semplice “strumento della politica americana, un esercito internazionale” incaricato di compiti subalterni (terrestri) avrebbe “internazionalizzato e legittimato la potenza americana”; e 2) innalzò l’interminabile e universale elenco delle basi nel dopoguerra, colonie degli “alleati” comprese (JCS 570). Niente avrebbe reso possibile il “tollerare delle restrizioni alla nostra capacità di far sostare e operare l’aereo militare nei e sopra certi territori sotto sovranità straniera”, sentenziava il generale Henry Arnold, capo di Stato maggiore dell’Aviazione, nel novembre 1943 [15].

La “Guerra fredda” che trasforma l’Urss in “orco sovietico” [16] avrebbe disgiunto le confessioni sulla tattica che subordina l’utilizzo della “carne da cannone” degli alleati (momentanei), dagli obiettivi dei “bombardamenti strategici americani”. Nel maggio 1949, firmato il Patto atlantico (4 aprile), Clarence Cannon, presidente della commissione delle Finanze della Camera dei rappresentanti (House Committee on Appropriations), glorificò i molto costosi “bombardieri terrestri pesanti capaci di trasportare la bomba atomica, che in tre settimane avrebbero polverizzato tutti i centri militari sovietici” e si rallegrò del “contributo che possono portare i nostri alleati […] inviando i giovani necessari ad occupare il territorio nemico dopo che l’avremo demoralizzato e annientato con i nostri attacchi aerei. […] Abbiamo seguito un piano simile durante l’ultima guerra” [17].

Gli storici americani Michael Sherry e Martin Sherwin lo hanno mostrato: era l’Urss, strumento militare della vittoria, il bersaglio simultaneo delle future guerre di conquista – e non il Reich, ufficialmente designato come nemico “delle Nazioni unite” [18]. Si comprende il perché leggendo William Appleman Williams, uno dei fondatori della “scuola revisionista” (progressista) americana. La sua tesi sulle “relazioni americano-russe dal 1781 al 1947” (1952) ha dimostrato che l’imperialismo americano non sopportava alcuna limitazione della sua sfera di influenza mondiale, che la “Guerra fredda”, nata nel 1917 e non nel 1945-1947, aveva fondamenti non ideologici ma economici, e che la russofobia americana datava dall’epoca imperialista [19]. “L’intesa [russo-americana] vile e informale […] si era infranta sui diritti di passaggio delle ferrovie [russe] della Manciuria meridionale e dell’est cinese tra il 1895 e 1912”. I sovietici ebbero in più l’audacia di sfruttare da sé la loro caverna di Ali Baba, sottraendo ai capitali americani il loro immenso territorio (22 milioni di kmq). Ecco ciò che generò “la continuità, da Theodore Roosevelt e John Hay a Franklin Roosevelt passando per Wilson, Hugues e Hoover, della politica americana in Estremo oriente” [20] – ma anche in Africa e in Europa, altri campi privilegiati “di una divisione e ripartizione del mondo” [21] americana rinnovata senza sosta dal 1880-1890.

Washington pretendeva di operare questa “divisione-ripartizione” a suo esclusivo beneficio, ragione fondamentale per la quale Roosevelt mise il veto a ogni discussione in tempo di guerra con Stalin e Churchill sulla ripartizione delle “zone di influenza”. La cessazione delle ostilità gli avrebbe assicurato la vittoria militare a costi zero, visto lo stato pietoso del suo grande rivale russo, devastato dall’assalto tedesco [22]. Nel febbraio-marzo 1944, il miliardario Harriman, ambasciatore a Mosca dal 1943, faceva riferimento a due rapporti dei servizi “russi” del Dipartimento di stato (“Alcuni aspetti della politica sovietica attuale ” e “La Russia e l’Europa orientale”) per ritenere che l’Urss, “impoverita dalla guerra e a caccia della nostra assistenza economica […] una delle nostre principali leve per orientare un’azione politica compatibile ai nostri principi”, non avrebbe avuto neanche la forza di sconfinare nell’Europa dell’est, di lì a poco americana. Si sarebbe accontentata per il dopoguerra di una promessa americana di aiuti, cosa che avrebbe permesso “di evitarci la creazione di una sfera di influenza dell’Unione sovietica sull’Europa orientale e i Balcani” [23]. Previsione da cui traspare un ottimismo eccessivo, visto che l’Urss non ha mai rinunciato ad assicurarsene una.

La Pax Americana nella parte francese della zona di influenza

I piani di pace sinarchici

Questa “leva” finanziaria era, tanto all’ovest che ad est, “una delle armi più efficaci a nostra disposizione per influire sugli avvenimenti politici europei nella direzione da noi desiderata” [24].

In vista di questa Pax americana, l’alta finanza sinarchica, cuore dell’imperialismo francese particolarmente rappresentato oltremare – Lemaigre-Dubreuil, capo degli olii Lesieur (e di società petrolifere), il presidente della banca di Indocina Paul Baudouin, ultimo ministro degli Affari esteri di Reynaud e primo di Pétain, ecc. -, negoziò, più attivamente dal secondo semestre 1941, col finanziere Robert Murphy, delegato speciale di Roosevelt in nord Africa. Futuro primo consigliere del governatore militare della zona di occupazione americana in Germania e uno dei capi dei servizi informazione, dall’Office of Strategic Services (OSS) di guerra alla Central Intelligence Agency del 1947, Murphy si era installato ad Algeri nel dicembre 1940. Questo cattolico integralista preparava lo sbarco degli Stati uniti in Africa settentrionale, trampolino verso l’occupazione dell’Europa, che sarebbe cominciata dal territorio francese quando l’Urss si apprestava a superare le sue frontiere del 1940-1941 per liberare i paesi occupati [25]. Queste trattative segrete furono tenute in zona non occupata, nell'”impero”, tramite i “neutrali” filo-hitleriani Salazar e Franco, sensibili alle sirene americane, agli svizzeri e agli svedesi, e tramite il Vaticano, tanto preoccupato del 1917-1918 da assicurare una pace dolce al Reich vinto. Prolungati fino alla fine della guerra, inclusero sin dal 1942 dei piani di “ribaltamento dei fronti “, contro l’Urss, che trapelarono prima della capitolazione tedesca [26] ma non ebbero pieno effetto che dopo l’8-9 maggio 1945.

Trattando di affari economici immediati (in Africa settentrionale) e futuri (metropolitani e coloniali per il dopo-Liberazione), coi grandi sinarchici, Washington contava anche su di questi per escludere De Gaulle, ugualmente odiato delle due parti. In nessun caso perché fosse una sorta di dittatore militare insopportabile, conformemente a una duratura leggenda, al grande democratico Roosevelt. De Gaulle era sgradito solamente perché, per reazionario che fosse o fu, traeva la sua popolarità e la sua forza dalla Resistenza interna (soprattutto comunista): è a questo titolo che avrebbe intralciato il dominio totale degli Stati uniti, mentre una “Vichy senza Vichy” avrebbe offerto dei partner vilipesi dal popolo, dunque docili “perinde ac cadaver” [come cadaveri] alle disposizioni americane. Questa formula americana, alla fine destinata all’insuccesso visto il rapporto di forze generali e francesi, ebbe dunque per eroi successivi, dal 1941 al 1943, i cagoulards [terroristi di fede fascista, ndt] vichysti Weygand, Darlan poi Giraud, campioni riconosciuti della dittatura militare [27], così rappresentativi dei gusti di Washington per gli stranieri conquistati alla libertà dei suoi capitali e all’installazione delle sue basi aeronavali [28].

Spaventati dall’esito della battaglia di Stalingrado, gli stessi finanzieri francesi inviarono subito a Roma il loro devoto Emmanuel Suhard, strumento dal 1926 dei loro piani di liquidazione della Repubblica. Il cardinale-arcivescovo (di Reims) fu il Cagoule che nell’aprile 1940 aveva opportunamente liquidato il suo predecessore Verdier, chiamato a Parigi in maggio appena dopo l’invasione tedesca (del 10 maggio): i suoi mandanti e Paul Reynaud, complice dell’ imminente putsch Pétain-Laval, lo spedirono a Madrid il 15 maggio, via Franco, a imbastire le trattative di “Pace” (capitolazione) col Reich [29]. Suhard fu dunque di nuovo incaricato di preparare, in vista della Pax americana, le trattative col nuovo tutore: doveva chiedere a Pio XII di porre “a Washington”, via Myron Taylor, ex presidente dell’US Steel e dall’estate 1939 rappresentante personale di Roosevelt “vicino al papa”, la seguente domanda: “Se le truppe americane saranno costrette a penetrare in Francia, il governo di Washington si impegna a che l’occupazione americana sia totale quanto l’occupazione tedesca?”, all’esclusione di ogni altra “occupazione straniera (sovietica). Washington rispose che gli Stati uniti si sarebbero disinteressati della futura forma del governo della Francia e che si impegnavano a non lasciare che il comunismo si insediasse nel paese” [30]. La borghesia, notava un informatore del Bcra a fine luglio 1943, “non credendo più alla vittoria tedesca, conta […] sull’America per evitare il bolscevismo. Aspetta lo sbarco anglo-americano con impazienza, ogni ritardo gli appare come una sorta di tradimento”. Questo ritornello fu cantato fino alla messa in opera dell’operazione “Overlord” [31].

… contro le speranze popolari

Al “borghese francese [che aveva] sempre considerato il soldato americano o britannico come naturalmente al suo servizio nel caso di una vittoria bolscevica”, le RG [Renseignements généraux, servizio informazioni della Polizia nazionale, ndt] opponevano dal febbraio 1943 “il proletariato”, che esultava: “i timori di vedere la sua vittoria sottratta dall’alta finanza internazionale si smorzano con la caduta di Stalingrado e l’avanzata generale dei sovietici” [32]. Da questo lato, al rancore contro l’inoperosità militare degli anglosassoni contro l’Asse si aggiunse la collera provocata dalla loro guerra aerea contro i civili, quelli delle “Nazioni unite” compresi. I “bombardamenti strategici americani”, ininterrotti dal 1942, colpivano le popolazioni ma risparmiavano i Konzerne [complessi industriali] partner, IG Farben in testa come riportava a novembre “un industriale svedese molto importante e in strette relazioni con [il gigante chimico], di ritorno da un viaggio d’affari in Germania”: a Francoforte, “le fabbriche non hanno sofferto”, a Ludwigshafen “i danni sono insignificanti “, a Leverkusen “le fabbriche dell’IG Farben […] non sono state bombardate” [33].

Niente cambiò fino al 1944, quando un lungo rapporto di marzo sui “bombardamenti dell’aviazione anglo-americana e le reazioni della popolazione francese” denunciò gli effetti di questi “raid omicidi ed inefficaci”: dal 1943 l’indignazione gonfiava tanto che scuoteva la base del controllo americano imminente del territorio. Dal settembre 1943 si erano intensificati gli attacchi contro la periferia di Parigi, dove le bombe erano “gettate a caso, senza scopo preciso e senza la minima preoccupazione di risparmiare delle vite umane”. Quindi era toccato a Nantes, Strasburgo, La Bocca, Annecy, poi Tolone, che aveva “portato al colmo la collera degli operai contro gli anglosassoni”: sempre le stesse morti operaie e poco o niente gli obiettivi industriali colpiti. Le operazioni preservavano sempre l’economia di guerra tedesca, come se gli anglosassoni “temessero di vedere finire troppo rapidamente la guerra”. Così troneggiavano intatti gli altiforni la cui distruzione avrebbe paralizzato immediatamente le industrie della trasformazione, smettendo di funzionare per mancanza di materie prime”. Si diffondeva “un’opinione molto pericolosa […] in certe parti della popolazione operaia che è stata colpita duramente dai raid. Ed è che i capitalisti anglosassoni non sono dispiaciuti di eliminare dei concorrenti commerciali e, allo stesso tempo, di decimare la classe operaia, di sprofondarla in uno stato di sconforto e di miseria che dopo la guerra gli renderà più difficile portare le sue rivendicazioni sociali. Sarebbe vano nascondere che l’opinione francese si è, da qualche tempo, raffreddata considerevolmente al riguardo degli anglo-americani” che indietreggiano sempre davanti “allo sbarco promesso […]. La Francia soffre indicibilmente […] Le forze vive del paese si esauriscono a una cadenza che si accelera di giorno in giorno, e la fiducia negli alleati prende una curva discendente. […] Istruiti dalla crudele realtà dei fatti, la maggior parte degli operai ripone oramai tutte le sue speranze nella Russia, il cui esercito è, a loro avviso, l’unico che possa superare in un futuro prossimo la resistenza dei tedeschi” [34].

È dunque in un’atmosfera di rancore contro questi “alleati” tanto benevoli con il Reich, prima e dopo il 1918, che ebbe luogo il loro sbarco del 6 giugno 1944. Collera e sovietofilia popolari si mantennero, dando al PCF un’eco che inquietava l’incombente stato gollista: “lo sbarco ha tolto alla sua propaganda una parte della forza di penetrazione”, ma “il tempo abbastanza lungo impiegato dagli eserciti anglo-americani a sbarcare sul suolo francese è stato sfruttato per dimostrare che solo l’esercito russo era in grado di lottare efficacemente contro i nazisti. Le morti provocate dai bombardamenti e i dolori che suscitano servono anche da elementi favorevoli a una propaganda che pretende che i russi si battano secondo i metodi tradizionali e non se la prendano con la popolazione civile” [35].

Il deficit di simpatia registrata nella parte iniziale della sfera di influenza americana si mantenne tra la Liberazione di Parigi e la fine della guerra in Europa, come attestano i sondaggi dell’Ifop del dopo-Liberazione parigina (“dal 28 agosto al 2 settembre 1944”) e dal maggio 1945 nazionale [36]. Fu un dopoguerra, lo si è detto, all’inizio progressivamente, poi brutalmente oppressivo. E’ quindi di grande significato ricordare:

che dopo la battaglia delle Ardenne (dicembre 1944-gennaio 1945), la sola importante lanciata dagli anglosassoni contro le truppe tedesche (9.000 morti americani) [37], l’alto-comando della Wehrmacht trattò febbrilmente la resa “agli eserciti anglo-americani e il trasporto delle forze ad est”;

che, a fine marzo 1945, “26 divisioni tedesche rimanevano sul fronte occidentale”, al solo scopo di evacuare “verso ovest” dai porti del nord, “contro 170 divisioni sul fronte est” che combatterono accanitamente fino al 9 maggio (data della liberazione di Praga) [38];

che il liberatore americano che grazie alla guerra aveva raddoppiato il suo reddito nazionale, aveva perso sui fronti del Pacifico e dell’Europa 290.000 soldati dal dicembre 1941 all’agosto 1945 [39]: cioè gli effettivi sovietici morti nelle ultime settimane della caduta di Berlino, e 1% del totale delle morti sovietiche della “Grande guerra patriottica”, intorno a 30 milioni su 50.

Dal 6 giugno 1944 al 9 maggio 1945, Washington finì di mettere a posto tutto o quasi per ristabilire il cordone sanitario che i rivali imperialisti inglesi e francesi avevano costruito nel 1919 e per trasformare in bestia nera il paese più caro ai popoli d’Europa (quello francese incluso). La leggenda della “Guerra fredda” meriterebbe le stesse correzioni di quella dell’esclusiva liberazione americana dell’Europa [40].

Note

[1] Frédéric Dabi, «1938-1944 : Des accords de Munich à la libération de Paris ou l’aube des sondages d’opinion en France», février 2012, http://www.revuepolitique.fr/1938-1944-laube-des-sondages-dopinion-en-france/, chiffres extraits du tableau, p. 5. Total inférieur à 100 : 3 autres données : Angleterre; 3 pays; sans avis.

[2] Ibid., p. 4.

[3] Campagne si délirante qu’un journal électronique lié aux États-Unis a le 2 mai 2014 a prôné quelque pudeur sur l’équation CIA-démocratie http://www.huffingtonpost.fr/charles-grandjean/liberte-democratie-armes-desinformation-massive-ukraine_b_5252155.html

[4] Annie Lacroix-Riz, Le Vatican, l’Europe et le Reich 1914-1944, Paris, Armand Colin, 2010 (2e édition), passim.

[5] Lynn E. Davis, The Cold War begins […] 1941-1945, Princeton, Princeton UP, 1974; Lloyd Gardner, Spheres of influence […], 1938-1945, Chicago, Ivan R. Dee, 1993; Geoffrey Roberts, Stalin’s Wars: From World War to Cold War, 1939-1953. New Haven & London: Yale University Press, 2006, traduction chez Delga, septembre 2014.

[6] Tél. 1450-1467 de Bérard, Bonn, 18 février 1952, Europe généralités 1949-1955, 22, CED, archives du ministère des Affaires étrangères (MAE).

[7] Note État-major, anonyme, 15 septembre 1938 (modèle et papier des notes Gamelin), N 579, Service historique de l’armée de terre (SHAT).

[8] Moral de la région parisienne, note reçue le 22 avril 1943, F1a, 3743, Archives nationales (AN).

[9] Lacroix-Riz, L’histoire contemporaine toujours sous influence, Paris, Delga-Le temps des cerises, 2012.

[10] Revendication de paternité, t. 1 de ses mémoires, Un ambassadeur se souvient. Au temps du danger allemand, Paris, Plon, 1976, p. 458, vraisemblable, vu sa correspondance du MAE.

[11] Rapport 556/EM/S au général Koeltz, Wiesbaden, 16 juillet 1941, W3, 210 (Laval), AN.

[12] Les difficultés «des Allemands» nous menacent, se lamenta fin août Tardini, troisième personnage de la secrétairerie d’État du Vatican, d’une issue «telle que Staline serait appelé à organiser la paix de concert avec Churchill et Roosevelt», entretien avec Léon Bérard, lettre Bérard, Rome-Saint-Siège, 4 septembre 1941, Vichy-Europe, 551, archives du ministère des Affaires étrangères (MAE).

[13] Michael Sherry, Preparation for the next war, American Plans for postwar defense, 1941-1945, New Haven, Yale University Press, 1977, chap. 1, dont p. 39.

[14] Exemples français et scandinave (naguère fief britannique), Lacroix-Riz, «Le Maghreb: allusions et silences de la chronologie Chauvel», La Revue d’Histoire Maghrébine, Tunis, février 2007, p. 39-48; Les Protectorats d’Afrique du Nord entre la France et Washington du débarquement à l’indépendance 1942-1956, Paris, L’Harmattan, 1988, chap. 1; «L’entrée de la Scandinavie dans le Pacte atlantique (1943-1949): une indispensable “révision déchirante”», guerres mondiales et conflits contemporains (gmcc), 5 articles, 1988-1994, liste, http://www.historiographie.info/cv.html.

[15] Sherry, Preparation, p. 39-47 (citations éparses).

[16] Sarcasme de l’ambassadeur américain H. Freeman Matthews, ancien directeur du bureau des Affaires européennes, dépêche de Dampierre n° 1068, Stockholm, 23 novembre 1948, Europe Généralités 1944-1949, 43, MAE.

[17] Tél. Bonnet n° 944-1947, Washington, 10 mai 1949, Europe généralités 1944-1949, 27, MAE, voir Lacroix-Riz, «L’entrée de la Scandinavie», gmcc, n° 173, 1994, p. 150-151 (150-168).

[18] Martin Sherwin, A world destroyed. The atomic bomb and the Grand Alliance, Alfred a Knopf, New York, 1975; Sherry Michael, Preparation; The rise of American Air Power: the creation of Armageddon, New Haven, Yale University Press, 1987; In the shadow of war : the US since the 1930’s, New Haven, Yale University Press, 1995.

[19] Williams, Ph.D., American Russian Relations, 1781-1947, New York, Rinehart & Co., 1952, et The Tragedy of American Diplomacy, Dell Publishing C°, New York, 1972 (2e éd).

[20] Richard W. Van Alstyne, recension d’American Russian Relations, The Journal of Asian Studies, vol. 12, n° 3, 1953, p. 311.

[21] Lénine, L’impérialisme, stade suprême du capitalisme, Essai de vulgarisation, Paris, Le Temps des cerises, 2001 (1e édition, 1917), p. 172. Souligné dans le texte.

[22] Élément clé de l’analyse révisionniste, dont Gardner, Spheres of influence, essentiel.

[23] Tél. 861.01/2320 de Harriman, Moscou, 13 mars 1944, Foreign Relations of the United States 1944, IV, Europe, p 951 (en ligne).

[24] Ibid.

[25] Lacroix-Riz, «Politique et intérêts ultra-marins de la synarchie entre Blitzkrieg et Pax Americana, 1939-1944», in Hubert Bonin et al., Les entreprises et l’outre-mer français pendant la Seconde Guerre mondiale, Pessac, MSHA, 2010, p. 59-77; «Le Maghreb: allusions et silences de la chronologie Chauvel», La Revue d’Histoire Maghrébine, Tunis, février 2007, p. 39-48.

[26] Dont la capitulation de l’armée Kesselring d’Italie, opération Sunrise négociée en mars-avril 1945 par Allen Dulles, chef de l’OSS-Europe en poste à Berne, avec Karl Wolff, «chef de l’état-major personnel de Himmler» responsable de «l’assassinat de 300 000 juifs», qui ulcéra Moscou. Lacroix-Riz, Le Vatican, chap. 10, dont p. 562-563, et Industriels et banquiers français sous l’Occupation, Paris, Armand Colin, 2013, chap. 9.

[27] Jean-Baptiste Duroselle, L’Abîme 1939-1945, Paris, Imprimerie nationale, 1982, passim; Lacroix-Riz, «Quand les Américains voulaient gouverner la France», Le Monde diplomatique, mai 2003, p. 19; Industriels, chap. 9.

[28] David F Schmitz, Thank God, they’re on our side. The US and right wing dictatorships, 1921-1965, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1999.

[29] Index Suhard Lacroix-Riz, Le choix de la défaite : les élites françaises dans les années 1930, et De Munich à Vichy, l’assassinat de la 3e République, 1938-1940, Paris, Armand Colin, 2010 (2e édition) et 2008.

[30] LIBE/9/14, 5 février 1943 (visite récente), F1a, 3784, AN. Taylor, Vatican, chap. 9-11 et index.

[31] Information d’octobre, reçue le 26 décembre 1943, F1a, 3958, AN, et Industriels, chap. 9.

[32] Lettre n° 740 du commissaire des RG au préfet de Melun, 13 février 1943, F7, 14904, AN.

[33] Renseignement 3271, arrivé le 17 février 1943, Alger-Londres, 278, MAE.

[34] Informations du 15 mai, diffusées les 5 et 9 juin 1944, F1a, 3864 et 3846, AN.

[35] Information du 13 juin, diffusée le 20 juillet 1944, «le PC à Grenoble», F1a, 3889, AN.

[36] M. Dabi, directeur du département Opinion de l’Ifop, phare de l’ignorance régnant en 2012 sur l’histoire de la Deuxième Guerre mondiale, déplore le résultat de 1944 : «une très nette majorité (61%) considèrent que l’URSS est la nation qui a le plus contribué à la défaite allemande alors que les États-Unis et l’Angleterre, pourtant libérateurs du territoire national [fin août 1944??], ne recueillent respectivement que 29,3% et 11,5%», «1938-1944», p. 4, souligné par moi.

[37] Jacques Mordal, Dictionnaire de la Seconde Guerre mondiale, Paris, Larousse, 1979, t. 1, p. 109-114.

[38] Gabriel Kolko, The Politics of War. The World and the United States Foreign Policy, 1943-1945, New York, Random House, 1969, chap. 13-14.

[39] Pertes «militaires uniquement», Pieter Lagrou, «Les guerres, la mort et le deuil : bilan chiffré de la Seconde Guerre mondiale», in Stéphane Audoin-Rouzeau et al., dir., La violence de guerre 1914-1945, Bruxelles, Complexe, 2002, p. 322 (313-327).

[40] Bibliographie, Jacques Pauwels, Le Mythe de la bonne guerre : les USA et la Seconde Guerre mondiale, Bruxelles, Éditions Aden, 2012, 2e édition; Lacroix-Riz, Aux origines du carcan européen, 1900-1960. La France sous influence allemande et américaine, Paris, Delga-Le temps des cerises, 2014.

* Professore emerito di storia contemporanea, università Paris VII-Denis Diderot