“GUERRA FREDDA e scienze sociali”

di Maurizio Brotini (da Lavoro e Politica)

guerraFreddaCulturaleLa sconfitta attualmente riportata dal movimento comunista internazionale è stata anche la sconfitta della sua ideologia: si può anzi correttamente sostenere che, almeno in Occidente, l’egemonia del pensiero liberale su quello marxista abbia preceduto la sconfitta politica dei soggetti che ad esso facevano riferimento. Pensiero liberale che ha dispiegato le sue potenzialità anche grazie alla lungimirante attività della Cia a partire dall’immediato dopoguerra. Ci riferiamo in modo particolare al programma di guerra psicologica così come descritto nel saggio di Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti, Fazi, 2004 (integrabile utilmente con Massimo Teodori, Benedetti americani. Dall’Alleanza Atlantica alla Guerra contro il terrorismo, Mondadori, 2003 e Federico Rampini, Tutti gli uomini del presidente. George W. Bush e la nuova destra americana, Carocci, 2004).

Uno degli ispiratori del progetto era stato Frank Lindsay, veterano dell’Oss (il servizio di informazione Usa durante il secondo conflitto mondiale) che tra il 1949 e il 1951 aveva organizzato in Europa la rete di stay behind Gladio. La punta di lancia del programma segreto era costituito dal Congresso per la libertà della cultura, un’internazionale di cervelli nata a Berlino nel 1950 come reazione alle marce dei Partigiani della pace ispirate da Mosca.

Attivo in molti Paesi almeno fino al 1967 attraverso una serie di rinomate riviste letterarie il Congresso raccoglieva uomini di cultura in gran parte di estrazione liberaldemocratica o radicale, di sinistra non marxista o ex comunisti (per lo più di orientamento trockista). Dietro il Congresso si muoveva una rete occulta costituita da privati che agivano sotto la copertura di fondazioni filantropiche: uomini d’affari, avvocati, diplomatici, politici, dirigenti d’imprese di pubblicità, magnati della stampa e sindacalisti, molti dei quali, durante il secondo conflitto mondiale, avevano servito il governo americano nell’Oss, uffici della propaganda e guerra psicologica. Era, in gran parte, la crema liberal e progressista della classe dirigente americana, selezionata dalla Cia nelle famiglie aristocratiche della costa orientale e nelle università più prestigiose. L’obiettivo americano, nel dar vita all’iniziativa ricordata, si servì di un complessivo progetto politico e di un piano di guerra psicologica, il cui fine doveva essere “vincere la terza guerra mondiale, senza doverla combattere”.

Usando le parole di Eisenhower: “Nella guerra fredda, il nostro scopo non è conquistare o sottomettere con la forza un territorio. Il nostro scopo è più sottile, più pervasivo, più completo. Stiamo tentando, con mezzi pacifici, di fare in modo che il mondo creda alla verità. La verità è che gli americani vogliono un mondo di pace, un mondo in cui tutti abbiano l’opportunità della massima crescita individuale. I mezzi che impiegheremo per diffondere questa verità sono chiamati, di frequente, psicologici”. Il piano dottrinale, ideologico, prevedeva l’uniformità al posto della diversità, postulava un sistema che prevedesse un tipo particolare di concezione e di struttura sociale, comprendeva un complesso di principi per le aspirazioni umane abbracciando tutti i campi del pensiero umano, tutti i campi d’interesse intellettuale, dall’antropologia alle creazioni artistiche alla sociologia, alla metodologia scientifica. Tutto questo presupponeva un apparato per la produzione di idee che presentassero l’American way of life su basi scientifiche e sistematiche e un movimento intellettuale di lunga durata allo scopo non solo di contrastare il comunismo, ma anche di “spezzare in tutto il mondo gli schemi dottrinali di pensiero” che fornivano una base intellettuale a “dottrine ostili agli obbiettivi americani”. Elemento centrale il ruolo assunto dalle élites, secondo una teorizzazione che era stata propria di Pareto e di Sorel, riproposta da James Burnham nel suo libro The Machiavellians. I singoli individui erano relegati in una posizione marginale, l’élite emergeva come l’unico gruppo a contare davvero. L’élite fu definita come quel gruppo numericamente limitato, con interessi e capacità tali da manipolare le questioni dottrinali, gli ideologi che muovono fili intellettuali per formare, o quanto meno predisporre, gli atteggiamenti e le opinioni di coloro che, di volta in volta, sono destinati a fungere da leader dell’opinione pubblica.

Il lavoro sull’élite presupponeva la predisposizione dei suoi membri ad accogliere con favore la filosofia della Cia: l’uso di élite locali avrebbe aiutato a occultare l’origine statunitense dell’operazione, in modo che sembrasse lo sviluppo di una autonoma iniziativa locale. L’appoggio alla sinistra non comunista svolse un ruolo strategico in questa operazione. A partire dal 1948 l’Agenzia ritenne infatti che nessuno come un ex comunista avrebbe potuto combattere meglio contro i comunisti. La distruzione dei miti del comunismo poteva essere raggiunta soltanto con la partecipazione, in una campagna di persuasione, di personalità della sinistra che non fossero comuniste. La strategia di promuovere la sinistra non comunista divenne il fondamento teorico delle operazioni politiche della Cia contro il comunismo. La base ideologica di questa strategia, in cui la Cia stabiliva una convergenza, quasi un’identità, con gli intellettuali di sinistra, fu presentata da Schlessinger in The Vital Center, uno dei tre libri fondamentali che videro la luce nel 1949 (gli altri due furono Il Dio che è fallito e 1984 di Orwell). Schlessinger registrava il declino della sinistra e, infine, la sua paralisi morale sulla scia della rivoluzione (per lui corrotta) del 1917, e tracciava l’evoluzione della “sinistra non comunista” come modello di mobilitazione per i gruppi che lottano per costruire un’area per la libertà. La tesi era che il cosiddetto socialismo democratico costituiva il baluardo più efficace contro la presa dell’esperienza comunista. Questo divenne il tema sotteso – o addirittura occulto – della politica estera americana del periodo”. La sigla che designava la sinistra non comunista, Ncl, diventò presto d’uso comune nel linguaggio della burocrazia di Washington, indicando quasi un gruppo di tesserati. Gruppo che ebbe il suo battesimo nella stesura del libro Il Dio che è fallito, una raccolta di saggi che dovevano testimoniare il fallimento dell’idea comunista. A livello internazionale dunque, e in maniera particolare in Italia, oltre all’anticomunismo sullo stile della P2 e di Gladio, esisteva ed esiste anche un anticomunismo altrettanto duro ma illuminato, progressista e persino di sinistra. Come suggerisce il prefatore dell’edizione italiana dell’opera di Frances Stonor Saunders, Giovanni Fasanella, l’esistenza di un partito americano di sinistra costituirebbe una chiave importante per decifrare molti aspetti del nostro recente passato ed anche del nostro presente. L’anticomunismo del Congresso, dal quale il Pci si difese in maniera efficace negli anni ’50 e ‘60, negli anni successivi è stato invece in varia misura assimilato dal partito comunista, al punto da trarre da quell’esperienza gli elementi per costruire l’identità di una sinistra post-comunista.