L’esperienza di «Marxismo oggi»

di Guido Oldrini, direttore di “Marxismo Oggi” | sul numero corrente della rivista MarxVentuno

 

LA FUNZIONE DELLE RIVISTE MARXISTE DI CULTURA SUL TIPO DI «MARXISMO OGGI» STA PRINCIPALMENTE NEL CREARE UN FRONTE DI OPPOSIZIONE, A LIVELLO CULTURALE, CONTRO LA CULTURA DELLE CLASSI DOMINANTI, SPECIE LÀ DOVE VENGONO IN CAMPO PROBLEMI DI FONDO: I CONTRASTI TRA LE CLASSI, L’ASSETTO SOCIALE DELLA VITA DEGLI UOMINI, I DESTINI REALI ULTIMI DEL PAESE

 

marxismooggiNon credo di sbagliarmi scorgendo qualche analogia nella storia della genesi delle riviste «MarxVentuno» e «Marxismo oggi», nata ventiquattro anni fa con il proposito di salvaguardare politicamente e culturalmente l’eredità lasciata dal Partito comunista italiano, dopo l’ignominioso scioglimento decretatone tra le lacrime – ignominia nell’ignominia – dal suo Segretario di allora; oggi «MarxVentuno» nasce quando, al termine – si spera – del lungo ciclo non felice di vicende e contrasti tra i gruppi costitutivi della sinistra comunista, sembra venga finalmente maturando all’orizzonte il disegno di una ricostruzione del PCI.

 

Due parole anzitutto per rammentare a compagni e lettori che cosa è stato ed è «Marxismo oggi». Edito come mensile (poi bimestrale) fin dal 1987 a cura dell’Associazione culturale marxista, presieduta da Armando Cossutta, e inizialmente sotto la direzione di Gian Mario Cazzaniga (che Umberto Carpi sostituisce, dal 1990, per un breve periodo), è solo dopo lo spostamento dell’Associazione da Roma a Milano nel 1992, quando presidente ne diventa Mario Vegetti, che «Marxismo oggi» assume la veste, la forma e la periodicità indicate nel sottotitolo e rimastegli fino a oggi: «rivista quadrimestrale di cultura e politica», a formato libro, con una terna di direttori, tra cui Domenico Losurdo e Luigi Pestalozza. (I cambiamenti successivamente intervenuti negli organismi direttivi non ne hanno più alterata la linea). Qui non intendo certo esporre la storia esterna della rivista, d’altronde già riassunta più volte da ragguagli ap – parsi sulla rivista stessa, in occasione dei suoi anniversari. Ne ricordo i due più recenti: quello fornito da Pestalozza per i 15 anni dell’Associazione culturale marxista («Marxismo oggi», XV, 2002, n. 2, pp. 5-9), e quello, a cura di Libero Traversa, per i suoi vent’anni (Breve storia di un ventennale, «Marxismo oggi», XX, 2007, n. 1, pp. 63-81). Da lì vien fuori quello che la rivista ha fatto o tentato di fare non solo nel campo dell’economia, dell’ideologia, della filosofia, ma di una molteplicità di problemi pubblici (Costituzione, Stato e Chiesa, lavoro, classi, istruzione ecc.), soprattutto del problema relativo alla “domanda sociale di cultura”, cui né l’Università né i tanti centri specialistici fanno fronte come si dovrebbe. Inoltre – non occorre neanche dirlo – dei tre principali convegni internazionali di studio organizzati, tra svariati altri, dall’Associazione culturale marxista, cioè Marx nel terzo millennio (Milano, Casa della cultura, 26-27 giugno 2001), Marxismo e verità. Problemi attuali della filosofia e della cultura (Napoli, Istituto italiano per gli studi filosofici, 6-7 giugno 2004) e Democrazia, Costituzione, Transizione (Roma, Centro Congressi, 18 giugno 2005), «Marxismo oggi» ha corrispettivamente ospitato la pubblicazione degli atti. (Un quarto impegnativo convegno, Tendenze del capitalismo e contraddizioni di classe nell’epoca della globalizzazione, già programmato per il marzo 2007, non ha potuto aver luogo a causa della mancanza di fondi.) Quali che siano a ogni modo i risultati esterni conseguiti, dell’esperienza di «Marxismo oggi» mi preme assai di più restituire il senso intrinseco complessivo. Questa esperienza si fonda infatti su precise ragioni interne, in virtù della natura delle quali il suo senso trova chiarimento. Cominciamo da qualche rilievo elementare, giustificativo ab origine dell’esistenza della rivista. In primo luogo, lo scompenso rilevabile con il bisogno di marxismo che proviene incessantemente dalla realtà dei fatti. Sussiste oggettivamente un diffusissimo, per quanto inconsapevole, bisogno di marxismo, di analisi marxista delle vicende del mondo, che viene alla luce ogni volta di nuovo soprattutto in occasione del deflagrare di qualche crisi: sul piano individuale, quando le crisi colpiscono gli uomini (proteste degli operai sui tetti, degli insegnanti precari nella scuola); sul piano politico nazionale, quando a mercato e padronato, preconi ininterrotti del liberismo più impudente, le crisi fanno sentire d’improvviso il bisogno del sociale, dell’intervento dello Stato; sul piano politico internazionale, dove la giusta risposta alle crisi provocate dalle aggressioni imperialistiche, in veste di “missioni umanitarie”, non può venire che dal marxismo, cioè dall’analisi marxista del problema generale dell’imperialismo. Ora lo scompenso è dovuto al fatto che, nono – stante questo bisogno oggettivo del patrimonio concettuale marxista, il marxismo viene dalla cultura non meno che dalla pubblicistica totalmente ignorato, quando non anche diffamato e vilipeso. A nessuno viene più in mente di riflettere, nemmeno ai protestatari sui tetti, nemmeno ai professori, che, in presenza di un forte partito comunista e un’influente forza marxista, gli operai non starebbero sui tetti, ci sarebbe ben altra considerazione per il funzionamento dei servizi sociali e, fossero ancora in vita le forze del campo socialista internazionale (Urss e suoi alleati), non si oserebbe affatto scatenare aggressioni imperialistiche del genere di quelle dei nostri giorni.

 

In secondo luogo, importa il come e il dove della manifestazione pubblica delle idee marxiste. Siccome le idee, per essere efficaci, debbono stare riunite insieme e riferirsi a un organismo che le sorregga, le spinga avanti e le applichi, è una necessità che i comunisti tornino a essere una forza unita e dispongano di strumenti sia per chiarire e giustificare queste loro idee, sia per propagandarle nel miglior modo. Non riesce nemmeno immaginabile che delle forze comuniste operino con efficacia nella società senza alle spalle una o più riviste in grado, per potenzialità e struttura, di svolgere un ruolo di palestra teorica (elaborazione delle linee di teoria, discussioni di ogni tipo in merito, studi marxisti a riguardo dei più vari campi del sapere, ragguagli informativi e bibliografici). Generalmente parlando, io credo, la funzione delle riviste marxiste di cultura sul tipo di «Marxismo oggi» sta principalmente in questo, nel creare un fronte di opposizione, a livello culturale, contro la cultura delle classi dominanti, specie là dove vengono in campo problemi di fondo: i contrasti tra le classi, l’assetto sociale della vita degli uomini, i destini reali ultimi del paese. Indispensabile sopra ogni altra cosa, l’approntamento dello strumentario ideologico atto alla battaglia. Faccio notare che quando, nel primo dopoguerra, la concezione socialista del mondo la si sentiva e viveva come bisogno comune, come una ‘normalità’ teorica e pratica o almeno come una possibilità (non come una utopia da settari), non c’era alcun bisogno di mettere avanti, nei titoli di libri o riviste, i termini comunista e marxista; tant’è che, ad esempio, le riviste rientranti nella sfera del PCI si intitolavano – potendo tranquillamente farlo al riparo dal rischio di equivoci – «Rinascita» (senza specificazione di che cosa) e «Società» (senza specificare quale). Lo sottolineo perché ho assistito e partecipato di persona alle riunioni che diedero vita a «Marxismo oggi» (con Cossutta, Cazzaniga ecc.), e ricordo bene il lungo dibattito sul titolo da dare alla rivista; solo alla fine si trovò l’accordo, ripiegando un po’ à contrecoeur, faute de mieux – e il ripiego era già un segno di arretramento – sulla parola “marxismo”, un marxismo naturalmente pensato come valido per l’ “oggi”. Di qui il titolo dato e rimasto alla rivista (d’altronde in armonia con titoli esteri similari, «Actuel Marx», «Marxism Today» ecc.). Vada pure per esso, non ne faccio certo una questione di principio. Confesso però che a me continua a non piacere troppo. Quell’«oggi» che vi figura è infatti per un verso superfluo, per l’altro riduttivo. Superfluo in quanto sta nell’essenza propria del marxismo, come sua originalità specifica, che esso valga sempre per il presente. A nessuno, neanche al più fanatico cultore di Spinoza o di Hegel, verrebbe mai in mente di proclamare – respective, di intitolare una rivista – «Spinozismo oggi» o «Hegelismo oggi», perché la cosa non darebbe senso; mentre, in opposizione ai sistemi chiusi della filosofia, il marxismo nasce, si mantiene e si propaga come unità storico-sistematica d’altro genere, cioè non solo mobile e dinamica, ma anche sempre aperta al rinnovamento. Per il verso opposto l’«oggi» del titolo appare troppo riduttivo. Con più correttezza do – vrebbe dirsi (a emblema di ciò di cui si occupa realmente la rivista): marxismo di ieri e di oggi. È infatti una conseguenza dello storicismo critico marxista che ogni “oggi” figuri come il portato dialettico dello sviluppo di ieri, conformemente alla teoria marxiana della “eredità culturale”. La storia non interessa al marxismo meno di quanto gli interessi l’attualità. Sarebbe fuorviante credere che esso si concentri solo sulle battaglie immediate del momento. Comunisti e marxisti non imparano forse nulla dalle battaglie sostenute ieri? E per restare sul terreno culturale di «Marxismo oggi», non c’è forse una continuità delle lotte di classe anche nella storia della cultura? Direi, mi sbaglierò, che il senso dell’esperienza di «Marxismo oggi» si definisce e chiarisce proprio in rapporto a questi interrogativi. Come tanti editoriali della rivista hanno sottolineato, il suo più significativo impegno va da sempre in direzione della “battaglia delle idee”. Esigenze ideologiche, politiche e culturali tendono in esso a convergere. Sono i grandi teorici marxisti del Novecento, da Lenin in avanti (ma segnata- mente Gramsci e Lukács), che per primi indicano la via al riguardo, comprovando nei loro studi tutte le ricche potenzialità del marxismo come strumento di ricerca e indagine critica. Non c’è motivo alcuno di pensare che l’ideologia marxista (evidenzio volutamente questa locuzione) non faccia quello che fanno inevitabilmente anche tutte le altre teorie- ideologie, con in più però il vantaggio di avere (ciò che le altre non hanno) un consapevole concetto critico dell’ideologia stessa. Non è l’ideologia che differenzia il marxismo dalle altre teorie. Ci sono ricerche a matrice idealistica, spiritualistica, fenomenologica, strutturalistica, poststrutturalistica ecc., naturalmente ciascuna dotata della corrispondente ideologia; il marxista è marxista perché ritiene che il suo proprio strumentario ideologico e metodologico spiani la via alla ricerca meglio di quanto non facciano le altre teorieideologie. Una rivista come «Marxismo oggi» è lì allo scopo di chiarire, spiegare, propagandare questo. Certo, se per propaganda intendiamo la pura militanza, credo serva a ben poco una rivista formato libro che esce solo tre volte all’anno, tratta spesso di storia lontana, letteratura, arte, e lo fa usando un linguaggio specialistico; mentre se propaganda vuol dire anche teoria politica e cultura, ogni genere di cultura, allora una rivista cosiffatta serve eccome, anzi diciamo pure che un per un partito comunista attivo è mezzo imprescindibile. Trascurare teoria, cultura, arte come aspetti superflui o secondari sarebbe per la lotta comunista un errore gravissimo. La storia stessa del marxismo prova il contrario. Per fare solo degli esempi a caso: Marx ha imparato la lotta di classe dagli storici francesi attivi negli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento e da un romanziere come Balzac; la critica letteraria democratico-rivoluzionaria russa dell’Ottocento ha preparato il terreno per quel 1848 in ritardo che è in Russia la rivoluzione del 1905; musicisti come Bartók e Kodály sono stati esponenti di spicco della Repubblica ungherese dei Consigli nel 1919; teatro e cinema hanno svolto una parte di primo piano in tutte le rivoluzioni progressive del Novecento. Insomma (ripeto cose già dette altre volte): bisogna saper entrare nell’ordine di idee che il marxismo non è solo una dottrina economica (pregiudizio di tanta parte della sua storia, dalla II Internazionale in avanti), ma è una concezione generale del mondo, un complesso ideologico nel senso più alto del termine, che ha la sua da dire in ogni sfera del sapere; bisogna entrare in questo ordine di idee e soprattutto bisogna, con mezzi accorti, farlo capire agli altri, in primo luogo ai nostri militanti. Prima di essere comunista, il comunista è un uomo, e come uomo si trova stretto da ogni lato nell’intreccio dei bisogni quotidiani. Se la mattina esce per andare al lavoro, e ci va con la mentalità del comunista, più tardi nella giornata avrà – o almeno si spera che abbia – anche del tempo libero, e sarebbe insensato lasciarlo in quel campo senza direttive. Come gli si danno direttive politiche per votare (o meglio, gli si insegna in modo che impari a votare bene), perché lasciarlo scoperto, confuso, indifeso dal lato delle scelte del tempo libero, nel campo della lettura, della musica, dello spettacolo ecc.? Non sono forse, anche questi, aspetti delicatissimi della formazione e cultura dell’individuo? Una volta, prendendo spunto dal convegno dell’Associazione culturale marxista Marxismo e verità, Vegetti ebbe occasione di scrivere in un editoriale («Marxismo oggi», XVI, 2003, n. 1, p. 7): “nessuno di noi crede, naturalmente, che il marxismo coincida con la verità o che la possieda. Quello che crediamo, più semplicemente, è che il compito dei marxisti – non certo solo di essi – sia di tener ferma, nell’epoca delle mistificazioni di massa, del trionfo della falsa coscienza, dell’arroganza del potere mascherata da lezione ineluttabile della ‘realtà’ – un’intenzione di verità; di impegnarsi cioè in un lavoro di costruzione teorica che accompagni, e se possibile chiarisca, le vie della resistenza al dominio culturale imperialistico sul mondo e sulle coscienze degli uomini e delle donne che lo abitano”. Un compito cui noi teniamo da sem pre molto, giudicandolo in un certo senso il vero parametro definitorio della fisionomia del lavoro intrapreso dalla rivista.

 

Ma c’è un ulteriore tratto da aggiungere, se si vuol cogliere davvero il carattere più specifico della sua esperienza. Allorché, a fine 1998, si determina quella «drammatica lacerazione del Partito della rifondazione comunista », donde nasce «un nuovo soggetto politico, il Partito dei comunisti italiani», «Marxismo oggi» prende certo subito atto, con preoccupazione, della cosa, ma non ne risente direttamente, per i motivi spiegati bene da Vegetti in un altro dei suoi editoriali («Marxismo oggi», XI, 1998, n. 3, pp. 5-6): “dobbiamo […] qui affermare con chiarezza che – quali che siano le divergenze politiche vecchie e nuove prodottesi all’interno della sinistra, le singole scelte di campo anche conflittuali – l’Associazione culturale marxista e «Marxismo oggi» intendono restare una casa comune del pensiero marxista e della riflessione teorica dei comunisti, un luogo di confronto e di incontro, dove quelle divergenze possano ritrovare almeno il terreno co – mu ne dell’argomentazione intorno alle proprie ragioni, ai propri fondamenti, alle proprie prospettive […]. A questo lavoro di approfondimento, di riflessione, di dibattito sulle ragioni teoriche e sulle prospettive storiche dei marxisti e dei comunisti intendiamo dedicare le nostre capacità di elaborazione, e soprattutto ad esso intendiamo chiamare tutti i marxisti e i comunisti, quale che sia la loro collocazione politica attuale”. Detto, fatto. Accade così che voci dell’uno e dell’altro campo, come di altri campi ancora, si facciano udire sulla rivista; e che nel suo comitato di direzione continuino a sedere fian co a fianco, come prima della spaccatura del 1998, intellettuali provenienti da, e appartenenti a, correnti politico-culturali diverse, senza che nessuno di loro abbia mai pensato a recedere o ci abbia mai chiesto di venir depennato dalla lista dei com- ponenti il comitato. Che dire? A posteriori si può, con bonomia, presentare la cosa come una sorta di al – meno idealmente già realizzata “unità dei comunisti”. Non è d’altronde un caso, ma un fatto, se di recente, dovendosi procedere alla raccolta di un insieme di ricerche sul tema La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti, frutto dell’operosità di più riviste («l’ernesto», «Essere comunisti», «Ri – nascita», «Marxismo oggi»), la sede per la sua pubblicazione la si è cercata e trovata proprio in «Marxismo oggi» (si vedano i suoi due fascicoli del 2009, 1 e 2/3): e non solo per l’anzianità della rivista, non solo perché, essendo essa a formato libro, offriva il vantaggio di un maggior spazio a disposizione, ma proprio in virtù della sua larga rappresentatività (unitarietà di vedute pur da collocazioni politiche diverse).

 

Riassuntivamente e conclusivamente. Come rivista di cultura e politica marxista, «Marxismo oggi» ha doveri che trascendono la conflittualità dell’immediato. Il suo impegno militante, le sue battaglie ideologiche agiscono – così come provocano ripercussioni – solo di carattere indiretto. È una esigenza della cultura che l’immediatezza diretta della militanza, in una rivista che alla cultura si richiama, trapassi ogni volta di nuovo a forma di militanza culturale. Naturalmente ciò non significa affatto arrendevolezza, disimpegno; si può persino giungere a dire che qui la militanza – nell’accezione indicata – si trova a essere ulteriormente potenziata, elevata di qualità e di grado. In giuoco sono infatti i principi teorici ultimi, quelli chiamati a far da guida nella teoria e nella pratica. Correlativamente, insieme con la delibazione storica del passato, si spalanca davanti alla rivista l’esigenza e l’urgenza di prendere posizione sui più scottanti problemi della vita umana del presente. Quali debbono essere oggi le scelte di una rivista marxista di cultura? Quale l’atteggiamento verso la concezione socialista del mondo, la via al socialismo, la difesa – contro ogni dileggio degli avversari – dei valori che il socialismo ha storicamente appoggiato, difeso, salvaguardato? Ovvio che noi non si muove affatto dal proposito di una liquidazione sconsiderata della storia del socialismo nel Novecento. Il retroterra della situazione storica attuale andrebbe invece, io credo, analizzato in extenso e ripensato in profondo. Si può benissimo definire il XX secolo, con Hobsbawm, “secolo breve”. Ma non c’è motivo alcuno perché questa brevità giuochi a suo sfavore. La cultura delle classi dirigenti borghesi, che, per esserne uscite trionfatrici, si illudono di aver anche sbaragliato le classi antagoniste in via definitiva, – questa cultura, mostratasi lungo tutto il secolo sprezzantemente ostile verso il tempo reale, verso la storia oggettiva, a vantaggio di una loro mitologizzazione artificiosa, cade qui vittima di una singolare miopia, schiacciata proprio sulle date: prende cioè le date come confini invalicabili, scambia la brevità del secolo per un sintomo di corruzione o debolezza, gongola con un sospiro di sollievo per la sua così affrettata e precipitosa fine: trascurando solo il piccolo ‘dettaglio’ – rimuovendolo sarebbe il termine giusto – che esso è stato anche il secolo promotore e depositario di quel sommovimento rivoluzionario, l’Ottobre, della cui grandiosità il genere umano (la civiltà dell’uomo, la storia) non potrà mai più dimenticarsi. Il ripensamento critico del retroterra novecentesco deve essere altrettanto attento alle conquiste che ai fallimenti. Non all’indietro debbono guardare oggi i marxisti, alla difesa o alla conservazione gelosa dei valori del passato, ma in avanti, verso il futuro. Bisogna saper fare tesoro anche dell’esperienza degli errori commessi. L’irrigidimento acritico, dogmatico, irriflessivo sui modelli operativi che avevano ispirato e guidato vittoriosamente tante lotte nel passato sarebbe altrettanto sbagliato e controproducente che la capitolazione o la resa senza condizioni allo status imposto nei rapporti sociali, nella vita quotidiana (miseria, diseguaglianza, sfruttamento), dalla civiltà capitalistica. È un principio costitutivo e irrinunciabile del marxismo – principio che Lenin, applicandolo in concreto, non si stancava mai di ricordare – quello per cui, ogni volta, «le nuove condizioni del momento esigono nuove forme di lotta». Non solo la “pazienza rivoluzionaria” insegna Lenin, ma anche la necessità, per il rivoluzionario co – sciente e conseguente, che non abdichi ai suoi principi, di adattare i mezzi alle circostanze, di studiare ininterrottamente le condizioni di attuabilità, volta per volta diverse, di quei principi, e di saper fare fronte con ottimismo e con co raggio an che alle sconfitte più gravi.

 

Naturalmente nessuno è così cieco da non vedere le difficoltà della situazione di oggi, per noi comunisti fattasi gravosissima. Ma pure essa va affrontata, e affrontata con spavalderia. Non sono certo le difficoltà che possono impensierire i comunisti. Con le difficoltà essi hanno imparato a confrontarsi da sempre. Di più, sanno che in una società a loro ostile come la borghese le difficoltà fanno parte del loro cammino e lavoro quotidiano, senza che per questo debba andarne in alcun modo della pervicacia del loro impegno. Lenin ammoniva che sul terreno sociale non si danno mai situazioni prive di una via d’uscita. Disimpegno, abbandono, rinuncia, resa senza condizioni sono categorie del tutto estranee al patrimonio di scelte, cioè alle scelte di vita, di ogni serio marxista, di ogni comunista conseguente. Ciò sia detto a garanzia dell’assicurazione che «Marxismo oggi» continuerà a far di tutto per stare in prima linea nella battaglia di rilancio della storia, delle idee, dei valori del socialismo. Poiché vedo che questi sono anche gli intenti di «Marx Ventuno», mi sembra proprio si diano – nonostante le storie diverse che le due riviste hanno alle spalle – tutte le premesse migliori di una fattiva, profittevole collaborazione tra esse.

 

* Direttore di «Marxismo oggi»