Le lenti di “Stato e rivoluzione” per guardare a domani

di Francesco Valerio della Croce

lenin ritrattoLe classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni(…). Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli (…) mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si svilisce.” Non sembra, già a prima lettura, che queste parole possano essere datate al 1917. L’incipit di “Stato e rivoluzione”, un monumentum della produzione leniniana, appare una verità lapalissiana, un argomento che la storia ha potuto sottoporre all’attenzione delle generazioni che hanno accarezzato e perseguito l’ideale dell’abbattimento dell’ordine delle cose esistenti. La damnatio memoriae, l’anatema con cui è stato relegato al buio del vago ricordo, che rappresenta l’impercettibile soglia tra l’essere ed il non essere, il pensiero marxista e la sua lettura leninista dopo il 1989, illuminano ogni foschia di dubbio sulla corretta impostazione con cui Lenin apre una tra le opere più importante per i marxisti. Non solo perché essa si prefigge di “ristabilire la vera dottrina di Marx sullo Stato” riprendendo “tutti i passi fondamentali di Marx e di Engels sullo Stato”, ma, d’altro canto, poiché essa sembra porre ai suoi studiosi interrogativi di stringente attualità e questioni decisive nella fase attuale di crisi sistemica del capitalismo.


LO STATO BORGHESE

L’esordio, in medias res, di Lenin focalizza immediatamente la questione fondamentale e centrale della sua riflessione: la natura della Stato. Come già ripropostosi in apertura, l’autore russo propone una definizione fondamentale dello Stato, tratta da Engels in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato: “Lo stato dunque non è affatto una potenza imposta dalla società dall’esterno e nemmeno “la realtà dell’idea etica”, “l’immagine e la realtà della ragione” come afferma Hegel. Esso è piuttosto un prodotto della società (…) che si è scissa in antagonismi inconciliabili (…)” la cui esistenza necessita “ di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto”. Un apparato oppressivo, espressione (materiale persino nell’uso della forza “pubblica dell’ordine”) del dominio di classe. A partire da questa premessa Lenin muove le mosse verso la sconfessione di due distinte revisioni del pensiero marxista: da un lato, ribadendo la natura oppressiva e classista dello Stato, sconfessa le deformazioni degli ideologi borghesi tese ad attribuire a Marx una rappresentazione dello Stato quale “organo di conciliazione delle classi”, dall’altro critica la versione “kautskiana”, la quale “riconosce la lotta di classe soltanto nei limiti dei rapporti borghesi.” Nel ribadire l’esigenza della dittatura del proletariato quale fase intermedia nella transizione dal capitalismo, alla società senza classi, il comunismo, Lenin, in merito alla critica del parlamentarismo e all’edificazione del socialismo, introduce uno spunto assai significativo per l’oggi e soprattutto per il domani. “Noi non siamo degli utopisti. Non sogniamo di fare a meno, dall’oggi al domani, di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici, (…) sogni (…) che di fatto servono unicamente a rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati. (…) noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono oggi e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né di sorveglianti e né di contabili.”. Si tratta di uno dei passi più densi dell’opera, colmo di questioni nodali e, per questo, assai attuali. Come evitare che il pensiero corra alla Cina ed ai tentativi contemporanei di edificazione di società socialiste? Non è forse un monito inderogabile, giunto fino ai contemporanei e che sicuramente ugualmente valido per il futuro, a rifiutare ogni semplicistica ed affrettata conclusione sulla questione dello Stato. Si tratta del tema della transizione, nodale, ieri come oggi, per i comunisti.

RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE

La repubblica democratica è la via più breve che conduce alla dittatura del proletariato.”. Quest’affermazione delinea una netta continuità con Marx ed Engels: seppur, infatti, la repubblica democratica rappresenti un sistema di oppressione delle masse popolari, non possono sfuggire le diversità nelle articolazioni delle forme del dominio di classe rispetto ad altre configurazioni come, ad esempio, quella dello stato monarchico. Tali diversità, soggette ad un’analisi scientifica e rigorosa, rendono possibile l’aprirsi del conflitto di classe e la transizione “alla democrazia per gli operai”. Uno spunto che rimanda immediatamente la mente alla grande elaborazione togliattiana della “via italiana al socialismo”, quale via graduale al socialismo nella contesa democratica. Una simile trattazione favorisce lo stesso Lenin nel criticare aspramente il riformismo filo-federalista, ribadendo la peculiarità della questione nazionale in Marx, naturalmente nel solco della critica dialettica tra struttura e sovrastruttura. Ma se, di primo acchito, paia che l’attenzione di Lenin sia accentuata sulla questione del regime democratico, è lo stesso autore a schernire, attraverso Marx, ibride concezioni sulla transizione affermando che “componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema nemmeno di uno spamma”. Si può dire che questi pensieri trovino accogliente dimora anche nelle discussioni odierne, soprattutto tra differenti componenti della sinistra anticapitalista, alcune delle quali, abbagliate dal nuovismo egemone ed imperante, orfane coscienti e consapevoli di una qualsiasi analisi dialettiche con le categorie leniniste, si arrovellano con neologismi d’ogni sorta alla ricerca di ragionevoli speranze per supplire ad una scientifica analisi della realtà. L’esigenza chiaramente espressa da Lenin di un agire di lungo periodo, ricco di fasi intermedie, si sostanzia tanto nelle riflessioni sullo Stato quanto sulle questioni economiche. Nella prima fase della esperienza rivoluzionaria, denominabile come “socialismo”, Lenin, ancora attraverso il filosofo di Treviri, afferma che non è possibile l’eliminazione totale dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza, esemplificando il paradigma fondante di questa prima fase con un rapporto bilaterale lavoratore-società, prestazione lavorativa sociale necessaria-compenso ma, di contro, è categorica l’affermazione della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo perpetrata dallo Stato borghese attraverso la proprietà dei mezzi di produzione. Sarà invece necessaria una seconda fase, il comunismo vero e proprio, per il completamento della transizione verso l’estinzione dello Stato.

LA COMUNE

Significativa, nella trattazione del tema dello Stato, è l’esperienza della Comune di Parigi del 1871. Esponendo le perplessità iniziale di Marx sui moti francesi, Lenin non dimentica lo schierarsi del filosofo tedesco dalla parte della rivoluzione ed utilizza un simile esordio per condannare il trasformismo e l’opportunismo del “rinnegato del marxismo” Plekhanov in occasione dei moti russi del 1905. Nell’accurata descrizione che Lenin fa della materializzazione del moto rivoluzionario che si sostanzia nello scioglimento delle milizie di stato e della burocrazia statale, Lenin coglie l’opportunità di un simile andamento discorsivo per esprimere le argomentazioni che, secondo Marx, hanno portato alla sconfitta dell’esperienza parigina: l’inconsapevolezza degli insorti della necessità di dover “spezzare” la macchina statale e l’ingannevole idea di utilizzo della stessa sono state le condizione pregiudiziali di questa sconfitta. Ciò non rappresenta motivo, per Lenin, di omissione dei risultati pratici raggiunti dalla Comune: sostituzione dell’esercito permanente col popolo armato, l’elezione a suffragio universale dei consiglieri municipali componenti la Comune, responsabilità e revocabilità sia dei consiglieri medesimi che dei funzionari amministrativi compensati con salario “da operai”. Responsabilità e revocabilità sono due fondamentali concetti di sistema che meritano cittadinanza all’interno del dibattito sulla costruzione di una società socialista; se si vuole, si tratta di uno dei punti di snodo tra prima e seconda fase dell’edificazione del comunismo. Si tratta di principi che trovano diretta relazione con la natura stessa della Comune, non organo parlamentare riguardo cui “agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li opprimerà in parlamento”, ma sintesi di rappresentanza ed esecutività, simultaneamente; un “organismo di lavoro”. Ad avviso di Lenin, la costituzione di un sistema di oppressione “della maggioranza sulla minoranza” sancisce un primo momento di estinzione e rottura della macchina statale. L’esperienza comunarda non può, dunque, essere tralasciata poiché decisiva al punto tale da aver portato ad un parziale emendamento del Manifesto del Partito Comunista da parte di Marx, qualificando la stessa come pratica esperienza rivoluzionaria ed, in quanto tale, capace di meglio definire contingenti questioni inerenti il raggiungimento del comunismo, non di certo postulabili a priori.

CONSUETUDINE E COMPITI DELLA GENERAZIONE FUTURA

A titolo polemico, nel corso dell’opera, Lenin rimarca, più volte e fortemente, la distanza teorica tra la teoria anarchica e quella marxista. Se, infatti, i seguaci di Bakunin propugnano la tesi della distruzione e della soppressione immediata dello Stato e delle sovrastrutture annesse, Lenin oppone, nel solco di Marx, una “rottura” della macchina statale intesa come “estinzione”. Estinzione, infatti, esprime “gradualità e soppressione” del processo, in antitesi all’utopismo del conseguente decadere immediato delle gerarchie e della subordinazione assieme all’apparato statale. E’ a questo punto che sorge una questione decisiva, persino terminologica, dell’opera di Lenin: l’affermazione, secondo abitudine e consuetudine, della società senza Stato e senza classi, del comunismo. Se, da un lato, l’autore rimarca una simile impostazione metodologia nell’affrontare la questione del mutamento del ruolo funzionariale nella transizione dal capitalismo al socialismo, cioè da espressione dell’oppressione di classe ad attività “abituale” di sorveglianza e controllo da parte delle masse, dall’altro, la questione della consuetudine e dei comportamenti si mescola a quella generazionale. Citando, Engels, solo la nuova generazione postrivoluzionaria, “cresciuta in condizioni sociali nuove, libere” sarà “in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”. In tempi di giovanilismo e nuovismo questo richiamo al ruolo della nuova generazione, l’unica in grado di poter edificare la società libera dalle sovrastrutture e dall’oppressione, sembra un testimone di grande responsabilità che assegna un posto in prima linea ai giovani nella costruzione di un mondo nuovo.

In anni di revisione e perdita di riferimenti scientifici, il ricominciare, a partire da Lenin e da
“Stato e Rivoluzione”, un lavoro di riflessione sullo Stato e sulle nuove forme transnazionali di oppressione e di dominio della classe dominante rappresenta un’ esigenza non delegabile o rinviabile sine die in favore della contingenza. La grande attualità di questo scritto e delle domande che pone ai marxisti del ventunesimo secolo sono le prova dell’esigenza di un ritorno alla scientificità ed della sistematicità improntate ad un’analisi dialettica della realtà come condizione essenziale per ogni prospettiva di cambiamento.