La teoria del valore alla prova del nuovo macchinismo

di Bruno Casati

marxtrA metà marzo del 2014 uscirà il nuovo libro di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, Leggi economiche universali e comunismo pubblicato dalla casa editrice Aurora con all’interno l’importante contributo di Bruno Casati.

Il libro può essere richiesto (costo 10.00 euro) al Centro culturale Concetto Marchesi di via Spallanzani, 6 Milano. Tel. 02 29 405 405

Presentiamo ai compagni l’introduzione al libro di Bruno Casati

Il marxismo come dottrina dello sviluppo della Società, del movimento operaio e della rivoluzione, non è da considerarsi come un qualcosa di finito e intangibile, una teoria fissa – citando Goethe, Lenin usava ripetere che la teoria è grigia – ma, al contrario, solo come una pietra angolare della scienza che l’uomo deve costantemente sviluppare. “La teoria è grigia ma l’albero eterno della vita è verde”, così concludeva Lenin che considerava il Marxismo come la dottrina viva dell’evoluzione continua del sapere.

Ma, questa evoluzione si compie nelle contraddizioni e nel vasto campo dei contrasti, perché così procede il capitalismo, che è progressivo: sa distruggere, e l’ha fatto, antichi modi di produzione e, insieme espandere nuove forme produttive, e l’ha fatto, così come, nel contempo, è portato a impedire che l’emergere impetuoso dei soggetti che sono i protagonisti delle nuove forme produttive, prevalga e, quindi li comprime. Da qui il Marxismo, che è dottrina sempre in movimento, motore intellettuale della lotta rivoluzionaria del proletariato che, in crescita “dicotomica” con il Capitalismo, non si vuol far schiacciare. Ed è il Leninismo “il Marxismo dell’epoca imperialista e della rivoluzione proletaria” (così Stalin). È su concetti come questi e altri che si innesta la nuova pregevole opera che Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, dedicano al “MORO”, e lo fanno con l’approccio che dovrebbero sempre avere i Marxisti che è quello, appunto, di considerare il Marxismo come dottrina in verifica continua, in movimento. Carlo Marx oggi lo ripenserebbe, non ho dubbi, alla luce delle formidabili trasformazioni capitalistiche esplose negli ultimi decenni del “secolo breve” alle nostre spalle, inimmaginabili ai suoi tempi. Si pensi alla possente rivoluzione dell’automazione flessibile e alla cancellazione della meccanica da parte dell’elettronica. Perché oggi viviamo uno stravolgente ma anche meraviglioso passaggio d’epoca in cui, mi limito ad un solo esempio, è possibile affermare che tra il “Torchio di Gutemberg” e la stampa delle righe a piombo corre una differenza minima se raccordata al gran balzo invece intervenuto con la parola digitale che, con uno spettacolare cambio di dimensione, ha azzerato non solo le righe a piombo ma i cinquecento anni precedenti. E poi Internet. Carlo Marx, credo, si getterebbe a capofitto nell’immane impresa della rivisitazione di sé stesso e nell’analisi di questo nuovo “macchinismo” spesso senza l’uomo e, del resto, ripensare il Marxismo non è forse il messaggio chiave che Marx stesso ci consegna? Ricercare, scavare, indagare, verificare sul campo e poi correggere e riscrivere, sempre senza alcuna rigidità dogmatica, sempre inseguendo le Leggi (oggettive?) che sovraintendono il processo storico sociale, le famose leggi economiche universali, sulle quali gli autori riflettono, anche con ricche provocazioni. Marx ,forse, si proporrebbe nell’ennesima riscrittura del Capitale (che magari non porterebbe a conclusione) perché in lui si componevano e scomponevano due piani di pensiero: il piano dell’astrazione e quello della politica. Sul piano dell’astrazione, che è quello che ci interessa, Marx cerca di individuare, dare forma logica a queste leggi che Hegel, invece, collocava nel sito della politica – sistematizzandole nella dimensione dell’economia, individuando il loro sbocco nell’assoluta libertà sociale, in cui il “libero stato organicistico tutore della società” (quello che, sempre Hegel, vedeva nello stato prussiano cristiano) diventa il comunismo. Comunismo in concreta prospettiva e non speranza, che diventa l’alibi comodo degli attendisti, ma in una prospettiva appunto da conquistarsi da parte degli essere umani, da parte delle classi progressive, come il proletariato industriale, le sole portatrici dei più elevati modi di produzione. L’impianto del ragionamento, e del suo sbocco, risponde così ad una logica stringente. Ma Marx spende nello studio più di un decennio in quaderni fitti di appunti, semilavorati cancellati e riscritti e poi ancora riscritti. Con molta superficialità si potrebbe dire che il metodo logico-dialettico che Marx adotta crea difficoltà allo stesso Marx ,e lui ne è ben consapevole. Come infatti è noto, sono quattro i suoi tentativi consecutivi di scrivere il Capitale. L’ultimo resterà incompiuto ed il secondo e il terzo volume saranno completati da Engels sulla base degli appunti di Marx dopo la sua morte. Del resto, se seguiamo Marx nel reiterato tentativo di trasformazione, ad esempio, del valore delle merci nei loro prezzi di produzione, ci troviamo assorbiti in complicatissime scissioni dialettiche, assolutamente affascinanti per gli studiosi, trasportati in escursioni intellettuali raffinate, ma che però, in quanto astratte, diventano di difficile, se non impossibile, trasposizione in politiche economiche concrete, da collocarsi sul terreno della transizione socialista. Marx non si poneva, è vero, questo obbiettivo, se lo posero invece i sovietici dopo l’Ottobre, provandosi a utilizzare Marx come base teorica della pianificazione socialista, ma dovettero arrendersi (e pure disponevano delle più belle intelligenze Marxiste del tempo) e ripiegare sull’econometria. Restano di Marx aperture e analisi storico –sociali di enorme rilevanza. Si prenda ad esempio, ma mille potrebbero essere gli esempi, lo straordinario ventiquattresimo capitolo del primo Libro del Capitale, sulle origini stesse del modo di produzione capitalistico, che ci racconta con rara efficacia come, senza la scoperta delle Americhe da parte degli Europei, senza il saccheggio di quelle terre e la tratta degli schiavi dall’Africa per moltiplicare le ricchezze degli Europei (e dei loro figli) che vi si erano insediati, con la formazione conseguente del mercato mondiale, senza tutto questo nessuno sviluppo delle contraddizioni della Società tardo feudale avrebbe portato al capitalismo.

Mi preme ora, per non uscire dal percorso sulle leggi economiche universali che gli autori hanno imboccato, cogliere qualche aspetto della famosa teoria del valore perché è da qui che Marx parte per valutare se un sistema è pronto o meno per la trasformazione rivoluzionaria. È il Marx della maturità che scrive: “i valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia poi la sua forma sociale. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare essi si fanno peraltro innanzi, nello stesso tempo, come portatori materiali del valore di scambio”. E prosegue identificando appunto il valore di scambio: “ il valore di scambio appare innanzitutto quale rapporto quantitativo, la proporzione, in cui il valore d’uso di una certa specie si scambia con valori d’uso di un’altra specie: rapporto accidentale che muta continuamente secondo il tempo e il luogo”. In sintesi, la merce ha in sé due proprietà : il valore d’uso e quello di scambio e quest’ultimo non è il valore della merce, ma diventa tangibile solo quando essa è scambiata. Questa legge del valore ha un’entità che è data dal tempo di lavoro, che però non è quello impiegato direttamente dal produttore, ma quello necessario per la produzione delle merci. A ben vedere è poi questo l’elemento fondante che caratterizza la produzione capitalista, perché l’uomo non produce beni per il proprio bisogno ma produce beni destinati ad altri senza preoccuparsi dell’uso che altri ne fanno. In sintesi, produce merci per il mercato. È così rappresentata la duplice natura del processo produttivo. È da questa rappresentazione che Marx elabora una teoria anche del valore del lavoro che sarà la base dell’analisi fondamentale del plusvalore, l’asse portante del capitale, come natura (e come libro). In questa straordinaria analisi, che parte dallo scambio e arriva al denaro, Marx sostiene che la forma di valore contenuta nella moneta è racchiusa nella relazione tra una merce e l’altra. È così introdotto il concetto stesso dell’equivalenza che, nella storia dell’umanità, è stato universalmente risolto dall’oro e da altri metalli pregiati. Ne deriva che le merci vengono scambiate sul mercato secondo il valore espresso nel denaro, l’equivalente dell’oro, che così diventa il prezzo di quelle merci. Dalla natura stessa del prezzo discende la sua oscillazione attorno al valore, in relazione al rapporto instabile che si configura tra la domanda di una tale merce e la sua offerta. Ed è a questo punto che Marx introduce la tesi secondo cui, essendo il denaro l’ultimo elemento della circolazione delle merci, esso diviene al tempo stesso la prima forma di capitale. È nel contesto di tale tesi che viene affacciato il concetto di plusvalore, che appare nella relazione stretta tra transazione, compravendita, circolazione del denaro. Con la compravendita lo scopo è acquistare (o vendere) la merce, con la circolazione si crea una eccedenza sul valore d’origine, questa eccedenza costituisce il plusvalore e chi possiede questo denaro trasferito in capitale è il capitalista. E il proletario produttore di beni per altri? La risposta di Marx è che non solo le merci sono vendute e comperate, anche la forza lavoro viene venduta e comperata e, quindi, quella legge sul valore sovraintende anche il lavoro. Secondo questa legge l’operaio, in una parte della sua giornata, produce un lavoro pari a quello della sua forza lavoro ma, in un’altra parte e sotto pressione del capitalista, produce un valore aggiunto maggiore. Il plusvalore per il capitalista è quindi estratto dal plusvalore non retribuito fornito dall’operaio. I mezzi di produzione (il capitale costante) non danno perciò il capitale ma lo diventano quando si appropriano del lavoro operaio non retribuito. Detto diversamente, la fonte del plusvalore, il denaro che il capitalista intasca, è solo il plusvalore dell’operaio. Ne discende che questo operaio, con milioni di altri, non deve limitarsi a richiedere condizioni materiali migliori (lo deve pur fare in una dimensione sindacale, parziale),ma deve essere colui, con milioni di altri, che deve esigere il possesso totale dei mezzi che il capitalista gli ha sottratto: esigere insomma quel valore della sua giornata di lavoro che non entra nelle sue tasche ma in quelle del capitalista. È questo contesto che chiede per l’operaio il passaggio dalla coscienza sindacale del proprio interesse alla coscienza collettiva di classe, che si determina la rottura rivoluzionaria, ossia con il passaggio dalla società capitalista alla nuova (comunista o socialista). V’è però da dire, per concludere, che questa rottura è finora intervenuta laddove la produzione delle merci non aveva ancora imbevuto l’intero tessuto sociale. Il che però vuol dire che la teoria del valore, che è teoria giovane, aspetta ancora di essere pienamente sviluppata. Marx richiede a tutti noi un aggiornamento Marxista e una prassi conseguente, che non si può ricercare pedissequamente in un’opera del 1848, anche se il famoso “frammento sulle macchine” dischiude nuovi orizzonti per i Marxisti del terzo millennio. Questa è la sfida che ci lancia il “MORO”.