Gerusalemme EST: archeologia e politica di occupazione

di Maria Morigi

Ai piedi della Città vecchia, vicino alla moschea di Al-Aqsa e al Muro del Pianto, sul fianco della collina dove è nata Gerusalemme, si sviluppa il popoloso quartiere di Silwan (ci vivono 59.000 palestinesi). Ma le bandiere israeliane sui tetti delle case mostrano il progressivo insediamento di coloni ebrei. 

Dall’occupazione militare di Gerusalemme Est nel 1967, il governo israeliano persegue una politica di pianificazione urbana che ha stravolto la composizione demografica della zona. Benché secondo il diritto internazionale Gerusalemme Est sia un territorio occupato (come Cisgiordania e Gaza), lo Stato d’Israele, in violazione di varie risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [1], ha proceduto all’annessione di molti quartieri, insediando popolazione ebraica nei quartieri palestinesi di Silwan e Sheikh Jarrah con vere e proprie colonie, occupazione di singole case e confisca di aree destinate ad uso militare e progetti pubblici. Risulta espropriato il 38% del territorio per la costruzione di insediamenti e basi militari, e attualmente vi sono 11 colonie abitate da circa 210.000 coloni ebrei. Sono stati, inoltre, creati quattro grandi parchi nazionali che occupano il 22% dell’area di Gerusalemme Est. [Le cifre in percentuale vanno sommate!]

Lo status giuridico dei palestinesi gerosolimitani è un altro punto dolente perché secondo il diritto israeliano essi non godono di una piena cittadinanza ma bensì dello status di “residenti permanenti”, che solo in via teorica hanno garantiti gli stessi diritti dei cittadini israeliani. Infatti non è consentito loro di accedere ai pubblici uffici né di votare alle elezioni nazionali. Tale status per di più non è permanente, ma soggetto a possibilità di revoca da parte delle autorità israeliane.

Il quartiere di Silwan [2] è stato trasformato anche attraverso ricerche archeologiche tese a dimostrare che in quell’area si trovano i resti della parte più antica di Gerusalemme. L’imperativo politico è di ricercare e trovare evidenze archeologiche circa la presenza di resti del primo e del secondo Tempio, che gli ebrei credono costruiti tre millenni fa, e del Palazzo di Re Davide (ca. 1000-970 a.C.). Il racconto biblico viene così utilizzato per rivendicare il diritto dello Stato a insediare coloni israeliani, requisire e demolire case dei palestinesi che da decenni vivono con la paura di perdere le loro abitazioni.

Non curandosi delle accuse di occupazione illegale e di aggressione nei confronti degli abitanti di Gerusalemme Est, il Governo israeliano ha messo in atto l’ escamotage di concedere la proprietà legale di Silwan e affidare in blocco le attività (scavi archeologici, sviluppo del turismo, programmi educativi e rivitalizzazione residenziale) all’organizzazione privata EL’AD, El Ir David “Verso la Città di Davide”, un’associazione di coloni religiosi e politicamente di destra, sostenitori di Nethanyau. 

“Rivitalizzazione”, nei fatti, significa demolizione di case palestinesi e attività insediativa, esplicitamente vietate dal diritto internazionale. La comunità di Silwan ha ampiamente denunciato che dall’inizio degli anni ’90 il governo sta utilizzando l’attività archeologica per fini politici e per favorire l’insediamento di coloni, specie da quando EL’AD è stata incaricata degli scavi in tutto il quartiere. Ma i processi  sono finiti in un nulla di fatto, così come era prevedibile.

Ora i primi edifici che un visitatore vede nel rione Wadi Hilweh di Silwan sono il parco archeologico City of David, il sito archeologico Givati Parking Lot (un’area di circa 3.500 mq.) in cui, sopra gli scavi archeologici, sono previste le costruzioni di un museo e di un centro commerciale, a loro volta inclusi nel Parco nazionale Jerusalem Wall, gestito dalla Nature and Parks Authority, agenzia governativa israeliana che gestisce le riserve e i parchi naturali.

In realtà, la maggior parte degli archeologi  delle Università di Tel Aviv e di Gerusalemme ritiene che, mancando solide prove storiche e scientifiche, i resti ritrovati – e oggi accessibili visitando il parco City of David – non possano essere ricondotti al Palazzo di Davide. Di fatto, tutto il progetto archeologico non solo costituisce fonte di sofferenza per la popolazione palestinese che non ha alcuna sicurezza per le proprie abitazioni ed è esclusa dall’accesso ai parchi archeologici, ma è anche oggetto di vivaci controversie scientifiche.

Tuttavia, le guide formate da EL’AD raccontano ai visitatori stranieri che questi resti sono parte del palazzo di Re Davide in una narrazione che confonde elementi biblici e nazionalistici, rimandando ad uno dei padri dell’archeologia biblica, l’archeologo americano Nelson Glueck, dal 1936 responsabile degli scavi in Palestina, orgoglioso di scavare “con la cazzuola in una mano e la Bibbia nell’altra” e per questo lodato da Ben Gurion. Tuttavia da quei tempi, l’archeologia si è evoluta su basi scientifiche e studi antropologici e genetici, sono state studiate le fonti egizie, assire e babilonesi, tanto che ci si è scontrati con l’assenza o l’esiguità di riscontri materiali: la datazione diventa così difficile, soggetta a interpretazioni difformi e non riesce a provare le sacre scritture, spesso neppure quelle più recenti del Libro dei Re sull’antico Regno Unito di Israele fondato circa nel 1050 a.C. da Saul e di cui Davide fu secondo sovrano.

La politica di Israele quindi non tiene in alcun conto il valore del dibattito scientifico che si è sviluppato nel corso degli ultimi decenni col contributo di esperti di fama mondiale tra cui cito quelli che conosco, ovvero Israel  Finkelstein [3], William Dever, Yosef Garfinkel, Eliat Mazar (convinta di aver trovato il Palazzo di Davide nel 2005), Erez Ben-Yosef e Yonathan Mizrachi, direttore del gruppo di archeologi che contestano la ricerca sul suolo di Gerusalemme Est e del quartiere di Silwan.

Note:

  1. L’Assemblea Generale ONU, nella Risoluzione 3314, nota come Dichiarazione sulla definizione di aggressione, stabilì all’articolo 5 paragrafo 3 che nessuna acquisizione territoriale o vantaggio risultante da un’aggressione di uno Stato a danno di un altro possa essere considerata legittima. All’articolo 3 lett. a) nell’elencare i vari atti che possono costituire un’aggressione, l’Assemblea Generale ricomprende anche: “ogni annessione o attacco con l’uso della forza nei confronti del territorio di un altro Stato o parte di esso”. Il diritto dell’occupazione militare, inoltre, preclude ogni possibilità̀ di annessione o di acquisto del titolo di sovranità̀ sul territorio occupato da parte della potenza occupante, costituendo un atto illecito, per esplicita violazione dell’articolo 47 della IV Convenzione di Ginevra e più̀ in generale del principio di temporaneità̀ che regola l’istituto dell’occupazione militare.
  2. in particolare a Al-Bustan, Batn al-Hawa e a Wadi Hilweh, uno dei rioni di Silwan, la cui entrata si trova di fronte a una delle porte della Città vecchia, usata dai religiosi ebrei per andare al Muro del Pianto.
  3. In “Le Tracce di Mosè”, pubblicato nel 2001, Finkelstein propone una nuova prospettiva nel modo di studiare la Bibbia, concentrandosi sul periodo di scrittura dei testi sacri – attorno al 722 a.C. –  quando il Regno di Israele cadde sotto gli Assiri e si ridimensionò nel più piccolo e meridionale Regno di Giuda

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