La bandiera dei poveri. Quando il Sant’Uffizio scomunicò la teologia della liberazione

papa-bergogliodi Anna Migliaccio, Comitato Centrale PdCI

Correva l’anno domini 6 agosto 1984, nella festa della Trasfigurazione del Signore, quando Ioseph Card. Ratzinger che all’epoca non era il Papa ma il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (già Sant’Uffizio, istituto ecclesiastico dei tempi della Santa inquisizione, pronunciava la condanna della dottrina nota come “teologia della liberazione”.

La condanna discendeva in modo preciso e logicamente inoppugnabile dalla dimensione soprannaturale ossia trascendente ed escatologica della Chiesa. La nota del Sant’Uffizio comincia, infatti, esaminando la nozione di “liberazione” nel senso che la fede cristiana può e deve dare a questa parola. Liberazione: altro non può essere che la liberazione dal peccato. Dal suo punto di vista il teologo Ratzinger non fa una piega. Se il cristianesimo perdesse la sua dimensione soprannaturale, se rinunciasse a collocare il Regno dei cieli fuori dal mondo terrestre nel mondo di Dio, allora il cristianesimo perderebbe i caratteri di una religione e diventerebbe un’altra cosa. Lo stesso vale per la nozione di povertà. Nel pensiero cristiano la povertà non è miseria, né indigenza, benché i poveri e gli indigenti nei vangeli siano oggetto dell’amore di Gesù e anche dell’intervento concreto e risolutivo, miracoloso, contro la fame, le malattie la morte, la perdizione. Gesù distribuisce pani e pesci, guarisce gli infermi, esorcizza gli indemoniati, cambia i peccatori.

Dunque tu sei Re. Tu lo dici, ma il mio regno non è di questo mondo. Fu l’equivoco che spinse Giuda a tradire Gesù, almeno secondo la vulgata. Difatti, il prefetto Ratzinger in conclusione della sua bolla di condanna ricorda che la Chiesa “non cessa di ricordare ai suoi figli che essi “non hanno quaggiù stabile dimora”.

La povertà nel pensiero cristiano ha tre significati. E’ un mezzo ascetico per abbandonare questo mondo e raggiungere l’altro mondo, quello di Dio. E’ una virtù, la povertà dello spirito, che significa propriamente la rinuncia a considerare l’uomo in grado di pensare sé stesso e salvare sé stesso in modo scientifico. E’ la schiavitù del peccato, che rende poveri nel senso negativo della miseria morale e materiale. Tutto ciò che di male esiste nel mondo è frutto del peccato. E’ chiaro che in questa prospettiva, quella che userebbe poi qualunque pensiero religioso, non esistono dottrine umane capaci di portare all’uomo vera salvezza. In effetti, non esistono neppure religioni che rinuncino al soprannaturale e all’escatologia. Né la religione cristiana né le altre. Anzi, le religioni orientali hanno in sé ancora più accentuata la visione del mondo reale come insieme di illusioni, come falso mondo contrapposto ad un mondo altro e vero, e generano un totale disinteresse per la sorte dei mortali sulla terra e per le ingiustizie e le soverchierie di questo mondo.

La Chiesa cattolica in verità non ragiona affatto così e ha sempre avuto una dottrina sociale. Ha sempre esortato i suoi figli migliori ad impegnarsi in politica (per Paolo VI la forma più alta di carità).

Ci si potrebbe aspettare che la Chiesa cattolica un bel giorno si decida a trarre da questa impostazione la più logica delle conseguenze, e dichiarare che il capitalismo è un peccato capitale. Che la divisione della società in classi è una conseguenza di questo peccato, e quindi un male. Ci si potrebbe anche aspettare che la Chiesa cattolica, in coerenza con la sua dimensione escatologica e ultraterrena, affermi che una società davvero giusta e davvero senza classi sia un obbiettivo cui si deve tendere in questo mondo sapendo di non riuscire a raggiungerlo pienamente, e che si realizzerà solo nel Regno di Dio. Sarebbe plausibile.

Ma la dottrina politica di Ratzinger è molto diversa, e lo vediamo nelle citazioni che seguono:

“In certe regioni dell’America Latina l’accaparramento della maggior parte delle ricchezze ad’opera di un’oligarchia di proprietari priva di coscienza sociale, la quasi assenza o le carenze dello Stato di diritto, le dittature militari sprezzanti dei diritti elementari dell’uomo, la corruzione di certi dirigenti al potere, le pratiche selvagge di un certo capitale di origine straniera, costituiscono altrettanti fattori che alimentano un violento sentimento di rivolta in coloro che si considerano così le vittime impotenti di un nuovo colonialismo di ordine tecnologico, finanziario, monetario o economico. La presa di coscienza delle ingiustizie si accompagna ad un pathos che spesso mutua dal marxismo il suo linguaggio, presentato abusivamente come se fosse un linguaggio “scientifico”.

Continua il prefetto:

“La lotta di classe come via verso una società senza classi è un mito che blocca le riforme e aggrava la miseria e le ingiustizie. Coloro che si lasciano affascinare da questo mito dovrebbero riflettere sulle amare esperienze storiche alle quali esso ha condotto”.

Insomma, nella visione politica di Ratzinger esiste la coscienza che un eccesso di ingiustizia e soverchierie è un problema, o può diventarlo. Può diventarlo perché se il popolo prende coscienza scientifica dei rapporti di forza e cerca di sovvertirli non salta solo la società divisa in classi ma la dimensione escatologica. Perciò, un’aggiustatina data al sistema della diseguaglianza, la rimozione degli eccessi, e un mondo un po’ più keinesiano distoglierebbe le pecore dal seguire le teorie comuniste.

E’ un democristiano perfetto!

Un pensiero reazionario, di quelli che temono le rerum novarum, si spingerebbe più in là: fino a pensare che un mondo migliore se poi diventa troppo migliore distoglie le pecore dall’aspirazione verso il mondo ultraterreno. Che una certa dose di mali di questo mondo deve pur esistere per alimentare l’utopia di quell’altro mondo. Ci vuole un giusto mezzo, e questo dipende dal livello di coscienza del popolo e dalla sua capacità rivendicativa.

Ma perché il riformismo dovrebbe essere la logica conseguenza delle premesse trascendenti di una religione? E’ una cosa, questa, necessaria, o è solo una delle possibili opzioni? Perché un cristiano dovrebbe essere riformista e non può essere radicalmente contrario al capitalismo?

Leonardo Boff, che è uno dei padri fondatori della teologia della liberazione, salutò con favore il papato di Papa Francesco e le sue prime parole riguardo ai poveri e alla povertà della Chiesa. Ecco come si esprime: “Poiché l’attuale papa Francesco proviene dall’America Latina, molti si sono chiesti se sarà un adepto della teologia della liberazione. La questione è irrilevante. L’importante non è essere della teologia della liberazione ma per la liberazione degli oppressi, dei poveri e dei senza giustizia. E lui lo è, con indubbia chiarezza.”

Nel pensiero di Boff la dimensione escatologica e la visione delle ingiustizie come peccato rimane intatta, e del resto se non fosse così, lui sarebbe ateo. Ecco come prosegue nella sua analisi:

“In verità, questo è sempre stato il proposito della teologia della liberazione. In primo luogo viene la liberazione concreta dalla fame, dalla miseria, dalla degradazione morale e dalla rottura con Dio. Questa realtà appartiene ai beni del Regno di Dio e era nei propositi di Gesù. Poi, al secondo posto, viene la riflessione su questo dato reale: in che misura lì si realizza anticipatamente il Regno di Dio e in che modo il cristianesimo, con il capitale spirituale ereditato da Gesù, può collaborare, insieme ad altri gruppi umanitari, a questa liberazione necessaria”

Perciò, se il Papa dice che i comunisti gli hanno rubato la bandiera dei poveri e che questa in origine appartiene al Vangelo (è ciò che ha affermato domenica scorsa sulle pagine del Messaggero) se si spinge a condannare alcuni evidenti mali morali e riafferma il valore etico della politica, forma di carità, se afferma, come fa in quell’intervista, che la perdita del lavoro è perdita di dignità, la forme più grave della miseria spirituale, si potrebbe osservare che molto spesso la Chiesa cattolica ha abbandonato quella bandiera dei poveri sul terreno o ne ha negato la legittimità. Allora è legittimo e anche necessario che qualcun altro la raccolga.Più corretto a mio avviso è argomentare che si tratta di due bandiere diverse non necessariamente l’una incompatibile con l’altra. Il punto di vista di Boff rappresenta questa sintesi, ed è che il riformismo non costituisce l’unica teologia politica possibile per un cristiano.Noi comunisti portiamo la nostra bandiera, quella dell’eguaglianza e della giustizia sociale, di un modello di sviluppo economico che prevede l’abolizione delle classi sociali e delle diseguaglianze, la dignità per tutti. E’ un obbiettivo che si può raggiungere per via democratica. E’ un obiettivo che non deve pretendere di contendersi con le religioni un terreno escatologico, una risposta al mistero della malattia e della morte. Il modello di economia socialista non è né utopico né perfetto. Non deve aspirare ad essere il Regno di Dio in terra. Il comunismo non è una religione. Sarebbe un equivoco tanto pensare alla religione laica quanto alla teologia comunista.