Cento miliardi di galassie

pubblichiamo  la prefazione, il cap.2 e cap. 3 del nuovo libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli intitolato ‘Cento miliardi di galassie’, con introduzione di Alessandro Testa: il saggio filosofico in oggetto può essere richiesto alla casa editrice La Città del Sole al costo di € 25,00.

Per un realismo resiliente della praxis

Introduzione di Alessandro Testa

K. Marx, ottava tesi su Feuerbach: “La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di tale prassi”.

Prefazione

L’eurekismo e la riproduzione creativa del reale

Il tratto distintivo dell’idealismo soggettivo risulta l’affermazione di una presunta dipendenza sia gnoseologica che ontologica dell’essere (miliardi di galassie, le stelle, ecc.) rispetto al pensiero e alle sensazioni degli uomini.

L’idealismo soggettivo, spesso conosciuto con la denomina-zione di antirealismo ontologico, ha come sua matrice principale la tesi secondo cui non esiste oggetto senza un soggetto umano che lo percepisca (Schopenhauer): quindi “esse is percepi”, ossia l’essere dei vari enti naturali consiste nell’essere percepiti dagli esseri umani (Berkeley).

In altre parole il fulcro dell’idealismo soggettivo risulta l’affermata dipendenza, sia gnoseologica che ontologica, dell’essere (le galassie, il sole, ecc.) rispetto al pensiero e alle sensazioni umane: ossia, come affermò Schopenhauer, nella «conoscenza che tutto ciò che è esteso nello spazio» (le stelle, il sole, la luna, le montagne, ecc.), «e cioè il mondo materiale, oggettivo in generale esiste come tale assolutamente nella nostra rappresentazione, e che è falso, anzi assurdo, attribuirgli, in quanto tale, una esistenza fuori da ogni rap-presentazione e indipendente dal soggetto conoscitivo, e assumere quindi una materia come semplicemente esistente e dotata di realtà propria».1

Quindi le stelle, il Sole, la Luna e gli altri oggetti esistono solo se sussiste un “soggetto conoscitivo”, un “sostegno” (Schopenhauer) umano che li osserva, misura e interpreta; come affermò a sua volta il fisico – e filosofo idealista – Henry Poincaré, «tutto ciò che non è pensato è puro nulla», in quella che Lenin definì giustamente come una logica “conclusione” ed esito finale dell’antirealismo ontologico.

Se il nucleo essenziale di ogni idealismo, come sosteneva Hegel nella sua Logica, consiste nel «non ritenere vero il finito», quello soggettivo declina tale tesi generale individuando nella coscienza e nell’esistenza umana il vero “sostegno” e la “reale” (si fa per dire, certo) base degli oggetti finiti, stelle, sole e luna compresi.2

Inevitabilmente l’antirealismo ontologico ritiene falsa, sbagliata e a volte addirittura “assurda”, come nel caso di Schopenhauer, la posizione generale costantemente sostenuta dal realismo ontologico: ossia che i molteplici oggetti hanno «una esistenza fuori di ogni rappresentazione e indipendente dal soggetto conoscitivo» (Schopenhauer), che la materia risulta «semplicemente esistente e dotata di realtà propria» (sempre Schopenhauer) e che quindi – per dirla questa volta con lo scrittore scozzese A. J. Cronin – le stelle stanno a guardare l’umanità, non dipendendo da quest’ultima per la loro genesi e processo di sviluppo, oltre che nella loro decadenza e trasformazione finale.

Non certo casualmente un geniale esponente della tendenza materialista del realismo ontologico, V. I. Lenin, notò a tal proposito che «il punto di vista giusto, quello del materialis-mo dialettico, deve essere formulato così: gli elettroni, l’etere e tutto il resto esistono o no al di fuori della coscienza umana, come realtà oggettiva? È a questo problema che gli studiosi devono rispondere senza esitazione ed essi rispondono sempre affermativamente, allo stesso modo che ammettono l’esistenza della natura come anteriore alla nascita dell’uomo e della materia organica. La questione è così risolta in favore del materialismo, poiché, come abbiamo già detto, la nozione della materia non significa assolutamente nient’altro dal punto di vista della teoria della conoscenza che la realtà oggettiva, la cui esistenza è indipendente dalla coscienza umana e che è riflessa da questa».3

Viceversa, almeno nell’universo mentale proposto dall’idea-lismo soggettivo, gli elettroni, le galassie, le stelle, «i soli e i pianeti senza un occhio che li veda e un intelletto che li riconosca» non sono più comprensibili e «intelligibili di un sideroxylon», ossia di un ferro di legno: è sempre Schopenhauer che parla con estrema chiarezza continuando a illuminarci, a modo suo, su un’importante questione che, a partire dall’India di quattordici secoli fa, assilla e interessa carsicamente il processo di riflessione filosofico.4

L’universo mentale dell’antirealismo ontologico è stato rappresentato in modo splendido dal reazionario ma geniale J. L. Borges, nel suo racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius pubblicato nel 1940 all’interno del libro Finzioni.

In tale narrazione si immagina che all’Hotel de Adrogué fosse stato a lungo ospite un ingegnere inglese, Herbert Ashe, che giocava a scacchi con il padre di Borges.

Dopo la sua morte Borges venne fortuitamente in possesso di un pacchetto sigillato, che era stato inviato all’ingegnere Ashe qualche giorno prima che egli morisse, rimanendo nel bar dell’Hotel. Con meraviglia egli trovò l’undicesimo volume della First Encyclopaedia of Tlön, nella cui prima pagina era impresso un timbro con la scritta: Orbis Tertius.

Il narratore abbandona a quel punto «le vesti dell’investi-gatore e si dedica con partecipazione al racconto del mondo di Tlön, risultante dal volume enciclopedico di cui è venuto in possesso.

Tlön è ora un pianeta, con le sue nazioni. Vi impera l’idealismo, segnatamente quello berkeleiano; la cultura classica comprende ivi una sola disciplina: la psicologia. Non vi si concepisce lo spazio ed anche la successione degli eventi è soltanto un’associazione di idee. Le scuole tlöniste negano il tempo.

Gli oggetti sono immateriali, sono percezioni della mente (Esse est percipi).

Essi vengono convocati o obliati secondo la necessità, nella letteratura secondo la necessità poetica.

La lingua è congetturale e non contempla il sostantivo, che, nell’emisfero australe, è sostituito da verbi impersonali, qualificati da suffissi con valore avverbiale; in quello boreale, da un’accumulazione di aggettivi.

La metafisica è un ramo della letteratura fantastica; la filosofia è un gioco dialettico, una filosofia del “come se”. Il materialismo è motivo di scandalo e chi lo sostiene è eretico.

Il fatto che gli oggetti – i hrönir – siano prodotti del pensiero consente di modificare anche il passato, l’archeo-logia, la storia.

Non c’è identità personale e il soggetto della conoscenza è ivi unico ed eterno.

Da ciò discende che la letteratura è opera d’un solo autore ed i libri hanno tutti lo stesso argomento, con tutte le permutazioni immaginabili.

Il problema fondamentale è: chi furono gli inventori di Tlön? Si pensa ad una società segreta sotto la direzione di un oscuro uomo di genio. Al principio Tlön apparve come un puro caos, ma ora si sa che è un cosmo, le cui leggi sono opera dell’uomo».5

Borges descrive dunque un mondo alternativo dominato dall’idealismo soggettivo, nel quale non esiste causalità e dove il cosmo viene considerato come “un insieme di processi mentali”, prodotti proprio dagli abitanti di Tlön.

Borges infatti immagina un mondo nel quale «non è esagerato affermare che la cultura classica di Tlön comprende una sola discipli-na: la psicologia. Le altre, le sono subordinate. Ho già detto che gli abitanti di questo pianeta concepiscono l’universo come una serie di processi mentali, che non si svolgono nello spazio, ma successiva-mente, nel tempo. Spinoza attribuisce alla sua inesauribile divinità i modi del pensiero e dell’estensione; su Tlön, nessuno comprenderebbe la giustapposizione del secondo (che caratterizza solo alcuni stati) e del primo, che è un sinonimo perfetto del cosmo. In altre parole: non concepiscono che lo spaziale perduri nel tempo. La percezione di una fumata all’orizzonte, e poi della campagna incendiata, e poi della sigaretta mal spenta che provocò l’incendio, è considerata un esempio di associazione di idee.

Questo monismo o idealismo totale invalida la scienza. Spiegare (o giudicare) un fatto, è unirlo a un altro fatto; ma quest’unione, su Tlön, corrisponde a uno stato posteriore del soggetto, e non s’applica allo stato anteriore, dunque non lo illumina. Ogni stato mentale è irreducibile: il solo fatto di nominarlo – id est, di classificarlo – comporta una falsificazione. Da ciò, sembrerebbe potersi dedurre che su Tlön non si dànno scienze, né ragionamenti di sorta. La verità, paradossale, è che le scienze colà esistono, e in numero quasi sterminato. Delle filosofie, nell’emisfero boreale, accade ciò che nell’emisfero australe accade dei sostantivi: il fatto che ogni filosofia non possa essere, in partenza, che un gioco dialettico, una Philosophie des Als Ob, ha contribuito a moltiplicarle. Abbondano i sistemi incredibili, ma di architettura gradevole o di carattere sensazionale. I metafisici di Tlön non cercano la verità e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa. Giudicano la metafisica un ramo della letteratura fantastica».

In questo mondo “idealista totale”, paradossalmente risulta quasi incomprensibile proprio il realismo/materialismo, con la sua tesi sull’esistenza degli oggetti (le “nove monete di rame”) indipendente-mente dall’uomo e dalla sua coscienza.

«Tra le dottrine di Tlön, nessuna ha sollevato tanto scalpore come il materialismo. Alcuni pensatori ne hanno dato una formulazione, ma in termini più fervidi che chiari, come chi sa di proporre un paradosso. Per facilitare l’intendimento di una tesi così inconcepibile, un eresiarca del secolo XI escogitò il sofisma delle nove monete di rame, la cui scandalosa rinomanza equivale, su Tlön, a quella delle aporie eleatiche. Di questo “ragionamento specioso” si hanno molte versioni, che differiscono quanto al numero delle monete o a quello dei ritrovamenti; ecco la più comune:

Il martedì, X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia di casa sua.

Da questa storia l’eresiarca pretendeva dedurre la realtà – cioè la continuità – delle nove monete recuperate.

È assurdo (affermava) immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al giovedì, tre dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina. È logico pensare che esse siano esistite – anche se in un certo modo segreto, di comprensione vietata agli uomini – in tutti i momenti di questi tre periodi.

Il linguaggio di Tlön si prestava male alla formulazione di questo paradosso; i più non lo compresero. I difensori del senso comune si limitarono, al principio, a negare la veracità della storia. Ripeterono che si trattava di un inganno verbale, fondato sull’impiego temerario di due voci neologiche, non consacrate dall’uso ed estranee ad ogni pensare severo: i verbi trovare e perdere, che comportavano, qui, una petizione di principio, poiché supponevano l’identità delle prime nove monete e delle seconde. Denunciarono la perfidia circostanza di quell’“un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì”, che presuppone ciò che si tratta di dimostrare: la persistenza delle quattro monete tra il martedì e il giovedì. Osservarono che altro è uguaglianza, altro identità; e prospettarono, in guisa di redutio ad absurdum, il caso ipotetico di nove uomini che in nove notti successive provano un vivo dolore. Non sarebbe assurdo – chiesero – pretendere che questo dolore sia lo stesso? Aggiunsero che l’eresiarca era stato mosso unicamente dal proposito blasfemo di attribuire la divina categoria dell’essere ad alcune semplici monete; e rilevarono che colui a volte negava la pluralità, altre no. Se l’uguaglianza comporta identità – argomentarono – bisognerebbe anche ammettere che le nove monete sono una moneta sola».6

Dopo che anche Borges ha levato il velo sull’universo mentale, profondamente malato, dell’idealismo soggettivo, per concludere il processo di definizione dell’antirealismo/realismo ontologico serve solo precisare che tale questione teorica deve essere distinta da quella del realismo scientifico, relativa alle verità delle teorie scientifiche.

A tal proposito G. Fornero e S. Tassinari hanno notato correttamente, nel loro interessante libro Le filosofie del Novecento, che «vanno tuttavia compiute in via preliminare almeno due distinzioni. Innanzitutto fra un realismo ontologico e uno scientifico: il primo si pone la questione di che cosa esista realmente e riguarda dunque le nostre teorie sul mondo esterno (la cui esistenza non era stata negata neppure da idealisti come Berkeley): in genere esso crede all’esistenza effettiva e concreta delle entità inosservabili di cui ci serviamo per spiegare quelle osservabili. Il secondo, invece, si pone la questione del valore conoscitivo delle teorie scientifiche e del loro rapporto con la realtà esterna, l’oggetto delle teorie stesse; in linea di massima esso crede che esista una corrispondenza fra quanto asserito dalle teorie e l’effettivo stato di fatto della realtà e sottintende tacitamente l’esistenza del mondo esterno. Un’altra distinzione è quella fra un realismo sulle teorie e uno sulle verità; per il primo le teorie sono vere e dunque parlano del mondo così com’è, cioè descrivendolo, mentre il secondo (che pertanto si impegna meno da un punto di vista ontologico) si limita ad asserire che le entità di cui le teorie parlano esistono davvero».7

Ma a questo punto bisogna affrontare il toro (ontologico) per le corna: ha ragione Schopenhauer a definire sbagliata e “assurda” la teoria realista, o viceversa risultano errate e assurde le tesi dell’idealismo soggettivo relative al “nessun oggetto senza soggetto”?8

Da quale delle due – inconciliabili e opposte – parti sta la verità?

Hanno forse ragione gli immaginari abitanti di Tlön dunque, con la loro visione ontologica per cui gli oggetti – ivi compresa la loro stessa esistenza – costituiscono un sottoprodotto dell’attività mentale, o viceversa la cosmo-visione realista dell’universo?

La verità può essere definita, seguendo il geniale ma quasi dimenticato filosofo E. Ilyenkov, come il processo infinito e sempre approssimativo di riproduzione e ricostruzione mentale della realtà esterna in continua trasformazione da parte del pensiero umano attraverso la praxis sociale, i sensi e le osservazioni empiriche, le diverse forme di linguaggio e le categorie logiche, gli esperimenti e le leggi scientifiche, le forme ideali e i simboli, i disegni e altri strumenti cognitivi: ma la realtà esterna al pensiero esiste indipendentemente dalla “cosa nel pensiero”, ossia dal mondo ricostruito e riprodotto dal pensiero stesso sul piano ideale?9

Le risposte a tali domande ed enigmi ontologici sono scritte nel vento impetuoso della praxis sociale umana, come aveva del resto previsto Marx nelle sue formidabili Tesi su Feuerbach.

In tale ipersintetico lavoro, il grande filosofo tedesco sottolineò che «la questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica».10

Non si tratta di “antifilosofia”, come ha erroneamente sostenuto B. Groys, ma viceversa di un livello superiore di riflessione teorica nel quale proprio la ragione ammette, attraverso l’uso della dialettica, la centralità della praxis collettiva per l’effettiva soluzione dei molteplici problemi filosofici, una volta che la pratica sociale è collegata e unita strettamente alla “comprensione” (Marx, ottava tesi su Feuerbach) di quest’ultima da parte del pensiero e dell’auto coscienza umana.11

Nel 1844, ossia nei suoi splendidi Manoscritti economico-filosofici, Marx aveva del resto già collegato esplicitamente realismo ontologico e praxis umana quando notò, con grande lucidità, che «gli oggetti dei suoi impulsi» (degli impulsi dell’uomo) «esistono fuori di lui, come oggetti da lui indipendenti» (ripetiamo: come “oggetti indipendenti” dall’uomo) «ma questi oggetti sono oggetti del suo bisogno, oggetti essenziali, indispensabili ad attuare e confermare le sue forze essenziali… La fame è un bisogno naturale; essa quindi ha bisogno di una natura fuori di sé, di un oggetto fuori di sé» (oggetto fuori dell’uomo) «per soddisfarsi e calmarsi. La fame è il bisogno oggettivo che un corpo ha di un oggetto esterno a lui…».12

Certo, molto prima di Marx, seppure senza un’indispensabile riflessione su tali questioni, il filosofo cinico Diogene di Sinope aveva confutato efficacemente nel IV secolo a.C. i paradossi di Zenone sull’inesistenza del movimento proprio con l’azione, alzandosi e camminando di fronte all’avversario; nell’opera di Molière intitolata Il matrimonio di Sganarello, quest’ultimo demolì i dubbi e lo scetticismo generalizzato del dottor Marfurio relativo alla verità bastonandolo in modo veritiero e indiscutibile, mentre il poeta e saggista Samuel Johnson a sua volta infirmò con l’azione la teoria del vescovo Berkeley sull’inesistenza della materia colpendo una grossa pietra, con un calcio così forte da farla rimbalzare e affermando subito “Ecco come la confuto”.13

Tuttavia serve e risulta assolutamente indispensabile un processo di valutazione teorica rispetto alla praxis sociale umana, innanzitutto focalizzando l’attenzione su specifiche forme di pratica sociale quali astrofisica, geologia e biologia che confermano la teoria realista, smentendo simultanea mente le tesi dell’idealismo soggettivo: a partire dalla clamorosa scoperta, nel 1917, di almeno cento miliardi di galassie in precedenza assolutamente ignote al genere umano.

Vanno pertanto costruite tutta una serie di categorie teoriche, in qualità di indispensabili strumenti di produzione di elaborazione filosofica sulla tematica del realismo/antirealismo, partendo dal costante eurekismo della conoscenza umana: ossia dal processo continuo di ritrovamento di nuove entità e oggetti sconosciuti e ignoti in precedenza anche solo come presenza materiale.

Il decisivo salto di qualità gnoseologico e il punto di non ritorno di natura epistemologica, sia per la scienza che per il processo di teorizzazione filosofico, non risiede infatti nel “nobile” e ben conosciuto settore della pratica sperimentale e del metodo sperimentale ma, invece, nel trascurato, “operaio” e “non sedotto dalla matematica” segmento della praxis teso al rinvenimento di nuovi oggetti, non diretta mente dipendente da leggi ed equazioni scientifiche.14

Il naturale ruolo sociale svolto dall’eurekismo, all’interno sia della scienza che del processo di sviluppo del genere umano, era stato in parte compreso da Karl Marx. Nel terzo libro de Il Capitale, infatti, il geniale scienziato e rivoluzionario tedesco aveva forgiato l’intrigante e assai utile categoria del lavoro universale, specificando che per esso “si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi, in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti»: ma anche questa notevole scoperta scientifica di Marx era stata lasciata quasi del tutto ad ammuffire, rischiando di cadere preda della critica roditrice del vuoto mentale nichilista.15

Ma perché l’eurekismo è diventato tanto importante, almeno da quel felice gennaio del 1612 quando Galileo Galilei scoprì dei satelliti di Giove?

Lo scopo principale delle scienze naturali risulta la conoscenza del mondo, del “cosa, come e perché” dell’universo: e a tal fine serve, come condizione preliminare, una mappa precisa ed esatta del cosmo, dai quark fino ad arrivare ai giganteschi ammassi di galassie, che non può che essere prodotta ritrovando, osservando e registrando i diversi processi/oggetti materiali concretamente esistenti nelle loro connessioni reciproche, come quelle che esistono tra galassie e stelle, tra stelle e sistemi solari e via scendendo di scala per arrivare al subuniverso quantistico, in modo tale da costruire l’infrastruttura, le fondamenta e i muri portanti della scienza.

La storia di quest’ultima, nel corso degli ultimi secoli e dal gennaio 1610 fino all’inizio del terzo millennio, è pertanto rappresentata legittimamente anche dal processo di costruzione di tale supermappa, che comprende fenomeni e oggetti naturali – almeno cento miliardi di galassie, milioni di specie di batteri, le onde gravitazionali create dalla collisione di due buchi neri, le particelle subatomiche a partire dal resiliente protone, ecc. – impensabili e inimmaginabili ancora ai tempi del grande Galileo Galilei, spostando in avanti “le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni”, come aveva evidenziato Enrico Fermi nel dicembre del 1938.16

L’eurekismo costituisce una variabile dipendente dallo sviluppo degli strumenti sociali di ricerca tecnoscientifici (telescopio, microscopio, ecc.), dalla quantità/qualità degli esseri umani concretamente impegnati nella ricerca sul mondo naturale e dal “lavoro universale” (Marx) formato dalle scoperte scientifiche accumulatesi in precedenza.

Si tratta di un arcipelago teorico-concreto quasi incontaminato, in gran parte ancora da indagare e svelare facendolo uscire dallo scoperto, costruito mano a mano dalla praxis collettiva e dalla riflessione umana, nel quale coincidono la scoperta dell’oggetto – finora – ignoto, il controllo scientifico sulla sua reale presenza ontologica e il processo di apprendimento su quest’ultimo: vengono quindi pienamente rispettati i capisaldi del metodo scientifico, ossia la ripetibilità degli esperimenti/osservazioni e la conferma dei risultati ottenuti da parte di qualunque essere umano dotato di strumenti adeguati (telescopi, ecc.).

L’eurekismo, inteso come pratica sociale umana, si rivela subito una potente arma dotata di grande potenzialità anche nei confronti del campo filosofico una volta analizzata nel suo fulcro essenziale, ossia il processo di trasformazione della natura ignota in conoscenza umana.

Innanzitutto esso costituisce un’attività soggettiva intrisa e composta da progettualità, azioni e sensazioni umane, ma tuttavia allo stesso tempo ha acquisito via via simultanea mente un senso e un valore oggettivo attraverso i mezzi di osservazione scientifica, passando dal telescopio di Galileo Galilei fino ai microscopi e allo spettrometro di massa, di datazione (quali ad esempio i metodi di datazione all’uranio-piombo e al potassio-argon, il sistema della “candela standard” e gli strumenti spettroscopici impiegati al fine di calcolare le distanze tra stelle e galassie, ecc.) e di misurazione, utilizzati ormai molto spesso, a partire soprattutto dall’ultimo secolo, all’interno della praxis scientifica: risulta quindi una pratica iperverificabile e databile, rispetto agli oggetti da essa via via ritrovati.

Per quanto riguarda poi il suo sottoprodotto e il risultato centrale, l’eurekismo stabilisce in modo inevitabile e per così dire strutturale l’indipendenza ontologica dei nuovi oggetti, processi e tipologie di enti mano a mano ritrovati, dato che senza tale condizione fondamentale verrebbe subito meno lo stesso status di reale scoperta relativa ai nuovi fenomeni/cose naturali ed essa si rivelerebbe invece come un colossale errore, anche nel migliore dei casi. Siamo dunque in presenza di una logica inesorabile “della presenza” che discende proprio dalla praxis del concreto e indiscutibile rinvenimento di nuovi oggetti e processi naturali, preesistenti sul piano ontologico all’attività scientifica che li porta alla luce ma simultaneamente ignoti in precedenza come enti (e tipologie di enti) ben separati e distinti dagli altri: come avvenne nel caso particolare dell’ossigeno scoperto nel 1778 da Lavoisier, in qualità di elemento chimico diverso da tutti i restanti e, soprattutto, dall’inesistente flogisto.

Tale forma specifica di indipendenza ontologica tra l’altro si rafforza nei numerosissimi casi concreti di oggetti (e tipologie di enti) scoperti ex novo e datati con sicurezza in tempi assai lontani del passato, nel quale l’Homo sapiens sapiens, oltre che i suoi antenati anche più remoti, non esisteva né poteva esistere: dotati e muniti, quindi, di una doppia indipendenza ontologica, la seconda di natura temporale.

Attraverso e grazie alla pratica scientifica, ivi compresa l’attribuzione di un’età relativamente sicura, emerge dunque un protagonismo del soggetto cognitivo altrettanto indiscutibile della sicurezza rispetto al ritrovamento e alla datazione dei nuovi oggetti e processi naturali, creando un particolare shock e “SCOSSA” ontologica: e cioè il Soggetto Comprende l’Oggetto Senza Soggetto Antecedente, eliminando simultaneamente l’orrendo, pietrificante e illusorio velo di Maya dell’insicurezza, più o meno mascherata, rispetto all’esistenza indipendente e autonoma del mondo esterno, dato che proprio l’agente innegabile e il vettore evidente dell’attività scientifica trascende se stesso dimostrando come gli enti naturali esistessero prima e indipendentemente dall’Homo sapiens stesso, dall’artefice dei nuovi rinvenimenti e individuazioni di oggetti ignoti in precedenza.

L’eurekismo rivela altresì anche quella particolare dialettica tra passato e presente che si esprime anche attraverso la verifica attuale, nel nostro tempo rispetto ai multiformi oggetti formatisi invece in epoche molto remote, durante le quali non si era ancora formato né il genere umano né i suoi più lontani antenati: esso costituisce pertanto l’unica, anche se limitata e particolare, macchina del tempo attualmente a disposizione del genere umano, permettendo di analizzare tutta una serie di enti e processi materiali per come essi risultavano essere nel passato, a volte anche più dei 13 miliardi di anni or sono, come nel caso delle galassie più lontane finora rinvenute dall’attività collettiva umana.

In astronomia guardare lontano nello spazio infatti significa, simultaneamente e necessariamente, anche andare indietro nel tempo vista la velocità non infinita della luce con la quale si studiano i corpi celesti e che, per arrivare fino a noi da questi ultimi, impiega un arco temporale che dipende dalla distanza che separa la Terra dagli oggetti in via di osservazione: quanto più guardiamo in lontananza nello spazio, tanto più si torna indietro in epoche remote ed arcaiche.

Proprio l’attività eurekista trasforma inoltre immediatamente qualunque nuovo ente e dinamica naturale rinvenuta dall’uomo in preziose informazioni, dati empirici e immagini a disposizione della nostra specie, cambiando quindi la materialità della natura in un elemento mentale: il nuovo ente, ossia la nuova realtà rinvenuta, viene dunque “tradotto e trasferito” nel cervello umano, come del resto venne indicato, nel senso più ampio possibile, da Marx nel gennaio del 1873, e alla fine della sua spettacolare postfazione al primo libro de Il Capitale, permettendo dunque al soggetto umano di comprendere ed essere sicuro che “l’oggetto” (nuove galassie, pianeti, nuove specie di batteri, ecc.) esisteva indipendente-mente da lui stesso, dalla sua presenza, sensi e azione collettiva, ivi compresa ovviamente la stessa praxis eurekista.

Come suo ulteriore sottoprodotto, inoltre, la sezione di attività scientifica in via di esame produce inevitabilmente una fondamentale contraddizione dialettica tra vecchio e nuovo, da intendersi come asimmetria in via di costante trasformazione creatasi tra il “vecchio mondo” conosciuto dal genere umano e quello nuovo, invece costituito dalle informazioni via via accumulatesi su tutti i fenomeni e gli enti naturali ignoti in precedenza alla nostra specie.

Tali nuove conoscenze tra l’altro vengono ormai da molto tempo archiviate e conservate, diventando quindi riproducibili potenzial-mente all’infinito, grazie ai mezzi costruiti dall’uomo a tale scopo (impianti di registrazione sonora e/o visiva, ecc.): ormai si può affermare, a tal proposito, che “scoperto una volta, scoperto e verificabile per sempre”, visto e considerato lo spettacolare progresso tecnologico che avviene in questo specifico settore della pratica gnoseologica umana.

L’eurekismo svolge altresì un triplice e simultaneo ruolo teorico: verifica e legittimazione nei confronti del realismo filosofico, vista l’indipendenza ontologica posseduta strutturalmente dai nuovi oggetti/processi scoperti, ma simultanea-mente falsifica e confuta l’idealismo soggettivo e la sua tesi centrale del “nessun oggetto senza soggetto”, visto che fin da subito emerge come i nuovi processi materiali rinvenuti non fossero noti in precedenza, fino all’attimo della scoperta, al “soggetto” di derivazione schopenhaueriana.

Ma non solo: il processo continuo di scoperte di nuovi oggetti costituto dall’eurekismo aiuta altresì, con il suo trionfo spettacolare e plurisecolare, a rendere insostenibile anche la posizione delle multiformi teorie dell’antirealismo epistemologico (costruttivismo, ecc.) a partire dal loro precursore, quello strumentalismo di Dewey e Mach secondo il quale le teorie scientifiche non sono descrizioni veritiere della realtà fisica, ma invece semplici strumenti più o meno efficaci per organizzare, rappresentare e prevedere fenomeni osservabili. Una volta fatta propria e acquisita la concretissima realtà secondo cui la scienza è composta anche, e in misura assai considerevole, dal continuo successo nel ritrovamento indiscutibile di enti, processi e oggetti sconosciuti in precedenza agli scienziati-osservatori e al genere umano, da miliardi di galassie fino ai quark, crolla simultaneamente non solo l’antirealismo ontologico ma anche tutte le tesi che riproducono, in modo più o meno creativo, quelle già avanzate un secolo fa da Mach e Dewey.

L’iperpotenza concreta e teorica della pratica eurekista, come del resto altre forme di azione scientifica, compie dunque la “magia” di trasformare la non-conoscenza in conoscenza, rendendo noti al genere umano sia il processo di riproduzione materiale che almeno alcune delle caratteristiche dei nuovi oggetti ritrovati, dalle onde gravitazionali fino ad arrivare all’antimateria, alla radiazione cosmica e ai quark: si realizza pertanto un concreto processo di accumulazione di nuovi dati e inedite informazioni, di valore indiscutibile e oggettivo, in un processo a spirale che non può che accrescere le proprie potenzialità e poteri concreti nel futuro, a partire dal particolare “triangolo d’oro delle scoperte” avente per oggetto nuove galassie/stelle, nuovi pianeti extrasolari (alcuni dei quali probabilmente adatti per lo sviluppo della vita) e nuove specie viventi prima ignote, sul nostro pianeta, a partire dai batteri.

Le potenzialità che si aprono nel futuro all’eurekismo scientifico risultano in ogni caso gigantesche sul piano quantitativo persino nell’ipotesi peggiore, dato che gli innumerevoli oggetti ancora da scoprire (con altissimo livello di probabilità) nel settore delle galassie e delle specie viventi terrestri gli assicurano nei prossimi decenni di mantenere un ruolo importante nel processo di sviluppo scientifico: la prima immagine e prova visiva diretta di un buco nero, ottenuta all’inizio del 2019 dall’Event Horizon Telescope Consortium osservando il buco nero denominato M87, non rimarrà ad esempio isolata e solitaria per un lungo periodo.17

Grazie allo sviluppo continuo degli strumenti di osservazione e calcolo scientifici, quali ad esempio l’interferometria astronomica (tecnica che si basa sul principio di interferenza delle onde elettromagnetiche, consentendo di ottenere elevati poteri risolutivi), l’intelligenza artificiale e i computer quantistici, l’eurekismo potrà espandere ulteriormente la sua efficacia e il suo raggio di azione anche nel corso del XXI secolo, come del resto è già avvenuto nel caso dell’onda gravitazionale scoperta nell’agosto del 2019 e creata dalla collaborazione tra tre stelle a neutroni, osservate sia nell’agosto del 2017 che nell’aprile del 2019.18

La dinamica impetuosa di ritrovamento di nuove entità/processi, nella quale confluiscono praxis e materialità, dialettica tra possibile e reale, scienza e riflessione teorica su di essa diventa a sua volta parte integrante del sopracitato lavoro universale, manifestando ed esprimendo due proprietà tipiche di quest’ultimo.

Il patrimonio inestimabile costituito dal lavoro universale, ivi compresi i sottoprodotti dell’eurekismo, non rimane assoluta-mente statico e immutabile, ma invece risulta un tesoro portato strutturalmente ad aumentare e accrescersi, più o meno rapidamente grazie alla pratica collettiva del genere umano, alla combinazione dialettica tra il “lavoro dei morti” e l’esperienza scientifica-tecnologica delle nuove generazioni, rappresenta pertanto una risorsa non solo inesauribile ma anche in via di accumulazione esponenziale.

L’“Eldorado” in via di analisi costituisce altresì potenzial-mente un bene comune e un patrimonio collettivo del genere umano: un “commons”, secondo la terminologia inglese, al pari del Sole e del vento, dell’acqua e delle altre forze naturali, non prodotte dall’attività umana; larga parte del lavoro universale, come aveva sottolineato ad arte Marx, costituisce infatti un sottoprodotto del “lavoro dei morti” che, almeno finora, non hanno mai avanzato rivendicazioni particolari sulle loro precedenti scoperte, partendo da Galilei per arrivare al grande Albert Einstein con le sue onde gravitazionali e la trasformazione della materia in energia (e viceversa).

Eurekismo, ma non solo esso.

Va introdotto altresì nel continente filosofico anche il concetto teorico di coesistenza materiale tra passato e presente in qualunque ente, un microsecondo dopo la sua genesi concreta: ad esempio un protone risulta contemporaneamente il protone del presente ma anche la sua resiliente storia durata quasi 14 miliardi di anni, una galassia è allo stesso tempo la sua situazione attuale e quella antecedente, ogni uomo si rivela sia l’essere del suo tempo attuale che anche la sua storia precedente, a partire dal suo patrimonio genetico ereditario oltre che dai resistentissimi ed eonici protoni che lo compongono fin dalla sua nascita.

L’identità, intesa come sintesi dialettica tra continuità e trasformazione nel tempo, si rivela anche nella contraddittoria ma concretissima coesistenza tra presente e passato all’interno di ogni processo naturale, dai quark fino alle galassie e agli uomini.

Essa si basa su processi concretissimi quali il parziale inserimento, seppur mutevole e cangiante, della struttura del passato di ogni ente in quella del suo presente; sulla costante azione dell’entropia (ossia aumento del disordine) nel corso del tempo; sulla parziale continuità nel passaggio delle informazioni (ivi comprese quelle genetiche) dei tempi andati in quelle invece del presente; sulla parziale coesistenza del mondo subatomico del passato, a partire dai protoni, nella nostra realtà materiale attuale e, infine, sull’inevitabile inclusione della durata e resilienza nel passato, all’interno della contemporaneità di ogni oggetto.

Anche se il rapporto tra presente e passato risulta diverso per ogni ente naturale e si rivela anche nel continuo mutamento all’interno di ciascuno di loro, la legge ontologica della coesistenza universale tra presente e passato comporta tutta una serie di conseguenze filosofiche: ivi compresa l’incorporazione dell’età passata di ogni ente (dalle galassie ai quark agli esseri umani) nelle ineliminabili caratteristiche principali del presente di qualunque processo naturale, con conseguenze stellarmente deleterie e sicuramente “radioattive” per la teoria dell’antirealismo ontologico che esamineremo in seguito.

Altri utili “attrezzi” teorico-filosofici che saranno usati in questo saggio riguardano:

  • l’ampliamento della tradizionale concezione della scienza, imperniata su leggi ed equazioni, con la derivata modifica sia della storia che della filosofia di quest’ultima, introducendo come elemento centrale e prioritario nel suo processo di sviluppo a partire dal 1540/1610 proprio il sopracitato eurekismo; partendo dall’epocale rinvenimento dei satelliti medicei da parte di Galileo Galilei nel gennaio del 1610, passando mano a mano al ritrovamento della cellula nelle piante e negli animali (giustamente esaltata da Engels in una sua lettera a Marx del 14 luglio 1858), per arrivare all’individuazione durante l’ultimo secolo di almeno cento miliardi di galassie, del dna e rna, dei quark e della materia/energia oscura, per limitarsi a pochi esempi;19
  • la costruzione delle basi fondamentali per un’ontologia antinichilista, capace di sintetizzare e utilizzare grandi scoperte scientifiche quali l’effetto Casimir e la presenza nel vuoto quantistico di coppie di particelle-antiparticelle virtuali che si autodistruggono;
  • l’algoritmo ontologico che, partendo da fatti indiscutibili ed escludendo opzioni assurde, pone l’idealismo soggettivo di fronte a due sole alternative di interpretazione di determinati fenomeni, entrambe autodistruttive per le teorie antirealiste;
  • la categoria teorica (e realtà scientifica) della marginalizzazione spaziotemporale umana all’interno dell’universo, con Copernico e la scoperta dell’eliocentrismo (1543, De revolutionibus orbium coelestium): un processo di autolimitazione ontologica del genere umano rispetto alle coordinate spaziotemporali dell’universo che, paradossalmente, è andato quasi di pari passo proprio con il gigantesco e prometeico processo di espansione delle fenomenali capacità e conoscenze collettive della nostra specie, ivi compresa la formidabile dinamica di ritrovamento di nuovi oggetti avviata su larga scala da Galileo Galilei, nel gennaio del 1610;
  • un processo di superaccumulazione multilaterale di prove, strumenti teorici ed esperimenti mentali che permettono di trasformare la filosofia in scienza risolvendo problemi teorici che deve via via affrontare;
  • la categoria di enti inosservabili dai sensi umani, ma simultaneamente osservati (ultrasuoni, galassie lontane, ecc.) attraverso gli strumenti di rilevazione degli oggetti fuori della portata dei sensi umani;
  • il concetto di “kamikaze filosofici”, comprendente al suo interno le teorie che si autodistruggono quali lo scetticismo, il solipsismo, l’antisoggettivismo estremo del tipo “Io non esisto” e lo stesso idealismo soggettivo;
  • la creatività non genetica che si oggettiva (chopper, fuoco domesticato, ecc.) attraverso la progettualità non genetica, la produzione di strumenti con altri strumenti, l’estrema plasticità e l’autosuperamento dei limiti endogeni;
  • il concetto di indipendenza ontologica: da intendersi come combinazione dialettica tra la presenza almeno di una limitata barriera e “diaframma” (la carica repulsiva posseduta dal quark, la massa/carica negativa del resiliente protone, la membrana cellulare nei batteri, la pelle nei mammiferi, ecc.) di un dato ente rispetto agli altri oggetti e di un concreto, anche se relativo e limitato, distacco del processo di riproduzione materiale di un determinato ente rispetto a quelli invece espressi da altri oggetti (a titolo di esempio si pensi agli elementi che differenziano il rapporto madre/prole prima e subito dopo il parto, a tutto ciò che rende ontologicamente separato dalla madre il neonato dopo il parto, a differenza del feto);20
  • il realismo sofisticato della praxis, che scavalca la vecchia obiezione antirealistica per cui “percepiamo solo con i sensi” e dimostra l’irriducibilità del reale all’universo mentale degli uomini;
  • il processo di superaccumulazione multilaterale di dati e scoperte empiriche relative a enti naturali prima ignoti, partendo dal settore delle galassie prima sconosciute fino ad arrivare ai quark passando via via per le innumerevoli specie di batteri, ignorate completamente dal genere umano prima del 1660, che popolano la meravigliosa ma fragile crosta terrestre;
  • il concetto di crescente trasparenza ontologica del cosmo – grazie alle nuove e continue esplorazioni tecnoscientifiche – contrapposto a una “opacità” presunta di quest’ultimo, vigente invece prima della sopracitata superaccumulazione di ritrovamenti di processi materiali sconosciuti in precedenza e avviata da Galileo nel 1610;
  • la sostituzione della teoria gnoseologica del riflesso con la categoria di riproduzione creativa del reale, in continua trasformazione: già Marx nel 1873 aveva definito l’elemento ideale come materialità “trasferita e tradotta nella mente degli uomini”, le diverse onde luminose che colpiscono la retina degli occhi vengono “trasferite e tradotte” nei diversi colori dalla combinazione senso visivo-cervello, colori e produzione di musica (il canto degli uccelli) costituiscono la primordiale forma d’arte elaborata dal mondo animale;
  • l’introduzione del paradigma oggettivo (e anti-idealista soggettivo) in campo gnoseologico, mediante l’impiego su vasta scala a partire almeno dal 1610 di strumenti tecnologici di osservazione, datazione e registrazione dei diversi enti materiali che si muovono nel cosmo. I mezzi di osservazione stanno ormai diventando via via più numerosi e complessi, producendo dati che possono quindi essere sottoposti spesso a una verifica plurilaterale e molteplice: ad esempio in campo astrofisico le onde gravitazionali si sono affiancate alla luce nel processo di accumulazione di nuove informazioni provenienti da zone altrimenti inaccessibili del cosmo, e a tale formidabile coppia vanno inoltre aggiunti di recente “anche i neutrini di alta energia, particelle-fantasma che vengono studiate nelle profondità del plateau antartico, e i raggi cosmici, che vengono studiati con strumenti in orbita intorno alla Terra o sparpagliati nella Pampa argentina. Continuando la nostra analogia, potremmo dire che queste apparecchiature, insieme a quelle costruite per rilevare le onde gravitazionali, costituiscono dei nuovi “organi di senso” che l’umanità sta sviluppando per percepire l’universo”;21
  • le immense e multilaterali potenzialità endogene della materia, da cui sono derivati i cinque balzi ontologico-universali del cosmo finora conosciuto: il Big Bang iniziale da circa 14 miliardi di anni fa, l’apparizione delle prime forme di vita con dna/rna di quasi quattro miliardi di anni or sono, l’esplosione di biodiversità che data ormai 570 milioni di anni, la creazione da parte dell’Homo habilis della tecnologia e della protoscienza attraverso il chopper, due milioni di anni fa, e infine la particolare combinazione tra esplorazione spaziale, intelligenza artificiale e cyborg che, a partire dallo Sputnik del 4 ottobre 1957, via via ha potenzialmente aperto al genere umano il Graal della strada dell’eternità come specie e una spirale di sviluppo che potrebbe diventare infinita, salendo progressivamente i cinque livelli previsti dalla scala evolutiva di Kardashev-Kaku.22

Oltre alla creazione di tutta una serie di categorie teoriche, per dare finalmente una soluzione definitiva alla plurisecolare dialettica tra realismo e antirealismo serve altresì un processo preliminare di demolizione dei vari trucchi e delle proteiformi cortine fumogene, utilizzate via via dai sostenitori dell’idealismo soggettivo.

A volte questi ultimi affermano, in modo pomposo, che “il realismo è banale”.

Se esso costituisse davvero un assioma scontato, non si capisce per quale motivo il realismo ontologico sia stato mano a mano rifiutato e combattuto da tutta una serie di pensatori, partendo dalla scuola filosofica yogacara fino ad arrivare al libro del 2014 di Massimo Cacciari sui “labirinti” del pensiero occidentale.

Secondo espediente: “il materialismo realista è metafisico” e “impensabile”, come sostenne ad esempio sia Husserl che Sartre, attirandosi l’attenzione demolitrice di Lukács.23

A tal proposito diventa fin troppo facile rilevare come l’esistenza e il processo di sviluppo di galassie, stelle, buchi neri non rappresentino certo una questione metafisica, ossia “oltre la fisica”, ma viceversa proprio un problema iperfisico e iperrealista; e del resto la veridicità delle tesi realiste in campo ontologico farà subito piazza pulita, come vedremo a partire dal secondo capitolo, delle accuse molto poco “realistiche” sul suo presunto carattere “metafisico”.

Terza cortina fumogena: spacciare la visione del mondo dell’idealismo soggettivo come una forma sofisticata di realismo.

Come si vedrà tra poco, tale si è rivelato ad esempio il tentativo confezionato da Massimo Cacciari a p. 320 del suo libro Labirinto filosofico, quando la vecchia e plurisecolare tesi di Berkeley/Schopen-hauer relativa al “nessun oggetto senza soggetto” era stata presentata addirittura come un livello superiore di sviluppo del realismo, ossia dell’acerrimo nemico filosofico dell’idealismo soggettivo.”

Un altro strumento di prestidigitazione filosofica che è stato usato dai sostenitori dell’idealismo soggettivo consiste nel sostenere, come ha fatto la filosofa Franca D’Agostini, che «l’antirealismo metafisico dunque non esiste o non è mai esistito…».24

Tesi falsa e assurda rispetto a un presunto fantasma invece ancora ben vivo, utilizzato tra l’altro persino in un celebre film di fantascienza come il primo Matrix del 1999.

A volte persino lo spettro maniacale del solipsismo è stato parzialmente accettato in campo filosofico, come risulterà molto facile dimostrare: ma molto più diffuso si è rivelato il virus di quell’idealismo concretissimo, ben “esistente ed esistito”, secondo il quale cose, enti e oggetti esistono solo ed esclusivamente in collega-mento con i sensi e la coscienza umana, avendo dunque come loro condizione di sussistenza la presenza umana.

“Nessun oggetto senza soggetto”, proclamò Schopenhauer, affermando altresì che “tutto quanto appartiene e può appartenere al mondo ha inevitabilmente per condizione il soggetto, ed esiste solo per il soggetto. Il mondo è rappresentazione» (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione).

Tuttavia tutta la natura, sia inorganica che organica, tutte le galassie, le stelle, i pianeti e i loro satelliti risultano irriducibili al mondo mentale del genere umano e alla percezione dei suoi limitati sensi, visto che non hanno sicuramente aspettato e chiesto l’autorizzazione del genere umano per esistere, muoversi e trasformarsi.

Il geniale Leonardo da Vinci aveva giustamente richiesto che proprio l’esperienza diventasse “madre di ogni certezza” e costituisse l’unica “maestra vera”: ora, proprio l’esperienza scientifica e la praxis cooperativa del genere umano dimostra e insegna che la realtà non esiste certo perché noi umani la osserviamo, o addirittura la creiamo, ma viceversa essa si muove nello spaziotempo in modo indipendente dall’esistenza, dai sensi e dalla coscienza collettiva dell’Homo sapiens.25

Proprio Kant, nella sua prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura, aveva affermato chiaramente che «per quanto incolpevole possa essere considerato l’idealismo rispetto ai fini essenziali della metafisica (e in realtà non lo è), rimane sempre uno scandalo per la filosofia e per l’universale ragione umana dover ammettere semplicemente per fede l’esistenza delle cose fuori di noi e non poter opporre alcuna prova soddisfacente a colui a cui venisse in mente di dubitare».26

Tuttavia sbagliava, visto che Marx ha infatti fornito la decisiva chiave (praxis/riflessione sulla praxis) per porre fine a tale “scandalo” filosofico; Lenin ha girato tale chiave e fatto barcollare la porta malefica dell’antirealismo ontologico, mentre ora bisogna solo abbatterla del tutto, assieme alla paccottiglia postmodernista che la sostiene.

Proprio la pratica collettiva consente all’uomo di comprendere come l’universo non giri attorno a lui, concetto del resto espresso sul piano scientifico già da Copernico, e più di cinque secoli or sono, con il rifiuto della teoria geocentrica del cosmo.

Il “soggetto” di schopenhaueriana memoria, il genere umano attraverso la propria praxis si è infatti reso conto del fatto testardo per cui l’“oggetto” (galassie, astri, ecc.) esiste senza e indipendentemente dal “Soggetto”, ossia da lui stesso. Seguendo a modo suo un insegnamento della filosofia buddista Chan/Zen e uccidendo quindi il vacuo e autodistruttivo Buddha dell’egocentrismo, la grande maggio-ranza della nostra specie ha acquisito, seppur in modo confuso, la consapevolezza che da un lato essa risulta “polvere delle stelle” ma, simultaneamente, rappresenta ormai da millenni uno dei diamanti più coscienti e finora apparsi nell’universo: anche perché ha di regola ripudiato il mantra presuntuoso del “solo se la percepisco, esiste” in favore del sobrio aforisma per cui la cosa e l’ente naturale molto spesso esiste prima e indipendentemente dalla nostra specie.

In ogni caso il processo di analisi critica dell’antirealismo ontologico risulta interessante anche perché mette in evidenza, con un’originale cartina di tornasole, i lati negativi comuni dalla tendenza principale della filosofia occidentale moderna, a partire dal 1637 e dal Discorso sul metodo.

Innanzitutto il suo intellettualismo e individualismo con la derivata logica ontofobica, a sua volta fonte principale sia della convinzione kantiana sull’inconoscibilità della cosa in sé che della concezione idealistica moderna, a partire da Fichte, che trova uno dei suoi elementi strutturali nella presunta inadeguatezza della ricerca scientifico-teorica.27

In secondo luogo la scelta di campo più o meno esplicita a favore dei rapporti di produzione o distribuzione classisti, e quindi dopo il 1830-48 a fianco della borghesia: alma mater socioproduttiva nella quale si sono formati quasi tutti i filosofi e soprattutto quella influente “filosofia universitaria” duramente criticata, a ragion veduta, da Louis Althusser all’inizio del 1968.28

Tra il 1480 e la fine del Cinquecento la filosofia occidentale aveva vissuto una sua promettente epoca aurea, visto che entrarono allora in azione scienziati politici lucidi come Thomas More, con la sua concreta utopia comunista, e Niccolò Machiavelli; filosofi prometeici di matrice cooperativa quali Giordano Bruno e Tommaso Campanella; umanisti del calibro di Pico della Mirandola e pensatori creativi come Bacone, il cui materialismo ammirato da Marx racchiudeva «in sé, in modo ancora ingenuo, i germi di uno sviluppo onnilaterale. La materia, nel suo splendore poeticamente sensibile, sorride a tutto l’uomo».29

Ma a tale secolo d’oro ormai si contrappose la decomposi-zione che attualmente contraddistingue la filosofia occidentale, con rare controtendenze ed eccezioni. Un universo “postmoderno” in cui, a partire dal 1977 e fino ai giorni nostri, l’interesse principale di studio risiede nell’eterea teoria del linguaggio e nel quale ha dilagato il minimalismo pseudosatirico di Richard Rorty, per cui il pensiero teorico dovrebbe liberarsi da ogni – pericoloso e destabilizzante – impulso teso alla ricerca della verità e dalla sistematizzazione dell’essere, oltre che della conoscenza; in cui non sussiste veridicità/oggettività e “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, mentre regna ancora il particolare nichilismo del pensiero debole, esposto in salse diverse dai vari Lyotard e Rovatti, entusiasti per il presunto venir meno di “grandi narrazioni” quali illuminismo, idealismo e marxismo, considerate “logocentriche”, “ideologiche” e “metafisiche”.30

Sul piano ideologico e culturale, sia d’élite che di massa, la potente e multiforme tendenza espressa dal cosiddetto realismo capitalista secondo il quale non sussiste un’alternativa al dominio borghese (il famoso acronimo “TINA” della signora Thatcher), che ha portato larghi settori di popolazione occidentale a immaginare più facilmente “la fine del mondo che la fine del capitalismo”, come notò Mark Fisher in Realismo capitalista, è connessa strettamente a quella corrente ideale che invece cerca di annullare sia la verità che il processo di riflessione su di essa, dato che “non ci sono fatti ma solo interpretazioni”; di annientare qualunque memoria storica, dato che conta ed esiste solo il presente e soprattutto la moda effimera del presente; di negare valore cognitivo alle continue scoperte della scienza, come nel caso estremo – ma significativo, almeno come sintomo – degli odierni terrapiattisti; di sostituire con i sogni consumistici e la dimensione onirica delle merci la valutazione sobria e realistica della catastrofe economica, sociale, culturale e ambientale che attualmente incombe sul genere umano, proprio “grazie” al sistema mondiale capitalistico.31

Tra i filosofi materialisti la simultanea unità e lotta, la tensione dialettica e gli squilibri che si riproducono costantemente tra pensiero umano e mondo esterno rappresentano una costante e un fenomeno abbastanza conosciuto della gnoseologia e “un fatto universale del rapporto conoscitivo con la realtà” (Lukacs), ma non è stato ancora evidenziato come si producano principalmente due ben diverse asimmetrie epistemologiche nella fondamentale relazione in via di esame: le “isole di Gaunilone” e gli abissi sconosciuti di Amleto.

Per quanto riguarda la prima categoria teorica, già il brillante monaco Gaunilone aveva compreso quasi un millennio di anni fa, esaminando la complessa relazione tra pensiero ed essere, che non tutto ciò che opera ed esiste nell’intelletto umano sussiste invece necessariamente nella realtà, come nel caso della medioevale, mitica, meravigliosa e immaginaria Isola perduta “senza padroni”, e con “un’inestimabile abbondanza di ricchezze”: seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino, affermava su di essa, in seguito, l’altrettanto immaginario ma meraviglioso Peter Pan.32

Si tratta ora di intraprendere il cammino inverso, aprendosi all’orizzonte della praxis per cui esistono innumerevoli enti e cose nell’universo di cui la mente e la coscienza collettiva umana era totalmente all’oscuro ancora quattro secoli fa, o anche solo pochi decenni or sono, come nel caso eclatante della materia ed energia oscura, oppure le migliaia di pianeti collocati in sistemi solari diversi dal nostro e assolutamente prima del 1995, anno nel quale venne finalmente individuato dal telescopio il primo esopianeta denominato prima Bellerofonte, e poi Dimidium.

Amleto disse dunque il vero quando rivelò che «ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia», anche se la nuova connessione tra filosofia e praxis scientifica eurekista può rimediare a tale difetto gnoseologico, trasformando i “neri mari d’infinito” e gli “abissi di pietra” cosmici (Lovecraft) che attualmente ci circondano in luminosa conoscenza e in un continuo, armonioso richiamo per la spirale di crescenti informazioni sull’universo che stiamo costruendo da milioni di anni, dal primo chopper dell’Homo habilis.33

Capitolo secondo

Algoritmo ontologico nella notte stellata

L’Homo sapiens osserva da molte migliaia di anni la dinamica di movimento delle miriadi lattiginose di stelle, al pari dei terrestri “fiori fiammeggianti che brillano intensamente” e di quelle “nuvole vorticose nella foschia viola” dipinte e descritte magistralmente, seppur con modalità artistiche diverse, da Vincent Van Gogh e da Don McLean attraverso vere e proprie schegge di infinito, variegate per colori e sonorità.

Un processo infinito che riecheggia in modo diverso anche negli “interminati spazi” e “sovrumani silenzi” tratteggiati in una delle più belle poesie finora prodotte dal genere umano: ma persino il genio malinconico di Leopardi non poteva immaginare la magia e la celeste immensità di un mare stellare nel quale realmente, a partire dal 1917 e dalla scoperta clamorosa di Heber Doust Curtis, risulta facile naufragare e perdersi, dentro abissali vuoti cosmici costellati spesso di mortali e spietati buchi neri.

Ma per il nostro studio proprio tali “interminabili spazi” cosmici assumono il ruolo di un decisivo filo di Arianna e di un punto di partenza determinante.

A come Andromeda, in primo luogo; almeno cento miliardi di altre galassie, in seconda battuta, intese come concretissime memorie di luce per il nostro presente.

Soprattutto almeno cento miliardi di concretissimi motivi a sostegno del realismo ontologico e, simultaneamente, di validissime ragioni che demoliscono, invalidano e falsificano le tesi opposte dell’idealismo soggettivo con il suo peculiare schema del “nessun oggetto” (ad esempio cento miliardi di galassie) “senza soggetto”.

Partendo da Andromeda, la prima osservazione per iscritto rispetto a quella che solo dal 1917 verrà conosciuta come la galassia di Andromeda venne effettuata, nel X secolo d.C., dall’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi, il quale la descrisse come una “piccola nube” proprio all’interno del suo Libro delle stelle fisse, pubblicato nell’attuale Iran intorno al 965: uno splendido ritrovamento protoscientifico, ma ancora limitato dall’assenza di telescopi.

Andromeda venne considerata una particolare “nube” cosmica anche in seguito e ancora alla fine dell’Ottocento, mentre solo nel cruciale 1917 il geniale astronomo statunitense Heber Doust Curtis scoprì, comprese e in seguito dimostrò, grazie alle fondamentali osservazioni effettuate da Hubble nel 1923 e nel corso di alcuni anni di accaniti dibattiti scientifici, che Andromeda costituiva invece un’enorme galassia come la nostra Via Lattea, denominando inoltre la nostra sorella stellare come un altro “universo-isola”.

Si trattò di una scoperta epocale e di un vero e proprio simbolo dell’eurekismo scientifico.

Ormai nessun astronomo, nessun astrofisico dubita dell’esistenza della galassia di Andromeda che, ben lungi da essere un’insignificante “nube a spirale”, rappresenta invece una galassia a spirale lontana approssimativamente 2,5 milioni di anni luce dal nostro sistema galattico, essendo tra l’altro di dimensioni superiori alla Via Lattea e venendo formata da un numero di stelle stimato nell’ordine di un bilione: ossia mille miliardi di corpi stellari, al cui interno avviene una continua e formidabile attività di fusione termonucleare.

Dunque abbiamo una galassia e circa mille miliardi di stelle assolutamente sconosciute al genere umano, a qualunque essere umano prima del 1917 e prima della scoperta epocale di Curtis: fatti testardi (Lenin) e innegabili, a dispetto di Nietzsche e del suo “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.

La storia astronomica da analizzare era comunque solo all’inizio del suo processo di sviluppo di matrice eurekista, visto che dopo il 1917 alla nostra Via Lattea e alla galassia di Andromeda si sono via via aggiunte come minimo cento miliardi di altre galassie, prima ignote: ossia altri cento miliardi di complessi di stelle, sistemi stellari, gas e polvere legati e connessi dalla reciproca forza di gravità, facendo in modo che in poco più di un secolo la nostra prospettiva rispetto al cosmo si sia espansa e ampliata di miliardi di volte, rispetto ai ristretti parametri del 1916 e precedenti all’epocale ritrovamento di Curtis.

Nessuno scienziato ormai dubita che nel nostro universo siano presenti e ruotino nello spazio come minimo cento miliardi di galassie; si clicchi a tal proposito su Internet alla suggestiva voce del 2002 curata da Glen Mackie, To see the Universe in a grain of Taranaki Sand.34

Ma gli astrofisici, ormai abituati a “vedere un mondo in un granello di sabbia” (William Blake), in maggioranza ormai stimano che nell’universo vi sia un numero di galassie superiore di almeno dieci volte alla cifra sopracitata di cento miliardi: ad esempio nell’ottobre del 2016 un nuovo studio, uscito sulla prestigiosa rivista The Astrophisical Journal, aveva fornito una stima di ben duemila miliardi di galassie esistenti nel cosmo, alzando altamente l’asticella numerica.35

Per un evidente criterio di sicurezza filosofica limitiamoci alla cifra, minimalista e ipersicura, di almeno cento miliardi di galassie presenti e in continuo moto all’interno dell’universo, ciascuna delle quali connessa e legata dalla forza di gravità espressa proprio dalla miriade di singole stelle che le compongono: passiamo a questo punto alla riflessione filosofica su questo spettacolare e immenso materiale cosmico.

La teoria realista-ontologica può spiegare la scoperta in un secolo di cento miliardi di galassie?

La risposta è sicuramente positiva, visto che per essa tali cento miliardi di galassie esistevano indipendentemente dall’uomo e bastava solamente “coglierle” e conoscerle da parte della nostra specie, attraverso nuovi telescopi (Hubble, ecc.) adeguati allo scopo e sufficientemente sofisticati.

La teoria realista può altresì fornire una spiegazione razionale e credibile anche alle nuove e continue scoperte di galassie, visto l’accumularsi del tempo-lavoro degli astronomi di tutto il mondo e il parallelo miglioramento degli strumenti di osservazione dello spazio cosmico, partendo dal rudimentale cannocchiale di Galileo del 1610 fino ad arrivare al moderno Hubble, prevedendo altresì la scoperta di altre galassie, quando e se miglioreranno i mezzi di osservazione e trascorrerà più tempo a favore della praxis scientifica umana: ad esempio grazie al nuovo telescopio James Webb, che dovrebbe essere operativo verso la metà del 2021, saremo in grado di individuare moltissime galassie ancora celate alla vista collettiva – soprattutto tecnoartificiale – del genere umano.

La concezione realista-ontologica spiega ad esempio perfettamente la scoperta della galassia “Wolfe Disk”, distante dalla Terra 12,5 miliardi di anni luce e ritrovata nel maggio 2020; oppure il ritrovamento della galassia EGS8p7 a 13,2 miliardi di anni luce dal nostro sistema solare, scoperta avvenuta nel 2015 in un elenco che può essere allungato a piacere. 36

A questo punto verifichiamo se la scoperta di almeno cento miliardi di galassie sia invece compatibile con la tesi principale dell’idealismo soggettivo, secondo cui “non esiste oggetto senza soggetto”: ma proprio da tale teoria e presupposto intellettuale discende inevitabilmente la conseguenza che le sopracitate cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali con miliardi di stelle, non esistevano prima del 1917, e cioè prima di Curtis e delle sue osservazioni rispetto ad Andromeda.

Conclusione assurda, certo, ma logica e inevitabile, visto il sopracitato presupposto filosofico.

Almeno stando ad esso, in assenza delle osservazioni del “soggetto” di derivazione schopenhaueriana e in mancanza della “percezione, osservazione, misurazione” (Massimo Cacciari) del genere umano, la galassia di Andromeda non esisteva prima del 1917 e prima dei rilevamenti scientifici di Curtis; e anche ciascuna delle oltre cento miliardi di galassie osservate nel corso dell’ultimo secolo non orbitavano nello spazio prima delle rilevazioni effettuate via via dai vari astrofisici, partendo dal 1918 per arrivare ai tempi attuali e ai nostri giorni, sempre seguendo Berkeley, Schopenhauer e i loro seguaci.

Risulta forse veritiero e credibile tale inquadramento generale da parte dell’idealismo soggettivo, con il suo mantra del “nessun oggetto” (=cento miliardi di galassie) “senza soggetto”?

Per niente, non esprime neanche un briciolo di veridicità e di credibilità.

Acquisirebbe un minimo di veridicità e di credibilità solo se per assurdo agisse e fosse in azione, come minimo dal 1917 e fino ai nostri giorni, senza soluzione di continuità, un (presunto, inesistente) superpotere degli astrofisici capace di creare ex-novo e di “costruire” in prima persona, in totale segretezza, cento miliardi di galassie, ciascuna con miliardi di stelle in giro per il nostro universo; senza poi rivelare tale tremendo segreto e senza farsi scoprire dai normali esseri umani. Tuttavia tale immaginario superpotere astrofisico sicuramente non esisteva e non esiste, nel 1917 come tutt’oggi. L’eccellente astronomo Curtis non possedeva alcuna magia iperprometeica ed era incapace di creare non solo la galassia di Andromeda, ma anche un singolo pianeta o un meteorite di piccole dimensioni, trovando tra l’altro difficile dopo il 1917 persino convincere i colleghi dell’esistenza di Andromeda come galassia, almeno fino a quando Edwin Hubble studiò nel 1923 e all’interno di Andromeda una stella variabile, denominata V1, dimostrando che essa era collocata a una distanza per quei tempi incredibile e in ogni caso molto oltre i confini della nostra Via Lattea.37

Non solo: se non forse in qualche oscura clinica per malattie mentali, non si è ancora manifestato al genere umano alcun presunto soggetto, individuale o collettivo, che abbia dichiarato di aver creato una galassia, da Andromeda fino a quelle più lontane dalla Terra.

Pertanto è ormai in formazione un algoritmo ontologico-eurekista; un particolare software, un programma e un procedimento filosofico che risolva il problema dell’esistenza della realtà in modo indipendente dall’uomo.

Si parte da fatti sicuri e indiscutibili quali le sopracitate scoperte di oggetti prima ignoti, ad esempio cento miliardi di galassie dopo il 1916.

Si prende inoltre in esame solo la teoria interpretativa dell’idealismo soggettivo, ossia nessun oggetto senza soggetto.

Terza regola della sequenza algoritmica: si escludono come assurde e inaccettabili alcune possibili ipotesi interpretative della scoperta X, quali ad esempio il presunto astronomo iperpotente, lasciandone solo due praticabili per l’idealismo soggettivo.

Quarto passo: si prende in esame una delle due opzioni interpretative ancora a disposizione dei seguaci di Berkeley (= le cento miliardi di galassie esistevano prima del 1917 e della loro scoperta da parte dell’uomo), valutandone subito la contraddizione insanabile e distruttiva con la teoria del “nessun oggetto senza soggetto”.

Si analizza poi l’altra possibile risposta che emerge dall’“alternativa del diavolo” a cui è posto di fronte l’idealismo soggettivo, ossia che l’oggetto X frutto della scoperta X (sempre i cento miliardi di galassie, come esempio tra i tanti) non esisteva prima del suo ritrovamento da parte dell’uomo: valutando subito la contraddizione insanabile e distruttiva tra tale tesi e la pratica scientifica, oltre che il buon senso, persino degli idealisti soggettivi.

Ultimo passo: esclusa come assurda e sbagliata la teoria ontologica dell’idealismo soggettivo, rimane in gioco solo ed esclusivamente la prospettiva generale proposta dal filone realista, rispetto all’ontologia.

Ovviamente l’algoritmo ontologico presuppone un ritrovamento indiscutibile e sicuro di un ente e processo ben distante dagli altri e ignoto in precedenza dall’intero genere umano, senza alcuna eccezione, quale ad esempio la galassia di Andromeda, sconosciuta fino al 1917 come corpo distante della nostra Via Lattea e con una struttura autonoma composta da miliardi di stelle.

L’algoritmo ontologico ha inoltre come sua seconda condizione necessaria il fatto che la nuova cosa, il nuovo oggetto e processo materiale rinvenuto per la prima volta dalla praxis collettiva umana sia stato rinvenuto in un momento e fase temporale relativamente preciso, prima della quale nessun oggetto cognitivo tanto caro a Schopenhauer non aveva alcun idea anche approssimativa sull’esistenza dell’oggetto scoperto: ad esempio prima del 1917 nessun essere aveva immaginato, né tantomeno aveva prove empiriche che Andromeda distasse milioni di anni luce dalla nostra galassia, che essa costituisse un oggetto differenziato e ben separato dalla nostra galassia, che nel nostro “gemello” prima sconosciuto trovassero miliardi e miliardi di stelle o altri corpi celesti, la cui esistenza rappresentasse in precedenza un totale mistero per l’Homo sapiens sapiens, e così via.

Inoltre l’algoritmo in via di esame presuppone l’azione concreta di strumenti di datazione affidabili, come quelli che nell’ultimo secolo hanno permesso sia di stabilire che la differenziazione degli ominidi dalle altre scimmie è avvenuto al massimo sei milioni di anni or sono che di scrutare alcune galassie lontane più di tredici miliardi di anni, al momento dell’emissione da parte loro della luce e dei fotoni che stiamo ora osservando.

Senza tali presupposti, l’algoritmo ontologico non può compiere il suo processo di verificazione scientifica rispetto alle falsità delle tesi dell’antirealismo filosofico.

Risulta subito chiaro come la quantità di volte e casi concreti nei quali si può utilizzare l’algoritmo ontologico conti e pesi in misura come minimo molto importante.

Se ad esempio fosse stata scoperta nell’universo una sola galassia oltre alle nostre, ossia la sola Andromeda, in questo settore specifico l’algoritmo ontologico si sarebbe potuto applicare solo una volta.

Ma visto che il numero di galassie finora rinvenute equivale come minimo a cento miliardi, di conseguenza e in modo inevitabile l’algoritmo ontologico in via di esame può e va concretamente usato, per l’appunto, cento miliardi di volte: si tratta dunque di uno strumento mentale riutilizzabile quasi all’infinito, e anche in questo campo la quantità si trasformerà in qualità, superata da una determinata soglia critica.

A rafforzare ulteriormente l’algoritmo ontologico-eurekista interviene subito un altro formidabile fattore: il flusso di scoperte di nuove galassie risulta infatti ininterrotto e incontenibile, smentendo mese per mese con i suoi big data le teorie dell’antirealismo ontologico e verificando invece continuamente quelle del suo antagonista filosofico, tanto che ogni ritrovamento di qualsiasi nuovo corpo galattico diventa quindi una nuova sconfitta e una nuova Waterloo, almeno per il mantra di Schopenhauer sul “nessun oggetto senza soggetto”.

Ad esempio prendiamo in esame un breve periodo, e cioè il solo mese di maggio del 2020. Come si è già notato, in tale periodo e in soli trentun giorni è stata scoperta la galassia a disco rotante soprannominata “Wolfe Disk” in onore dell’astronomo A. M. Wolfe, distante circa 12,5 miliardi di anni luce quando aveva emesso la luce che tuttora stiamo scrutando: ma dovendo seguire le direttive e le tesi dell’antirealismo ontologico, essa non esisteva fino al 2020, periodo nel quale è stata osservata e misurata per la prima volta dagli astronomi e dai sensi umani.38

Sempre nel maggio 2020 è stata scoperta una nuova galassia, denominata R5519: essa risulta simile a una ciambella gigante e con un anello di fuoco che la circonda, oltre che distante ben 10,8 miliardi di anni luce dalla Via Lattea.39

Peccato che, almeno se dovessimo seguire il mantra dell’idealismo soggettivo, anche la galassia R5519 non esisteva e quindi non emanava luce almeno fino al 2020, ossia fino a quando tale luce non è stata osservata per la prima volta dalla pratica scientifica.

Quest’ultima sferra un tremendo attacco all’antirealismo ontologico con un quadruplice colpo, devastante e mortale, inferto contro di esso.

Innanzitutto si è già notato come l’attività di osservazione degli astri produca via via delle continue scoperte di concretissimi nuovi oggetti cosmici, ignoti all’uomo in precedenza, che risultano assolutamente incompatibili con il mantra del “nessun oggetto senza soggetto”: la praxis collettiva del “soggetto” umano dimostra invece che esistono e si muovono nello spaziotempo miliardi di oggetti, tra l’altro delle dimensioni colossali delle galassie, ignoti e sconosciuti in precedenza proprio al “soggetto” Homo sapiens.

Il “soggetto” dunque scopre, in modo indiscutibile e con i suoi stessi sensi, che l’oggetto sussisteva senza soggetto. Come si è detto in precedenza, proprio il soggetto-Homo sapiens si accorge con assoluta certezza, e proprio grazie alla sua stessa e inconfutabile attività, che esistono e si muovono nello spaziotempo tutta una serie di oggetti-galassie che non dipendono in alcun modo dalla sua esistenza, perché almeno fino all’istante della scoperta egli ignorava anche solo la loro semplice esistenza materiale, sempre escludendo la strampalata teoria degli “astronomi superpotenti”.

In secondo luogo la praxis scientifica di osservazione astronomica delle galassie ha permesso di misurare le distanze quasi esatte, con un minimo margine di approssimazione, esistenti tra i miliardi di galassie ritrovate dopo il 1916 nel nostro amato cosmo.

Ora, quasi tutte queste galassie si trovano ad una distanza superiore ai sette milioni di anni luce dalla Terra; ossia esistevano e inviavano luce sul nostro pianeta più di sette milioni di anni fa, quando sulla Terra non esisteva ancora alcuna traccia di uomini e ominidi, anche i più ancestrali e lontani nel tempo.

Dunque tutte le galassie distanti più di sette milioni di anni dalla Terra esistevano quando il “soggetto” umano non era ancora nato, in base ai dati scientifici incontrovertibili ottenuti dall’antropologia scientifica: quindi sussistevano gli oggetti-galassia ma mancava proprio il “soggetto” umano, e il tutto proprio in base a dati e datazioni scientifiche prodotte dallo stesso soggetto esaltato in modo ingegnoso ma controproducente, da Schopenhauer.

Se ad esempio analizziamo la collocazione spaziotemporale di NGC55 emerge subito che tale galassia a spirale irregolare, posta nel sistema di galassie denominato Gruppo dello Scultore, ha una distanza dalla Via Lattea stimata in circa 7,2 milioni di anni luce: quindi tale gigantesca struttura cosmica si muoveva nello spazio quando l’Homo sapiens e i suoi predecessori ancora non erano venuti alla luce, sempre in base a misure e osservazioni scientifiche effettuate dallo stesso soggetto umano di schopenhaueriana memoria.

Se poi prendiamo in esame UGC9128, tale galassia nana con “solo” cento milioni di stelle al suo interno e situata nella costellazione del Boote risulta lontana da noi circa 7,8 milioni di anni luce, e anche per essa valgono le considerazioni espresse poco sopra.40

L’elenco potrebbe essere facilmente allungato utilizzando tutte le altre cento miliardi di galassie che distano dalla Terra più di sette milioni di anni luce, superando la soglia critica minima necessaria per demolire l’antirealismo ontologico e arrivando mano a mano fino al remoto corpo galattico GN-Z11, ritrovato nel 2016 e distante dal nostro pianeta circa 13,3 miliardi di anni luce: lontananza esistente al momento dell’emissione di luce della galassia in oggetto, per essere più precisi, mentre invece la “distanza propria”, a cui cioè si trova posizionato ora il corpo celeste in oggetto, risulta superiore di quasi tre volte rispetto alla precedente a causa dell’espansione accelerata del cosmo.

La terza cannonata astronomica sparata contro l’idealismo soggettivo proviene dalla sopracitata dialettica tra presente e passato, che esiste costantemente e inevitabilmente in qualsiasi osservazione astronomica: ossia ogni astronomo, e quindi ogni soggetto umano di matrice schopenhaueriana, osserva nel nostro tempo attuale luci e immagini che ci provengono invece dal passato degli oggetti stellari; luci e immagini che mostrano quindi ora e adesso all’uomo le galassie e altri oggetti cosmici come erano e si muovevano viceversa in passato, quasi usando una particolare macchina del tempo a cui si è già accennato in precedenza.

Ma tale particolare e concretissima dinamica devasta ancora una volta la tesi secondo la quale “nessun oggetto senza soggetto”, se si analizzano solo le galassie distanti dalla Terra più di sette milioni di anni fa.

La sopracitata galassia NGC55, ad esempio, ci invia costantemente fotoni, luce ed immagini che attestano in modo indiscutibile come essa si muovesse concretamente nello spaziotempo non nel nostro presente ma più di sette milioni di anni fa; e proprio in base ai dati sicuri offerti dalla scienza antropologica non sussisteva allora nessun soggetto umano, mentre la luce emessa in quella remota epoca da parte di NGC55 ha poi impiegato più di sette milioni di anni per raggiungere il nostro piccolo pianeta, in un lunghissimo viaggio dalle oscure profondità del cosmo.

“Nessun oggetto senza soggetto”? La particolare e involontaria macchina del tempo di matrice astronomica elimina in modo spietato tale spiegazione ontologica.

Ad esempio l’oggetto-NGC55 ci inviava immagini quando noi umani non esistevamo ancora, emettendo via via luce e radiazioni che gli Homo sapiens sapiens del presente percepiscono e osservano solo dopo più di sette milioni di anni, mentre risulta a questo punto appena il caso di ricordare come ci inviino tuttora onde elettromagnetiche dal loro passato una pleiade di galassie assai più distanti di NGC55, fino ad arrivare a più di tredici miliardi di anni or sono.

Un’ultima e iperluminosa sberla all’idealismo soggettivo viene dall’indiscutibile processo di formazione stellare, che si verifica costantemente e in ogni struttura galattica dell’universo: in pratica in ciascuna di essa si generano e formano nuove stelle, attraverso il processo di compressione sempre più accelerata dei gas e delle polveri stellari fino a raggiungere la soglia critica della fusione nucleare, che si autoalimenta nello splendore del “fiat lux”.

Visto che il continuo e concretissimo processo di formazione di nuove stelle avviene in ogni galassia, a partire da quella di Andromeda, venendo rilevato dall’attuale pratica astrofisica, viene subito mandato in frantumi per l’ennesima volta il mantra del “nessun oggetto” (una nuova stella, nel caso specifico) “senza soggetto”: a meno di non supporre, per l’ennesima volta, un inesistente intervento di astronomi superpotenti che creino, oltre a osservare, i giganteschi neonati stellari dell’universo in via di analisi.41

Ad esempio nel 2017 è stato annunciato che gli astrofisici hanno rinvenuto delle galassie molto antiche che formano nuove stelle a velocità altissime: queste vere e proprie “fabbriche di corpi celesti”, distanti da noi più di 12 miliardi di anni luce, producono circa un centinaio di nuove masse stellari ogni anno.

Non è possibile in alcun modo conciliare questo processo di produzione di nuove stelle, oltre all’esistenza di questi nuovi bebè cosmici, con lo schema ontologico del “nessun oggetto senza soggetto”: soggetto umano del tutto inesistente 12 miliardi di anni or sono, rispetto a galassie tra l’altro per noi umani attualmente irraggiungibili oltre che a nuove stelle ignote fino al 2017.

I fatti parlano quasi da soli, in seguito e a causa della meravigliosa (ma quasi completamente ignorata, almeno dall’elaborazione di matrice filosofica) dinamica di trasformazione verificatasi all’interno del processo di conoscenza umana nella materia galattica in oggetto.

1916: una sola galassia conosciuta dall’Homo sapiens sapiens, ossia la vecchia Via Lattea.

2021: almeno e come minimo 100.000.000.000 di galassie via via venute alla luce, anche e soprattutto in senso letterale, dopo il rinvenimento del prezioso apripista e del meraviglioso “numero due” cosmico costituito da Andromeda.

Parafrasando una magica canzone dei Beatles del 1967, con un piccolo aiuto da parte della riflessione filosofica è proprio l’informazione – immensa e preziosa – sulle innumerevoli galassie che compongono il mosaico del nostro universo che diventa una vera e propria certezza teorica, sia riguardo alle veridicità del realismo ontologico che nei confronti della natura inconsistente e menzognera dell’idealismo soggettivo.

In un suo libro intitolato Saggio sullo sviluppo della concezione monista della storia, il marxista russo G. Plechanov aveva evidenziato il ruolo decisivo giocato dalla conoscenza sottolineando come “dipenda da noi trasformare la necessità in docile schiava della ragione”.

Sono un insetto – dichiara l’idealista. «Un insetto fino a che ignoro, replica il materialista dialettico, ma sono un Dio non appena so». «Tantum possumus quantum scimus».42

Tanto possiamo, per quanto noi conosciamo: tuttavia proprio l’epocale scoperta di almeno cento miliardi di galassie ha creato una sorta di silenzio assordante all’interno del campo della filosofia occidentale, a partire dal 1976 dominata quasi completamente da apologeti, diretti o indiretti, della borghesia, e non a caso orientati spesso a favore delle posizioni dell’idealismo soggettivo elaborato da Berkeley e Schopenhauer.43

G. Lukács aveva già notato, nel lontano 1953, che «quanto più procede lo sviluppo della società borghese, quanto più la borghesia non fa che difendere il suo potere contro il proletariato, quanto più diventa una classe reazionaria, e tanto più raramente studiosi e filosofi borghesi sono disposti a trarre le conseguenze filosofiche dalla già grandissima ricchezza di dati di fatto addotti dalle scienze; tanto più decisamente la filosofia borghese si volge a soluzioni irrazionalistiche, quando lo svolgimento si avvicina a un punto in cui è all’ordine del giorno un ulteriore passo in avanti nell’interpretazione immanentistica del mondo, nella spiegazione dell’universo mediante l’universo stesso, nella concezione razionale della dialettica del suo movimento».44

Dopo il 1917 e la vittoria dei bolscevichi nell’ex impero zarista, molti pensatori e filosofi anticomunisti hanno tratto dall’esperienza storica tre semplici assiomi.

Il realismo ontologico conduce molto spesso al materialismo filosofico.

Il materialismo filosofico, a sua volta, è una strada che porta e guida facilmente al comunismo.

Va negata e sradicata, dunque, la pianta velenosa del realismo ontologico e più in generale del razionalismo, come emerge con tutta evidenza dal libro di Lukács intitolato volutamente La distruzione della ragione.

Avvocato del diavolo: “Un piccolo dubbio: esistono davvero tante galassie, nell’universo?”

Sul piano strettamente filosofico basterebbe la sola Andromeda, per stroncare la tesi fondante dell’antirealismo ontologico, ma per fugare comunque qualunque incertezza sulla miriade di galassie trovate dopo il 1917 dalla praxis scientifica forniamo un breve, incompleto elenco di alcune delle scoperte avvenute in questo settore astrofisico dal giugno all’agosto del 2020, dopo la prima stesura del capitolo in via di esposizione.

3 luglio: il telescopio Hubble rinviene una galassia nana, lontana quindici milioni di anni luce da noi denominata AGC111977.

Verso metà luglio, viene inoltre rilevata la presenza di uno dei più grandi ammassi di galassie finora ritrovati: un “muro di stelle” fino ad allora sconosciuto e che si estende per quasi un miliardo e mezzo di anni luce, denominato dagli astrofisici “South Pole Wall”.45

Agosto: verso la metà del mese veniva pubblicizzata la scoperta della galassia a spirale denominata NGC4907 e collocata a circa 270 milioni di anni luce di distanza dal nostro pianeta, al momento nel quale essa produsse i fotoni che abbiamo iniziato ad osservare; dopo poco veniva altresì annunciato il ritrovamento di un altro corpo galattico chiamato SPTO418-47, simile alla Via Lattea ma distante da noi quasi dodici miliardi di anni luce.

Lo Straniero: «Visto che sono uscito dal lungo sonno in cui mi aveva forzatamente collocato Platone, dopo la discussione descritta nel Sofista, viene subito da chiedermi – da “amico delle idee”, ma alieno totalmente a quello che voi chiamate idealismo soggettivo – se serva davvero il vostro ultimo elenco di galassie rinvenute nei mesi estivi del 2020».

La risposta a tale domanda diventa sicuramente positiva per la semplice ragione che alla tecnofobia e all’ignoranza scientifica non c’è mai fine, come ben dimostra l’esempio dei terrapiattisti, sostenitori delle teorie per cui la Terra è piatta e l’Australia, quindi, non esiste, mentre Galileo aveva preso un colossale abbaglio e la Nasa diffonde immagini false sul cosmo.

«Può sembrare difficile da credere, ma nel 2018 d.C. c’è ancora chi pensa che la Terra sia piatta. E non solo sono in aumento coloro che ne sono convinti, ma il fenomeno sta diventando una vera e propria tendenza del web, dove sui social si discute e si ironizza su questa credenza.

Il tutto parte da un servizio de Le Iene in cui si intervista un “terrapiattista” pronto a mettere in discussione tutte le teorie scientifiche moderne, sostenendo anzi che gli studiosi ci hanno ingannato facendoci credere che la terra sia sferica, mentre è piatta.

Ma, come detto, l’intervistato de Le Iene non è il solo a credere a questa teoria. Anzi in Italia i “terrapiattisti” si sono anche dati appuntamento lo scorso agosto in un convegno nazionale sulla Costiera Amalfitana, in un vero e proprio tripudio di tutto ciò che il fronte allarmista e antiscientifico ha fatto proprio in questi anni: dallo sbarco sulla Luna mai avvenuto, alle pericolose scie chimiche passando per i danni dei vaccini fino agli alieni nascosti da qualche parte nel mondo.

Questa tesi ha un suo padre negli Stati Uniti, Malachi Henderson, che negli ultimi tempi ha sparato a zero contro Galileo, le cui teorie sarebbero state solo un abbaglio, e contro la Nasa che diffonderebbe immagini false.

Ma le convinzioni dei “terrapiattisti” non finiscono qui. Infatti, per loro i dinosauri non sono mai esistiti e le ossa ritrovate sono in realtà appartenute a Giganti: dimostrazione derivante dal fatto che le porte di chiese e palazzi antichi sono molto grandi, proprio per farli passare. E guai a parlare di Australia, perché per i “terrapiattisti” non esiste e le immagini sarebbero solo frutto del sapiente uso di Photoshop.46

Nel 2018 d.C. ma anche nel 2019, nel 2020, come nel 2021, e temiamo ancora per altri decenni, i terrapiattisti di tute le salse saranno purtroppo ancora tra noi: dunque bisogna debellare questo virus con pazienza e un’azione tenace, dall’eurekismo (specie se di materia astrofisica), riuscendo a portare a termine quel sopracitato processo di superaccumulazione multilaterale di prove empiriche, coordinate teoriche ed esperimenti intellettuali necessari per risolvere una volta per tutte la questione del realismo/antirealismo ontologico, rendendo ridicola, assurda e insostenibile la posizione degli inevitabili “terrapiattisti” di turno.

A tal proposito potrebbe già essere sufficiente il fenomeno per cui fino al 1917 e alla scoperta della galassia di Andro-meda il genere umano conosceva, nel migliore dei casi, solo un centimiliardesimo dell’intero universo: se rispetto a questo fatto indiscutibile si applica l’algoritmo ontologico, la sterminata notte stellare del cosmo illumina il “campo di battaglia” (Kant, 1781, Critica della ragion pura) filosofico spazzando subito via qualunque pregiudizio che sorge dall’idealismo soggettivo.

Capitolo terzo

Il dio di Harlot e altri complotti

Avvocato del diavolo: «Certo, la Terra e i cento miliardi di galassie di cui avete parlato a lungo esistevano prima dell’uomo, ma non prima della coscienza. La Terra, infatti, e l’evolversi della Terra, oltre che i miliardi di galassie, e l’intero periodo dell’evoluzione che precede la comparsa dell’uomo, sono non soltanto contenuti della coscienza ma determinazioni della coscienza, possibili solo attraverso le forme della coscienza. È soltanto in virtù dell’intuizione del tempo nella coscienza che viene tracciata la linea, entro cui “noi” inscriviamo l’esistenza della Terra prima della comparsa dell’uomo.»47

Può sembrare incredibile a prima vista, ma questa tesi delirante è stata formulata ed esposta realmente, senza ovviamente la menzione dei miliardi di galassie, da parte dell’austromarxista Max Adler e agli inizi del Novecento: un Max Adler che, come del resto A. V. Bogdanov e altri interessanti pensatori che in quel periodo si autodefinivano marxisti, mostrò un’aperta adesione alla tesi di matrice schopenhaueriana.

Utilizziamo il sopracitato “nessun oggetto senza soggetto” innanzitutto notando che proprio la pratica scientifica umana, ivi comprese ovviamente la coscienza collettiva umana e la sua componente dell’“intuizione del tempo” (Max Adler), ha confermato con sistemi di datazione incontrovertibili che i miliardi di galassie che nuotano nell’universo esistevano già alcuni miliardi di anni fa; e il fatto sicuro e testardo per cui la nostra specie, sempre in base alla datazione oggettiva offerta dalla praxis scientifico-antropologica, e quindi alla vera “intuizione del tempo” umana (Adler), non sussisteva viceversa in alcun modo alcuni miliardi di anni fa devasta la tesi di Schopenhauer/Adler, per cui invece sia la Terra che i miliardi di galassie del cosmo si muovevano nel cosmo ed erano “possibili” solo “attraverso le forme della coscienza” (Adler).

Colossali fake news, quelle di Adler rispetto a “forme di coscienza” umana inesistenti miliardi di anni fa.

In secondo luogo se non esistevano né l’uomo né la stessa Terra prima di cinque miliardi di anni or sono, sempre in base a verifiche scientifiche indiscutibili, la praxis scientifica – ivi compresa l’“intuizione del tempo nella coscienza” (Adler) che l’accompagna necessariamente – ha via via scoperto con precisione l’esistenza di numerose galassie di età pari, o anche superiore a tredici miliardi di anni.

Dunque, nell’epoca compresa tra i 13 e i 5 miliardi di anni fa (arrotondando sia per comodità di esposizione che per il criterio di prudenza filosofica, tesa e orientata a scegliere i dati quantitativi meno favorevoli alla tesi da difendere) cosa potevano fare, imporre e “determinare” (Adler) delle “forme di coscienza” umane che certo non esistevano, né potevano esistere in alcun modo per altri lunghi otto miliardi di anni, vista l’assenza del Sole e della Terra?

Durante gli otto miliardi di anni in oggetto tali “forme di coscienza” esistevano forse come ectoplasmi e fantasmi cosmici, almeno secondo Max Adler e la nutrita schiera dei marxisti sostenitori dell’antirealismo ontologico?

In terza battuta il semplice ma innegabile fatto costituito dal processo continuo di scoperta di miliardi e miliardi di galassie da parte degli astronomi, a partire dal 1917 e dal ritrovamento da parte umana dell’agglomerato cosmico di Andromeda, rende semplicemente ridicolo un ipotetico Max Adler disposto a sostenere che persino tali gigantesche costellazioni di stelle costituiscano invece delle “determinazioni della coscienza, possibili solo attraverso le forme della coscienza”.

Anche se ancora ai nostri giorni rimangono in giro alcuni seguaci della “terra piatta” a tutto c’è un limite, ivi compreso un falso delirio usato invece lucidamente per sostenere in qualche modo posizioni indifendibili e assurde, sul piano gnoseologico e filosofico.

Infine, come si è già notato in precedenza, la luce che riceviamo ora e nel presente proviene da lontane galassie che hanno emesso tali radiazioni elettromagnetiche, nella stragrande maggioranza dei casi, più di sette milioni di anni fa e quindi in un momento in cui “le forme della coscienza” e “l’intuizione del tempo” umana, che “traccia le linee”, non esistevano di certo né potevano esistere in alcun modo, vista la totale assenza della soggettività umana e dei suoi più ancestrali antenati.

Avvocato del diavolo: “Forse Adler era un pensatore atipico e isolato in campo marxista, almeno in questo settore teorico specifico”.

Non proprio.

Alexandr Bogdanov, alto dirigente bolscevico fino al 1907, scrisse infatti insieme ad altri intellettuali di sinistra russi un saggio collettivo intitolato “Fede e scienza”, nel quale Bogdanov sostenne che “se la terra prima che vi nascesse la vita “era” semplicemente ma non aveva alcuna “apparenza”, alcuna “proprietà”, alcun elemento sensibile, vuol dire che non c’era. “Solo il sensibile esiste”, giustamente hanno sempre sostenuto gli empiristi”.

Bogdanov si rivela pertanto senza dubbio come un altro “marxista tolemaico”, ossia incapace di comprendere in modo copernicano e scientifico che l’universo non girava in passato e non gira tuttora in alcun modo attorno alla nostra piccola Terra e ai suoi abitanti, più o meno “sensibili”.48

Avvocato del diavolo: “Come è possibile che pensatori che si autodefinivano marxisti quali Adler, Bogdanov, Pannekoek, Korsch e il primo Lukacs abbiano sostanzialmente accettato l’assioma del nessun oggetto senza soggetto e la dipendenza ontologica dell’essere dal pensiero?”

La responsabilità di tale fenomeno ricade principalmente sul materialismo dialettico, che ha usato solo in piccola misura l’arma demolitoria della praxis sociale e della “comprensione” (Marx, 1845) di tale pratica nella lotta contro l’idealismo soggettivo, dimenticandosi purtroppo di individuare e impiegare, come era invece perfettamente possibile, quell’eurekismo scientifico le cui porte erano già state spalancate, nel lontano 1610, da Galileo con il ritrovamento delle lune di Giove.

A causa di questa immaturità relativa del marxismo in campo filosofico si sono invece aperte le porte infernali dell’antirealismo ontologico per tutta una serie di pensatori interessanti e che, attraverso l’uso mirato del processo di riflessione sul rinvenimento di oggetti in precedenza sconosciuti, avrebbero potuto essere recuperati in gran parte e con relativa facilità nel campo del realismo resiliente della praxis.

Prendiamo ad esempio A. Pannekoek (1873-1960): un astronomo olandese di valore, un mediocre rivoluzionario e purtroppo un pessimo filosofo, il quale nel 1935 scoprì un asteroide grande circa 32 chilometri quadrati.

Seguendo le orme filosofiche di Karl Korsch sempre Pannekoek, nel suo sciagurato libro intitolato Lenin filosofo del 1938, ripropose la litania sul presunto carattere dogmatico e “borghese” del materialismo di Lenin, oltre che riguardo al valore gigantesco della pratica e alla validità del mantra “nessun oggetto senza soggetto” e dei “principi di Mach” che, almeno a suo avviso, derivava dall’attività umana.49

La semplice azione di connettere il concretissimo asteroide ritrovato da Pannekoek nel 1935 con le sue strampalate tesi antirealiste del 1938 crea subito un cortocircuito devastante: a tale fine immaginiamo e costruiamo un dialogo verosimile a distanza con l’astronomo olandese.

Compagno Pannekoek, hai scoperto tu personalmente nel 1935 un asteroide di dimensioni, pari a circa 32 chilometri quadrati?

“Sì, compagni”.

Dunque non l’hai creato tu stesso, con la tua mente e le tue sensazioni del 1935, quell’asteroide?

“State forse scherzando? Non sono certo un dio, un mago e tantomeno un imbroglione, ma un onesto scienziato ateo”.

Se non l’hai creato tu o altri esseri umani, il famoso asteroide in oggetto esisteva e si muoveva nello spazio anche prima della tua indiscutibile scoperta del 1935?

“Certo: ma dove volete andare a parare?”

Semplice: se l’asteroide da te stesso individuato e portato alla luce per il genere umano esisteva e si muoveva nello spazio cosmico prima del tuo insospettabile ritrovamento, in modo quindi assolutamente indipendente dalla soggettività tua e di qualunque altro essere umano, fa una inevitabile brutta e ingloriosa fine la categoria del “nessun oggetto senza soggetto umano”, ossia della dipendenza ontologica dell’oggetto (nel caso specifico, l’asteroide del 1935) dal pensiero e dalle sensazioni dell’Homo sapiens.

Avvocato del diavolo: “Sempre a proposito di sofisticati giochi e guerriglie mentali di lennoniana memoria, lo scrittore statunitense Norman Mailer nel 1991 aveva avanzato una tesi, avente per oggetto una colossale operazione di disinformazione su scala cosmica.

Proprio alla fine del suo libro Il fantasma di Harlot, Mailer infatti mise nero su bianco un ipotetico ma diabolico disegno divino “di copertura”, descritto fin nei minimi dettagli dall’abilissima spia della CIA (e in seguito disertore, almeno in apparenza, a favore dei sovietici) conosciuta sotto il soprannome di Harlot.

«“Date infatti le uguali opportunità che ho concesso a Satana, come può questa voglia di sapere non divenire la passione dominante dell’uomo? L’ho creato, a mia immagine e somiglianza, quindi lui desidererà scoprire la mia natura al fine di impadronirsi del mio trono. Avrei mai permesso una cosa simile, quindi, se non avessi preso la precauzione di confezionare una storia di copertura?”

“Una storia di copertura?” ripetei, come l’eco.

“Una stupenda storia di copertura. Niente di volgare o meschino. Una storia ben congegnata in tutti i dettagli. Supponi che, dopo aver stretto quell’accordo con Satana, Dio abbia creato il mondo da cima a fondo, completo in tutte le sue parti: Lo creò dunque ex nihilo cinquemila anni fa, e rotti. Era un mondo realizzato e rifinito. Tutti i suoi abitanti cominciarono a vivere nello stesso istante, al fiat. Tutti quanti avevano però dei precedenti, una loro preistoria individuale. Il tutto era scaturito dal nulla, era stato creato dal genio divino; ma il mondo reale aveva un suo passato immaginario, architettato anch’esso da Dio. Questo passato fittizio era un’opera d’arte. Tutti i viventi, quel primo giorno dell’anno primo, avessero essi tre anni o novanta, trent’anni o poche ore di vita, erano stati creati nel medesimo istante. Così pure gli animali e le piante, nei diversi luoghi e nei diversi climi. Tutto insomma comparve d’un tratto, ma ogni creatura possedeva la propria memoria, i propri istinti. La terra era qui fertile, là brulla, alcune messi erano già pronte per il raccolto. Tutti i resti fossili erano stati accuratamente incastonati nelle rocce. Insomma Dio ci diede un mondo che conteneva tutti quegli indizi materiali che avrebbero consentito a Darwin, di lì a una cinquantina di secoli, di postulare l’evoluzione universale. Gli strati geologici erano stati sistemati a puntino. Il sistema solare era in funzione. Tutto era stato messo in moto a velocità tali da indurre gli astronomi, di lì a cinquemila anni, a dichiarare che l’età della terra era di circa cinque miliardi di anni. Mi piace immensamente, quest’idea,” disse Harlot. “Possiamo allora dire che l’universo è un “sistema di disinformazione” magnificamente congegnato, in modo tale da farci credere nell’evoluzione naturale e, quindi, sviarci da Dio. Sì, è esattamente così che mi sarei comportato io, se fossi stato il Signore e non avessi avuto fiducia nella mia stessa creazione”».50

Innanzitutto risultano totalmente aliene, oltre che irrazionali, le ipotetiche ragioni che avrebbero portato e condotto il presunto dio di Harlot a far scoprire a Galileo Galilei nel 1610 i satelliti di Giove: oggetti celesti viceversa inesistenti e inventati ad arte, almeno secondo l’ipotesi in oggetto, come del resto le decine di migliaia di asteroidi via via rinvenuti (ma inesistenti e inventati ad arte, sempre seguendo la congettura in esame) dopo il 1800 dalla soggettività e dalla pratica collettiva umana.

Ma non solo.

Per un istante ammettiamo, in un particolare esperimento mentale, che la “tesi di Harlot” non rappresenti solo l’eccellente parto della fantasia di un grande scrittore americano e che essa si trasformi invece in una visione dell’universo realmente sostenuta da uno o da più invasati, come quelli descritti magnificamente da Umberto Eco nel romanzo Il pendolo di Foucault: ossia “filosofi” secondo i quali esista e operi davvero, tra l’altro in posizione dominante nel cosmo, un dio maligno e perfido come quello ad esempio dipinto magistralmente in un libro di Stephen King intitolato Revival.

Innanzitutto saremmo in (squallida) presenza di un dio maligno e ingannatore ma, allo stesso tempo, molto affannato, perché impegnato a creare e riprodurre continuamente falsi segnali dal cielo e dalle stelle per ingannare gli umanissimi astronomi, mediante miliardi di nuove (e false) galassie via via create dal nulla (e nel nulla) per tutti gli anni compresi tra il 1917 – Curtis e la sua scoperta di Andromeda – e l’attimo fuggente del presente, ossia fino al nostro 2021.

E ancora: Curtis scoprì Andromeda nel 1917, secondo la tesi di Harlot in esame evidentemente traviato e ingannato da una meschina e squallida divinità.

Bene, anzi male.

Ma perché solo nel 1917 al povero e ingannato Curtis venne fatto scoprire Andromeda, sempre da parte di questo presunto dio spione e disinformatore? Forse perché il dio-ingannatore in quell’anno aveva litigato di brutto con sua suocera, divinità ancora peggiore di lui?

In terza battuta, ancora nel decimo secolo il bravissimo astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi ritrovò Andromeda: forse tale mossa protoscientifica umana era sfuggita alla presunta divinità ideata da Harlot-Mailer, arrivando dunque con dieci secoli di anticipo rispetto a Curtis e al 1917?

E ancora: il presunto dio-disinformatore si era forse dimenticato di “disinformare” proprio l’eccellente protoscienziato persiano del decimo secolo, dicendogli in un orecchio: “Guarda, Abd al-Rahman, non si tratta di una piccola nube, ma di una galassia di miliardi di stelle” (ovviamente costruita ad arte da lui stesso…)?

E non solo: il presunto dio-ingannatore si sarebbe rivelato invece un dio-fallimentare, visto che non è riuscito a ingannare né Harlot, né il suo creatore Norman Mailer né, a catena, i non pochi lettori dell’eccellente libro di spionaggio in via di esame.

Oltre alla consegna quotidiana del finto materiale costituito da meteoriti, micrometeoriti e polvere stellare, il presunto dio-ingannatore dovrebbe inoltre per forza di cose falsificare la datazione della massa cosmica da lui inviata a fini di depistaggio sulla Terra, in caso di controlli umani sull’età dei corpi celesti caduti sul nostro pianeta (stiamo parlando sia di un dio sospettoso/paranoico che di strumenti di datazione a disposizione di noi esseri umani, almeno negli ultimi decenni), oppure di falsificare proprio gli attrezzi tecnoscientifici di rilevamento dell’età, sempre al fine di ingannare i poveri scienziati umani.

In quest’ultimo caso si tratterebbe di un doppio lavoro costante e continuo, sempre ammesso di poterlo nascondere in qualche modo agli uomini, ingannati e presi in giro ma a contatto diretto, fisico e tridimensionale con i sistemi materiali di datazione: impegno quotidiano che in ogni caso si aggiungerebbe alla prima e continua “fatica di Ercole” dell’invio continuo di finti meteoriti e micrometeoriti.

Pendiamo ad esempio la meteorite schiantatasi a Murchison, in Australia, nel settembre del 1969: la sua considerevole massa è pari a circa un quintale di tonnellate, mentre al suo interno sono stati trovati dei “grani presolari” e della materia che risale come minimo, in alcuni casi, a più di 5,5 miliardi di anni or sono, secondo studi pubblicati all’inizio del 2020.

Cosa avrebbe dovuto fare e disfare, il dio-ingannatore, rispetto a Murchison?

Innanzitutto simulare l’impatto del meteorite del 28 settembre 1969 in Australia, sempre per ingannare noi poveri babbioni umani.

In secondo luogo, falsificare l’età dei (presunti) “grani presolari” attribuendo loro, con i suoi poteri divini, una falsa datazione risalente addirittura a 5,5 miliardi di anni fa, più vecchi quindi del nostro Sole almeno nel suo perfido inganno.

In terzo luogo, avrebbe dovuto mescolare i sopracitati grani presolari di 5,5 miliardi di anni a quelli invece (per finta) risalenti in maggioranza a “soli” 4,6 miliardi di anni.

E tutta questa fatica, per uno solo degli innumerevoli meteoriti caduti sulla Terra nell’ultimo secolo?

Saremmo in presenza dunque di un’ipotetica e fallimentare azione di disinformazione che infine, anche se per assurdo fosse considerata come veritiera, non toglierebbe neanche uno iota al collasso accelerato delle posizioni antirealiste sul piano ontologico; nell’insensata ipotesi in esame, il presunto dio-ingannatore di Harlot infatti agirebbe ed esisterebbe in ogni caso prima e in modo assolutamente indipendente dal suo presunto “burattino”, dalla sua presunta marionetta ingannata e di scarso comprendonio, ossia noi esseri umani: beffeggiati e illusi, certo, ma ad opera di una (presunta) entità esterna e con false prove che esisterebbero, in ogni caso, anche senza l’Homo sapiens sapiens.

Molto simile alla tesi sostenuta da Harlot risulta poi la teoria proposta da Nick Bolstrom, secondo la quale il nostro universo costituirebbe solamente una sofisticata simulazione al computer e una particolare realtà virtuale, programmata in modo laico e a-religioso da una civiltà enormemente più sviluppata della nostra: tale programma sarebbe dunque tanto perfetto da darci la possibilità, come esseri simulati-ingannati, di provare sia emozioni reali che l’illusione di essere liberi.

Come ha notato per una volta correttamente Slavoj Zizek, quello «tracciato in queste ipotesi è uno scenario teologico secolarizzato, in cui il ruolo del creatore è occupato da una specie naturale molto più sviluppata della nostra, anziché da un essere soprannaturale. Così, se sappiamo (o presumiamo) che il nostro universo è una “simulazione” creata deliberatamente da esseri superiori, come possiamo distinguere le tracce del loro intervento e/o interpretare i loro scopi? Vogliono forse che restiamo totalmente immersi nell’ambiente simulato? E se è così, lo fanno per metterci alla prova, epistemologicamente o eticamente? Siamo stati creati per gioco, come un’opera d’arte, oppure facciamo parte di un esperimento scientifico? (Domande che richiamano alla mente molti romanzi e film, da La spiacevole professione di Jonathan Hoag di Heinlein a The Truman Show, Il tredicesimo piano e The Matrix). Possiamo immaginare di vivere in un mondo simulato senza presupporre l’intenzione di un creatore?».51

Innanzitutto le simulazioni virtuali sono bidimensionali e risulta impossibile “simulare” la tridimensionale pelle, il tocco delle mani e la profondità degli oggetti, visto che in tal caso avremmo non una simulazione, ma per l’appunto la nostra realtà tridimensionale, con annessi organi tattili e manualità.

Come simulare poi l’eurekismo, a partire dalle continue scoperte che dopo il 1917 hanno portato al ritrovamento di almeno cento miliardi di galassie, ignote all’ingannato genere umano fino al 1916?

E perché poi “simulare” tale scoperta di miliardi di galassie, da parte dell’ipotetica civiltà superiore di “simulatori”?

Forse per non morire di noia, procurandosi un lavoro continuo degno del famoso minatore sovietico Stachanov? E anche in questa ipotetica simulazione, perché poi iniziare a “simulare” e a far comparire galassie a destra e a manca solo dopo il 1916? Forse un’ipotetica litigata del capo-simulatore con sua suocera, dopo il 1916, diventa l’opzione meno assurda sul campo.

Avvocato del diavolo: “In un suo libro il filosofo idealista (oggettivo) Zizek riporta, con un certo fastidio, una domanda per così dire “classica” nel campo epistemologico, ossia “come apparirebbe la realtà oggettiva senza di me, indipendentemente da me?”52

Tale reale dubbio e tale concreto problema è subito risolto per quanto riguarda quasi tutte le galassie scoperte dopo il 1917, ossia per tutte le sopracitate galassie (il 99,99999999 del totale…) lontane dalla Via Lattea più di sette milioni di anni luce. La realtà oggettiva di tali galassie è quella che si rivela ai nostri occhi, perché la luce che percepiamo e che proviene da tali immensi corpi stellari, composti a loro volta da miliardi di stelle, è stata emanata ed emessa proprio quando non erano nati né l’Homo sapiens sapiens né i suoi più lontani predecessori: parafrasando una splendida canzone dei Toto, le ali della filosofia realista riflettono quelle stelle e quelle galassie che ci guidano verso la lucidità mentale, visto che l’algoritmo ontologico sopracitato non lascia alcuna possibilità di esistenza all’antirealismo, una volta eliminate via via tutte le ipotesi fantasiose, quali quelle avanzate da Harlot.

Avvocato del diavolo: “Siete proprio sicuri di poter svolgere questo ruolo di “spazzini filosofici?” Se ad esempio, come sostiene una particolare corrente della filosofia del tempo che risale all’opera filosofica di McTaggart, esistesse solo il presente e il passato rappresentasse solo una costruzione mentale umana, le galassie non esistevano in alcun modo prima dell’uomo, per il semplice fatto che la loro presenza/esistenza nel passato ricade nel nulla generale che segna i (presunti) tempi andati”.

La luce delle galassie che osserviamo nel presente proviene sicuramente dal passato di tali galassie: un passato di 2,5 milioni per la “vicina” Andromeda, per poi arrivare al passato iperconcreto della sopracitata galassia lontana più di tredici miliardi di anni luce.

Quindi proprio il presente umano, proprio le presenti e attuali osservazioni scientifiche umane provano e attestano con dati inoppugnabili l’esistenza passata delle galassie, partendo dal tempo passato di 2,5 milioni di anni (per Andromeda) fino a più di tredici miliardi di anni or sono, per i corpi celesti più lontani.

La pratica scientifica di matrice astronomica demolisce le castronerie alla McTaggart e dimostra pertanto, ancora una volta, quale sia la reale e materiale relazione dialettica che si forma via via tra passato e presente, aggiungendosi ovviamente all’indiscutibile principio di causalità per cui il presente è “preparato” e connesso strettamente al passato, oltre che ad altri elementi di prove che confermano l’esistenza materiale del passato quali, ad esempio, le solo apparentemente insignificanti (su piano filosofico) tombe umane, con annessi cadaveri.

Ma ammettiamo per un istante, per amor di discussione, che l’ipotesi “antipassatista” sia valida e veritiera. Persino in questo ipotetico scenario, ingannatore e fallace, le galassie rimarrebbero collocate a distanze sconfinate sia dalla Terra che dal genere umano.

Tale iperlontananza fisica, collegata al fatto innegabile che nessun uomo o oggetto prodotto dall’uomo ha mai raggiunto neanche la più vicina delle galassie – e neanche la stella più vicina a noi, tra l’altro – esclude e scarta in modo sicuro e indiscutibile qualunque forma di ipotetica dipendenza ontologica delle galassie (=l’oggetto) dal soggetto umano, anche se dotato e munito di eccellenti telescopi e strumenti di osservazione.

Tornando invece alla realtà la teoria presentista del tempo non solo presuppone, inevitabilmente e logicamente, un piano di simultaneità assoluto degli eventi che è contraddetto dalla teoria della relatività speciale di Einstein; non solo essa deve negare per forza di cose qualunque verità passata (ad esempio che Giulio Cesare ha varcato armato il Rubicone), ma deve altresì rifiutare persino i resti, le rimanenze e i “fossili” del passato: pensiamo, tra gli innumerevoli esempi disponibili, alla presenza concretissima sulla Terra dell’iperarcaica radiazione fossile di cosmo o alle ossa – ben visibili nel presente, ben verificabili e ben databili nel nostro presente – dei dinosauri estinti circa 66 milioni di anni or sono.53

J. L. Borges: “In un mio libro, intitolato “Altre inquisizioni”, ho ricordato che il filosofo inglese Bertrand Russell nel 1921 già suppose che il nostro pianeta fosse stato creato solo da pochi minuti, venendo l’umanità fornita di un passato inesistente e illusorio”.

Quindi il dio di Harlot, oppure un altro pseudocreatore avrebbero prodotto e creato da pochi minuti anche chi legge queste brevi righe, le quali a loro volta sono state create da un illusorio Borges che avrebbe riportato il pensiero di un altrettanto illusorio Bertrand Russell, espresso a sua volta in un illusorio 1921.

Il lettore ignoto e sconosciuto che, in questo momento preciso, ha davanti e scruta queste frasi scritte deve essere davvero iperimportante, per riuscire a giustificare e legittimare tale presunto gioco di illusioni, proiettato tra l’altro su scala planetaria e rispetto a tutti gli uomini…

Avvocato del diavolo: “Contrariamente ad Harlot, il fisico francese d’Espagnat nel 1981 aveva cercato di utilizzare la meccanica quantistica contro il realismo ontologico notando, nel suo libro Alla ricerca del reale, che il mondo quantistico «avrebbe evidenziato che la realtà indipendente è al di là dei riferimenti spaziotemporali e che è pertanto necessario costruire un quadro epistemologico fondato sull’oggettività debole, intesa come invarianza in rapporto a un cambiamento di osservatori o di mezzi di osservazione. In base ai risultati a cui essa perviene siamo indotti a supporre che “la realtà empirica, quella delle particelle, dei campi e delle cose, sia per noi, proprio come la coscienza, un semplice riflesso. E questi due riflessi sarebbero complementari nel senso… che l’uno e l’altro, si può dire, sono realtà, ma soltanto realtà “deboli”, non totalmente descrivibili in termini di oggettività forte”».54

Già con l’astruso “paradosso dell’amico” esperimento mentale ideato nel 1967 dal fisico Eugene Wigner, si tentò di introdurre di sfuggita la coscienza dello scienziato osservatore come causa del collasso della funzione d’onda, espressione con cui si indica l’evoluzione dello stato di un sistema fisico determinato dalla misura di una sua grandezza misurabile.

Ma persino Wigner non ha apertamente sostenuto la cosiddetta “interpretazione alla Berkeley” del collasso d’onda, ossia che tanto la funzione d’onda dell’elettrone quanto il suo collasso costituiscano il sottoprodotto della mente umana; persino tale scienziato non ha mai sostenuto apertamente che l’elettrone fosse solo una particolare creazione dello scienziato-osservatore, ossia che l’elettrone non esistesse se non quando noi umani lo osserviamo e lo misuriamo.

Ma l’elettrone (e la derivata funzione d’onda) davvero esiste senza un osservatore umano, senza la coscienza e l’osservazione scientifica da parte dell’uomo?

Parafrasando Einstein, “la Luna e l’elettrone esistono davvero solo se li si guarda?”.

Ancora una volta l’eurekismo e il derivato algoritmo ontologico fanno piazza pulita delle tesi di un antirealismo condito, in questo caso, con salsa quantistica.

Fino al 1860 e agli esperimenti del fisico inglese William Crookes, infatti, nessuno scienziato, nessun “osservatore” (più o meno quantistico) e nessun uomo aveva mai ottenuto alcun elemento di prova concreto sull’esistenza degli elettroni, ossia di quelle particelle subatomiche con carica elettrica negativa che, assieme ai protoni e neutroni, costituiscono uno dei componenti fondamentali dell’atomo; e solo nel 1838-1851 il filosofo britannico Richard Laming aveva ipotizzato (solo ipotizzato, si badi bene) per la prima volta che l’atomo fosse composto da un nucleo di materia, circondato da particelle subatomiche dotate di carica elettrica.

Per il criterio di prudenza filosofico prendiamo il 1838 come anno fatidico in cui, per la prima volta, la nostra specie immaginò ed ebbe una (vaghissima) coscienza rispetto all’esistenza degli elettroni, grazie al pensiero osservatore di Richard Laming; e inoltre ipotizziamo, tanto per concedere un vantaggio al collassato antirealismo ontologico, che già in quell’anno iniziasse il processo di osservazione umana dell’elettrone, della funzione d’onda e del collasso di quest’ultima.

Bene, 1838.

Ma nel 1837, ossia l’anno precedente la “scoperta” di Richard Laming, esisteva l’elettrone, la funzione d’onda dell’elettrone e il collasso della funzione d’onda dell’elettrone?

E nel 1836, ossia due anni prima della “scoperta” di Laming, esisteva davvero l’elettrone, la funzione d’onda e il collasso della funzione d’onda?

E nel 1835, ossia tre anni prima? Possiamo facilmente risalire indietro di miliardi di anni, a nostro piacere.

Se l’antirealismo in salsa quantistica dovesse rispondere in modo affermativo a tale inevitabile interrogativo, verrebbe distrutta qualunque teorizzazione del tipo “nessun oggetto-elettrone senza soggetto-osservatore”, facendo dunque cadere e collassare qualunque posizione secondo cui il collasso d’onda dipenderebbe dalla presenza di un osservatore, di uno scienziato-osservatore, di un essere umano-osservatore.

Se invece l’idealismo soggettivo, sostenuto da alcuni fisici quantistici, avesse finalmente il coraggio di rispondere negativamente alla domanda in oggetto, dovrebbe “solo” spiegare come faceva ad esistere e riprodursi l’universo, ivi compresi gli esseri umani composti anche da elettroni, prima del fatidico 1838.

Ossia nel 1837.

Ossia nel 1836.

Ossia nel 1835 e via tornando indietro nel tempo, a piacere e per milioni e milioni di anni.

Ovviamente un ragionamento analogo può essere effettuato anche per le altre particelle subatomiche, quali ad esempio i protoni, scoperti solo nel XX secolo.

Oppure i fotoni.

I neutroni.

I neutrini.

I quark.

Il bosone di Higgs.

L’elenco può continuare a lungo, coinvolgendo tutta una serie di particelle sicuramente ritrovate dalla praxis scientifica umana decenni e decenni dopo il “fatidico” 1838 e dopo la prima ipotesi formulata da Richard Laming rispetto a quello che, in seguito, verrà denominato elettrone.

Uno degli ultimi arrivati nel settore fisico viene costituito ad esempio dai neutrini di alta energia, mai osservati empiricamente prima del 2015.

«Nel 2015, infatti, un gruppo di scienziati sotto la guida del fisico Francis Halzen ha annunciato di aver catturato neutrini di altissima energia provenienti dallo spazio profondo. Il 13 luglio 2018, gli scienziati hanno unito le forze con altri gruppi di ricerca sperimentale, per annunciare che per la prima volta erano riusciti a osservare una sorgente che sembra produrre allo stesso tempo neutrini e radiazione elettromagnetica di alta energia.

Per rivelare i neutrini di alta energia gli scienziati si sono serviti di IceCube, un esperimento quasi fantascientifico situato al Polo Sud, costituito da 86 stringhe verticali di rivelatori che affondano per due chilometri e mezzo nella profondità del ghiaccio antartico».55

Ennesimo algoritmo ontologico ed ennesima domanda: esistevano dunque i protoni, prima del 1838? Si muovevano nello spazio-tempo ed esistevano i neutroni, prima del 1838?

Esistevano i quark, prima del 1838? E così via, arrivando fino al bosone di Higgs e ai neutrini ad alta energia.

Anche solo un semplice e apparentemente arido elenco delle date delle scoperte effettive sul mondo subatomico non lascia adito a dubbi che fino al 1884 regnava un deserto totale, in questo strategico campo della conoscenza scientifica.

Il mondo subatomico è stato trovato e rinvenuto infatti dal genere umano solo dopo il 1884, partendo dalla scoperta datata 1885 dei protoni da parte di Eugen Goldstein, il quale tuttavia non comprese la reale funzione giocata nell’atomo dalle radiazioni positive, mentre solo nel 1895 vennero prodotti i raggi X da Wilhem Röntgen, identificati in seguito come fotoni, ossia quantità determinate e pacchetti discreti di energia in un’onda elettromagnetica. L’elettrone venne individuato solamente nel 1897; le particelle alfa (una forma di radiazione corpuscolare) nel 1899; i raggi gamma, nati dal decadimento radioattivo dei nuclei atomici, nel 1900; i neutroni furono trovati da James Chadwick nel 1932; il neutrino elettronico nel 1956; la prima prova dell’esistenza del quark avvenne nel 1967; il bosone di Higgs fu osservato la prima volta solo nel 2012, mentre infine la particella Xi, composta da due quark pesanti, venne scoperta dal Cern di Ginevra nel 2017.56

Prima del 1885, il genere umano dunque non conosceva pressoché nulla dell’universo subatomico; prima del 1885, quindi la nostra intelligente e creativa specie non era informata neanche dell’esistenza di una sola delle particelle subatomiche, ma esse esistevano e si muovevano da circa 13 miliardi di anni nell’universo, in totale assenza del “soggetto” di derivazione schopenhaueriana.

Il collasso dell’antirealismo in salsa subatomica non potrebbe essere più completo. Del resto Niels Bohr, uno dei fondatori della meccanica quantistica, non aveva alcun dubbio almeno sul fatto «che il mondo quantistico esiste indipendentemente da noi», posizione correttamente realista sul piano ontologico, anche se egli riteneva che le proprietà di tale particolare livello di organizzazione della materia invece esistessero «in modo definito solo in quanto misurabili».57

Persino il fisico John Wheeler, vicino alle posizioni filosofiche idealiste, ha ammesso che «la coscienza non ha nulla a che fare con i processi quantistici. Si tratta di eventi» (quindi oggetti in movimento, che creano “eventi” indipendenti dalla coscienza umana) «che possono essere conosciuti mediante un atto irreversibile di amplificazione, una rilevazione indelebile, un atto di registrazione».58

La praxis scientifica del resto ha dimostrato con assoluta certezza che la particella-elettrone (come del resto la particella-protone e la particella-neutrone) possiede una determinata massa a riposo, calcolata con un margine di approssimazione in 9,109 x 10-31 chilogrammi, ossia 1.836 volte meno pesante di quella del protone.

Inoltre il corpuscolo-elettrone possiede sicuramente non solo massa, ma anche energia: ossia una carica elettrica negativa, uguale a quella (positiva) posseduta dal protone ma di segno opposto.

Non solo: il moto dell’elettrone genera un concretissimo campo magnetico mentre gli elettroni possono essere distrutti e annichiliti da un’enorme collisione con i positroni, e cioè dall’antiparticella dell’elettrone dotata invece di carica positiva.

Quindi l’elettrone non costituisce solo un’eterea onda quantistica ma, simultaneamente, anche una concretissima particella e corpuscolo materiale, come dimostrato del resto anche dall’effetto fotoelettrico caratterizzato dall’emissione di elettroni da parte di una superficie di regola metallica, colpita da una radiazione elettromagnetica.

Sintetizzando le ricerche scientifiche di un secolo sul mondo subatomico, M. L. Dalla Chiara e G. Toraldo di Francia hanno evidenziato come per la fisica classica gli oggetti fossero “contingenti nella forma, nella massa, nella carica elettrica” e così via…

Nella nuova fisica, invece, i micro-oggetti sono necessariamente determinati già in partenza, in molte delle loro caratteristiche. Per esempio, un elettrone ha sempre lo stesso valore per la massa, per lo spin, per il momento magnetico. Si può dunque dire che le sue costanti caratteristiche sono fissate per legge fisica…59

Non a caso i due autori sopracitati affermano con decisione che il vecchio “dilemma onda-corpuscolo” per la luce risulta ormai, all’inizio del terzo millennio, uno “pseudo-problema”, visto che «riguardo alla vera natura di una particella» (elettrone, quark, ecc.) «corrisponde una funzione d’onda, la quale obbedisce all’equazione di Schrödinger; oppure che, in generale, la particella è soggetta alla legge della meccanica».60

Avvocato del diavolo: “Tuttavia anche Dalla Chiara e Toraldo di Francia, come del resto F. Capra e altri fisici, hanno messo in discussione più o meno apertamente proprio la realtà della categoria ontologica delle particelle, sostenendo ad esempio che le coppie di quark non sono ben definibili o, all’estremo, non esistono e sono solo il frutto di una nostra costruzione mentale”.

Sotto il vestito (subatomico) niente, in ultima analisi.

Infatti se davvero protoni e neutroni fossero composti da quark, ma questi ultimi fossero a loro volta fatti di niente, al di fuori delle costruzioni mentali degli scienziati che, a partire da Murray Gell-Mann, le hanno descritte, allora tutto il tessuto dell’universo sarebbe composto solo dal nulla e da un desertico niente, sostenuto solo dai formidabili (ma inesistenti) superpoteri mentali degli esseri umani: ma è solo paccottiglia, nichilista e idealista allo stesso tempo.

Da decenni tutta una serie di esperimenti e risultati scientifici incontrovertibili hanno infatti dimostrato, senza ombra di dubbio, l’esistenza concreta dei quark e dei mattoni subatomici dell’universo che demoliscono le tentazioni nichiliste alla F. Capra, fino al punto di osservare particelle elementari particolarmente “esotiche” composte anche da quattro e cinque quark.61

All’inizio di luglio del 2020 è stato infatti annunciato che l’autorevole CERN di Ginevra ha rinvenuto e scoperto un tetraquark, ossia una particella composta da quattro quark charm, a loro volta una delle diverse tipologie di quark e il terzo per massa tra questi ultimi.

«Una nuova particella esotica, mai vista prima, è stata scoperta al CERN di Ginevra. Grazie al Large Hadron Collider Beauty (LHCb), gli scienziati hanno potuto osservare in azione per la prima volta una particella composta da quattro quark charm.

Il quark charm, definito anche quark c, è il terzo più massiccio di tutti i quark anche conosciuti. Si trova di solito negli adroni, particelle che a loro volta compongono gli atomi e che sono fatte di quark.

Questa scoperta, come rileva l’annuncio pubblicato sul sito dell’Università di Manchester, potrà essere di aiuto per una maggiore comprensione dei quark, una particella elementare che al momento è considerata come l’elemento fondamentale di tutta la materia essendo l’elemento costitutivo primario dell’atomo.

In particolare gli scienziati vogliono capire meglio come i quark si aggregano per formare molecole più complesse come gli adroni e infine gli atomi.

Gli scienziati sanno che i quark, di solito, si aggregano in due o tre formando gli adroni. Tuttavia per molto tempo gli stessi fisici hanno predetto l’esistenza di adroni fatti di quattro quark o addirittura di cinque quark, denominati tetraquark e pentaquark. L’esistenza di questi adroni esotici è stata poi confermata dagli esperimenti.

Per le particelle tetraquark erano stati osservati, però, solo esempi composti al massimo da due quark pesanti e nessuna con più di due quark dello stesso tipo.»62

Tra l’altro il tetraquark in oggetto sicuramente interagiva e si muoveva nel mondo subatomico anche prima del suo rinvenimento da parte del CERN di Ginevra, e più precisamente anni prima del luglio 2020 e della sua prima osservazione da parte umana, creando le condizioni per un nuovo utilizzo dell’algoritmo ontologico.

Tuttavia, rispetto alla versione “evanescente” e “nichilista” del cosmo vogliamo andare ancora più in profondità, rilevando che proprio la pratica umana, compresa persino la mediocre scrittura a sei mani e la lettura più o meno assonnata di questo nostro saggio, dimostra già di per sé la legge generale di esclusione del nulla totale, del niente assoluto.

Lo scrittore e metafilosofo Stephen King illustrò, molto prima di noi, tale negletta ma decisiva legge generale della fisica nel libro L’ultimo cavaliere, nel primo tassello della sua saga sulla Torre Nera: in un allucinato dialogo tra l’eroe “positivo” della serie, il pistolero Roland, e uno dei cattivi, l’uomo in nero, quest’ultimo rispose in modo efficace all’antica domanda posta dal filosofo tedesco Leibnitz sulla ragione per cui c’è qualcosa, e non il niente, affermando che “tutto nell’universo nega il nulla; ipotizzare un limite è l’unica assurdità”.63

L’analisi della praxis collettiva umana, a partire dalla fisica del vuoto quantistico, permette di estrarre e sintetizzare tre principi ontologici di carattere generale.

Prima tesi antinichilista, già esposta in precedenza: il niente assoluto viene schiacciato, negato e demolito dalla stessa presenza materiale sia dagli esseri umani che dai proteiformi oggetti che ci circondano, ivi comprese queste fragili pagine di saggio filosofico in via di esposizione.

Secondo enunciato.

A sua volta il niente assoluto non sussiste, e in ogni caso non può regnare perché persino il “niente” è composto strutturalmente anche da qualcosa: perché persino il vuoto quantistico, infatti, è costituito da un lato dal niente/nulla, ma dall’altro e simultaneamente anche da infinite coppie di particelle e antiparticelle virtuali, che subito si annichiliscono reciprocamente in un “tango” eterno e mortale.

«Una particella non viaggia mai da sola o nuda, come si dice. È sempre accompagnata da una nuvola di particelle virtuali, che continuamente emette e riassorbe. Inoltre, nel vuoto circostante vengono continuamente create coppie particella-antiparticella, che subito si riannichiliscono».64

Il fisico e filosofo J. Owen Weatherall ha indicato a sua volta che le causali fluttuazioni del vuoto quantistico «danno quel pizzico di energia che consente a una coppia elettrone-positrone» (il sopracitato anti-elettrone) «di materializzarsi spontaneamente, propagarsi per un breve tratto, incontrarsi nuovamente e cancellarsi a vicenda. Le particelle che si formano con questo meccanismo sono talvolta “virtuali” perché, come le stesse fluttuazioni del vuoto, hanno, per così dire, una natura indefinita, eterea; vanno e vengono in un attimo, piccoli segnali evanescenti in un rumore di fondo. Il loro effetto su altri fenomeni fisici, però, è reale».65

Terza tesi antinichilista.

Almeno una volta, almeno in un caso particolare e come minimo una volta, durante la storia infinita delle fluttuazioni quantistiche e nella dialettica eonica tra vuoto quantistico e coppie di particelle virtuali, una di queste fluttuazioni quantistiche non si è annichilita e non si è autodistrutta, per motivi ancora ignoti alla scienza, creando come minimo il nostro piccolo ma meraviglioso universo, in espansione (accelerata). 66

Noi umani, e l’universo che ci circonda, dunque esistiamo e ci muoviamo determinando con la nostra stessa e semplice presenza ontologica l’annichilimento immediato del nichilismo filosofico, che parte dal sofista Gorgia e dalla sua tesi – autodistruttiva, certo – per cui «nulla è. Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile. Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri».

Tutto sbagliato, signor Gorgia: persino il nulla è qualcosa, ossia coppie di particelle virtuali, anche se solo come suo lato e sua controtendenza subordinata.67

Persino se questo nostro piccolo universo dovesse autodistruggersi, come ipotesi peggiore, comunque ritornerebbe la danza resiliente e indistruttibile del vuoto quantistico, con le sue coppie di particelle e antiparticelle e il suo latente, blochiano principio-speranza, avente per oggetto specifico la possibile rinascita cosmica, un nuovo inizio globale.

Parafrasando e riprendendo in modo creativo ciò che disse una volta, in modo paradossalmente luminoso, il lugubre e di regola nichilista H.P. Lovercraft attraverso il suo avatar rappresentato dal pazzo Abdul Alhazred, «non è morto ciò che può attendere in eterno» (vuoto quantistico/coppie di particelle virtuali) «e col volgere di strani eoni anche il vuoto può cessare»: e quando la scienza farà finalmente luce sulle connessioni sussistenti tra effetto Casimir, energia del vuoto quantistico, materia/energia oscura ed espansione accelerata dell’universo – un quartetto su cui torneremo tra poco – acquisiremo e otterremo un quadro generale più completo per la riflessione antinichilista.68

Sintetizzando i risultati empirici finora ottenuti, Pietro Greco ha ribadito che “tutti riconoscono – tanto Böhr e i fisici che aderiscono all’interpretazione di Copenaghen, quando Einstein e i pochissimi fisici che la pensano come lui – che la meccanica quantistica con il suo approccio statistico funziona con straordinaria precisione quando prende in esame un grande numero di particelle. La differenza tra i gruppi asimmetrici è che, secondo Böhr e la comunità dei credenti, il medesimo approccio – ove fosse praticamente possibile – andrebbe applicato anche agli “oggetti singoli”. Cosa che Einstein contesta, perché a livello di singolo oggetto il realismo non può svanire.

Ma la questione resta pura accademia fino a quando i fisici sperimentali non sono in grado di verificare che cosa succede a oggetti microscopici singoli. Ora, grazie a John Bell, diventa non solo possibile (e interessante per i fisici) la descrizione quantistica di oggetti singoli, ma anche la sua verifica empirica. Negli anni Ottanta, per esempio, diventa possibile misurare un parametro di singolo elettrone – il cosiddetto “fattore g” – con una precisione che si accorda con la teoria fino alla tredicesima cifra decimale. Un po’ come se si misurasse la distanza tra la Terra e la Luna con una differenza tra rilievo empirico e teoria di mezzo millimetro (pari al diametro di un capello).

Sempre negli anni Ottanta diventa possibile verificare su singoli oggetti l’ipotesi che i salti quantici – ovvero, lo ricordiamo, il cambiamento istantaneo di uno stato, con il passaggio, per esempio, da un livello energetico a un altro – sono reali. Schrödinger pensava di no, pensava che i “salti” fossero il risultato di una teoria applicata a grandi ensemble, ma che non fossero salti reali di singoli elettroni. Ma, scrive Alain Aspect, alcuni esperimenti dimostrano che i salti quantici esistono davvero e che la teoria quantistica può descrivere il comportamento di un oggetto singolo”.69

Sempre Greco nel 2020 ha notato che nella particolare interpretazione della meccanica quantistica chiamata interpretazione di Copenaghen “cambiano o perdono del tutto senso parole come “causalità”, “determinismo” e, appunto, “realismo”. Mentre assume un ruolo decisivo l’atto della misura e la presenza di un osservatore macroscopico.

All’inizio degli anni Trenta la grande maggioranza dei fisici fa propria questa interpretazione. Anche perché la meccanica quantistica è una teoria estremamente precisa – forse la più precisa mai elaborata da esseri umani – e si propone come uno dei due pilastri su cui poggia la fisica contemporanea. L’altro è la relatività generale di Albert Einstein.

Proprio Einstein, tuttavia, è il critico più puntuale dell’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica. E per questo si ritrova, con pochi altri – Erwin Schrödinger, Louis de Broglie – isolato.

La critica principale di Albert Einstein alla meccanica quantistica nell’interpretazione di Copenaghen riguarda il realismo. Proprio perché in quella interpretazione della teoria manca il realismo, Einstein considera la teoria incompleta.

Gli anni Cinquanta del XX secolo hanno riaperto la partita dell’interpretazione della meccanica quantistica, proponendo con David Bohm e con Louis de Broglie una teoria “a variabili nascoste” che propone un’interpretazione causale e deterministica della fisica dei quanti.

La meccanica quantistica di Bohm e de Broglie ha dimostrato che Albert Einstein aveva ragione. Un’altra interpretazione, capace di dimostrare che la realtà nel mondo dei quanti non è uno stato di allucinazione tra una misura e l’altra.

John Steward Bell ha poi dimostrato che, tuttavia, ogni teoria realista della meccanica quantistica deve necessariamente pagare un prezzo altissimo: la rinuncia al principio di località. Deve accettare quella che Albert Einstein chiamava “l’inquietante azione a distanza”.

L’esistenza delle correlazioni a distanza, l’entanglement, richiede una profonda riconsiderazione dell’idea di spazio.

Albert Einstein aveva dunque torto, almeno parzialmente. Ma nell’ambito della ricerca di teorie realiste ecco che, grazie alla proposta di tre italiani – GianCarlo Ghirardi, Alberto Rimini e Tullio Weber –, si trova il modo di evitare il ruolo decisivo della misura e, di conseguenza, dell’osservatore in meccanica quantistica. La località e, a ben vedere, la realtà così come la intendiamo noi emergono spontaneamente nell’interazione di un numero sufficiente di particelle quantistiche. In altri termini, la realtà sembra essere una proprietà emergente della materia/energia.70

Avvocato del diavolo: “Tuttavia anche il fisico Carlo Rovelli ha esposto, all’interno del suo libro Helgoland, un relazionismo di tipo radicale in campo filosofico, secondo il quale «il mondo è un gioco prospettico, come di specchi che esistono solo nel riflesso di uno nell’altro» mentre «la solidità della realtà sembra sciogliersi tra le nostre dita, in una regressione infinita di referenze».71

Eros Barone ha notato giustamente che «il relativismo, di cui il relazionismo di Rovelli è una variante, costituisce un’espressione filosofica dell’irrazionalismo, tanto più insidiosa in quanto scaturisce all’interno (di una particolare interpretazione) di una fondamentale branca della coscienza scientifica. Come tale, esso ha sempre implicato un aspetto reazionario, sebbene tendesse a spacciarsi per progressivo. In questo senso, la sofistica con la sua disponibilità a sostenere gli interessi del più forte ne è stato un esempio paradigmatico. Del resto, per criticare il relativismo/relazionismo non è necessario rivolgergli contro un qualche assolutismo dogmatico, giacché esso è autocontraddittorio ed è sufficiente a confutarlo la prova della sua stessa limitatezza (“il mondo è un gioco prospettico, come gli specchi che esistono solo nel riflesso di uno nell’altro”, afferma Rovelli) ».72

Ma in cosa consiste concretamente l’autocontraddittorietà della teoria del relazionismo radicale sostenuta da Rovelli?

È la contraddizione tra nichilismo ontologico e antinichilista praxis di scrittura di un libro quale Helgoland.

È la tensione e lo scontro frontale tra la presunta dissoluzione e “scioglimento” nichilista di tutti gli oggetti e della loro “solidità”, proprio mentre un soggetto non-dissolto e ben determinato quale il solidissimo Carlo Rovelli simultaneamente attesta invece la sua esistenza concreta scrivendo pagine e pagine di filosofia, pubblicando nel 2020 un materialissimo manoscritto che sostiene la presunta evaporazione e il supposto scioglimento “relazionale” di tutti gli enti e processi materiali.

Siamo dunque quasi in presenza dell’autocontraddittorietà della frase “io non esisto” (ma allora chi scrive e chi riflette, e per chi si afferma di non esistere?); stiamo quindi esaminando il carattere struttural-mente autodistruttivo di un relazionismo “radicale” di carattere universale, da cui discende inevitabilmente che lo stesso Carlo Rovelli sia solo un “gioco prospettico”, mentre non è un “gioco di specchi” né il concretissimo testo cartaceo di Carlo Rovelli sia il suo stesso autore.

Partendo dal primo elemento, proprio la concreta materialità dell’ente costituito dal libro cartaceo di Rovelli intitolato Helgoland esclude con assoluta certezza che esso sia un “gioco prospettico”, visto che viceversa tali pagine di carta ormai esistono indipendentemente dal loro autore, una volta che esse sono state stampate e pubblicate nel corso del 2020 dalla casa editrice Adelphi.

Se davvero anche il libro di Rovelli intitolato Helgoland fosse solo un “gioco prospettico” tra specchi, come discende inevitabilmente dalla tesi del filosofo italiano secondo cui l’intero universo – e quindi anche la sopracitata fatica filosofica del 2020 – risulta solamente un “gioco prospettico”, il particolare “specchio” denominato Carlo Rovelli dovrebbe poter subito far scomparire, con un minimo suo sforzo di volontà, tutti i suoi specchi-libro dalle librerie e dalle case dei fortunati acquirenti di quest’ultimo, ivi compresi il trio di suoi lettori che lo stanno commentando attraverso queste pagine; per poi farli riapparire e ricomparire di nuovo dopo un’ora, sempre con un minimo di fatica mentale.

Prima sfida pubblica per Carlo Rovelli, quindi: verseremo diecimila euro sul suo conto personale se egli riuscirà a far scomparire e riapparire, entro un’ora, tutte le copie cartacee del suo libro Helgoland dalle librerie e dalle case dei suoi acquirenti, ivi compresi ovviamente i tre autori di questo saggio.

Se viceversa Rovelli non dovesse riuscire in tale compito – ma per lui sarà sicuramente un gioco da ragazzi e un impegno facilissimo da assolvere, visto che egli è sicuramente il creatore indiscusso del libro Helgoland, avendo di certo una stretta relazione “a specchio” con esso e che il suo testo costituisce unicamente “uno specchio che esiste solo nel suo riflesso di un altro”, nel caso specifico lo “specchio-Carlo Rovelli” – quest’ultimo verserà invece la cifra di diecimila euro a favore dei bambini che muoiono a causa di fame e malattie nel cosiddetto Terzo Mondo, destinandoli a un ente benefico che sceglierà lui stesso: neonati e ragazzini le cui sofferenze, quotidiane e continue, non possono essere definite, mai e in alcun modo, come “un gioco prospettico”, “come di specchi che esistono solo nel riflesso” di un altro specchio, qualunque sia tale “vetrata”.

Non è tutto, visto che vogliamo proporre una seconda sfida a Carlo Rovelli, sempre alle condizioni esposte poco sopra: lo invitiamo, come fece James Randi nei confronti dei presunti detentori di poteri paranormali, a svanire e scomparire lui stesso dall’illusorio mondo fisico per poi ricomparire dopo un’ora in questa (illusoria) valle di lacrime, compiendo tale esperimento scientifico di fronte ad almeno una decina di altri fisici, filosofi e pensatori di vario tipo da lui stesso scelto e selezionato.

Sarà sicuramente un altro gioco da ragazzi per Carlo Rovelli, visto che stando proprio alla sua cosmovisione “relazionista” il suo corpo costituisce e rappresenta solo un “gioco prospettico” per la sua mente, quindi assolutamente facile da manipolare e da far scomparire dall’universo, a piacere e a suo comando.

Cosa dite, giudici-lettori? Che ci stiamo fidando troppo di Carlo Rovelli e dei suoi dieci testimoni?

Assolutamente no: fisici e filosofi di matrice antirealista sono totalmente convinti che anche il vil denaro e la vil pecunia, come tutti gli altri enti e oggetti del cosmo, rappresentino solo un “gioco prospettico” e che di conseguenza, logica e necessaria, anche perdere e versare migliaia di euro a favore dei bambini sfortunati del pianeta costituisca solo un ennesimo “gioco prospettico”, che dunque non provocherà alcun danno alle finanze “prospettiche” di Carlo Rovelli.

Attendiamo dunque una doppia convocazione, assegni pronti e già disponibili, da parte del brillante fisico e filosofo italiano in esame: sperando di non fare la fine poco allegra di Vladimir ed Estragon nel dramma Aspettando Godot di Samuel Beckett, oltre ad auspicare che nel frattempo almeno cento miliardi di galassie finora scoperte e la nostra Via Lattea non perdano quella “solidità della realtà” che “sembra sciogliersi fra le nostre dita, in una regressione infinita di referenze”, come asserisce in modo chiaro ed esplicito Carlo Rovelli esponendo la sua cosmovisione iperrelativista e inevitabilmente nichilista.

Ma Carlo Rovelli crede davvero alla “solidità” della sua particolare posizione ontologica?

Pensiamo che la risposta a tale interrogativo sia negativa, visto che a fianco del “Rovelli numero uno” emerge anche un diverso “Rovelli numero due”: quest’ultimo ha affermato in modo chiaro ed esplicito, nel corso di un’intervista da lui stesso rilasciata a Paolo Pecere dopo la pubblicazione di Helgoland, che «il molteplice della realtà esiste ed è reale, e non ha bisogno di provenire da qualcosa per esserci».73

Ovviamente siamo d’accordo con il Rovelli numero due e la sua asserzione secondo cui “il molteplice della realtà esiste ed è reale”, ma questa tesi fa a pugni e collide subito frontalmente invece con quella esposta dal Rovelli numero uno, in base alla quale invece “il mondo è un gioco prospettico”, nel quale “la solidità della realtà sembra sciogliersi fra le nostre dita, in una regressione infinita di referenze”.

Lo stesso filosofo-Rovelli, in un “gioco prospettico di specchi”, deve quindi dover decidere e scegliere quale dei due Rovelli in conflitto deve buttare giù dalla “torre” poco incantata della filosofia.

Avvocato del diavolo: “In ogni caso il soggetto pensante non può uscire da se stesso, mai e poi mai”.

Mario Dal Prà aveva giustamente notato, fin dal 1937 e in piena epoca fascista, che se idealismo soggettivo e realismo avevano in comune il punto di partenza, ossia il pensiero, proprio il pensiero implica necessariamente un pensato diverso dal pensiero, che quindi si differenzia dal pensiero e che trascende il pensiero, come del resto anche la pratica sociale fa comprendere a quasi tutti i “soggetti pensanti”.

Notò altresì Dal Prà che “tolto l’essere, tolte tutte le cose, il pensiero necessariamente scompare”: affermando l’identità di essere e pensiero, l’idealismo soggettivo “si autocondanna al solipsismo” e all’ontofobia più autodistruttiva.74

Viceversa qualunque visione materialistica determina la convinzione del pensiero umano, come aveva notato acutamente Mario Cingoli: «a) che esiste una realtà indipendente dall’uomo; b) che questa realtà (e questo non sembra sia stato sufficientemente sottolineato) ha una sua struttura (la parola “ontologia” non dovrebbe, quindi, destare scandalo); c) che questa struttura è propria della realtà stessa, non le è data da una Intelligenza trascendente».75

La realtà è materia, intesa in senso einsteiniano come concessione dialettica tra massa ed energia, ivi compresa quella espressa dai neuroni e sinapsi umane: e il concetto di materia viene da lontano.

La materia (hyle, in greco), costituita da livelli diversi ma interconnessi tra loro di organizzazione e interconnessione degli enti naturali, partendo dai quark fino ad arrivare mano a mano ai superammassi di galassie, costituisce una categoria teorica elaborata da Aristotele per indicare la sostanza originaria e la componente di base elementare che stava dietro la pluralità di tutti gli oggetti ed enti, ossia una sorta di archè come era ad esempio l’acqua come principio originario di tutte le cose per Talete, l’aria per Anassimene, e così via.76

Già il genio di Aristotele aveva indicato alcuni degli elementi necessari per il processo di costruzione di un’ontologia materialistica, quali ad esempio potenzialità e struttura, ma lasciamo il processo di analisi accurato e di ampio respiro rispetto a questa stimolante tematica a una futura attività teorica, per forza di cose.77

Avvocato del diavolo: “Ma serve davvero parlare ancora di idealismo soggettivo, al di fuori della letteratura fantastica?”

Tutta una serie di filosofi e di scienziati ha sostenuto via via nel passato l’antirealismo ontologico, partendo dalla scuola yogacara citata in precedenza, mentre altri pensatori sostengono posizioni teoriche analoghe ancora ai nostri giorni, come nel caso di una parte consistente dei fisici; siamo dunque in presenza di una corrente ben radicata anche all’interno di una sezione della scienza occidentale.

Essa ha gettato ad esempio il fisico e filosofo R. Penrose in un particolare delirio complottista, portandolo a esprimere la sua incredibile tesi secondo la quale «la realtà è una cospirazione creata dall’illusione dei sensi», mentre uno scienziato come il sopracitato John Wheeler ha affermato a sua volta che «lo spazio non esiste. Il tempo non esiste. Non è stato il cielo a consegnare la parola “tempo”».78

Di fronte alle derive idealiste del tipo di quelle sostenute dal fisico J. H. Poincare, per il quale «tutto ciò che non è pensato è puro nulla» e da W. K. Heisenberg, secondo cui «nessun osservatore, nessuna realtà da osservare», il fisico austriaco E. Schrödinger si sentì in dovere di dimostrare, con un brillante esperimento mentale, le assurdità teoriche e pratiche che derivano inevitabilmente dal confondere il livello subatomico e quantistico della realtà con quello invece macroscopico.

Proprio per illustrare il “collasso” e i limiti paurosi della meccanica quantistica, se applicata al mondo molecolare e ordinario, Schrödinger aveva immaginato «di chiudere un gatto in una scatola. All’interno della scatola, oltre al gatto, c’è una fialetta di cianuro collegata a un marchingegno con una sostanza radioattiva. Il marchingegno funziona così: quando la sostanza radioattiva decade, ossia quando emette almeno una radiazione, la fialetta si rompe, il cianuro esce e il gatto muore. Però la sostanza è molto poco radioattiva e ha un tempo di dimezzamento alto, che significa che emette particelle radioattive molto lentamente. Diciamo, per esempio, che il tempo di dimezzamento sia di dieci minuti. In questo caso la probabilità che la sostanza emetta una radiazione dopo dieci minuti è del 50%. Significa che dopo dieci minuti c’è il 50% di probabilità che la sostanza abbia emesso una particella radioattiva e il marchingegno abbia rotto la fialetta di cianuro e il 50% che non l’abbia fatto. Testa o croce, insomma. Può averlo fatto, come no.

Se dopo dieci minuti non apriamo la scatola non c’è modo di sapere se la sostanza è decaduta o meno. Quello che sappiamo è solo la probabilità che l’abbia fatto, il 50%. In questo caso non possiamo dire che la sostanza è decaduta, ma nemmeno che non lo sia. La Meccanica quantistica interpreta questa situazione nel modo seguente: “la sostanza è decaduta, ma anche no”, con una probabilità del 50%. Se volessimo descrivere lo stato della sostanza, questo è tutto ciò che potremmo dire. Questa è la sua funzione d’onda probabilistica.

E il gatto?

La vita del gatto però, si trova appesa allo stesso filo: se la sostanza è decaduta, la fiala di cianuro si è rotta ed è morto, altrimenti è vivo. Se non apriamo la scatola possiamo dire se il gatto è vivo? No, possiamo solamente dire che c’è il 50% di probabilità che lo sia. Anche il gatto quindi ha una funzione d’onda e si trova in una sovrapposizione di stati. Non è vivo e non è morto. È entrambi, contemporaneamente, con una probabilità del 50%. Almeno finché non apriamo la scatola.

Beh, apriamo la scatola.

Aprendo la scatola possiamo controllare se il gatto è vivo o morto. Questa azione corrisponde, in Meccanica quantistica, a un atto di misura: abbiamo misurato lo stato del gatto. Nel momento in cui facciamo una misura la descrizione probabilistica scompare. A quel punto otteniamo un risultato certo: vivo o morto, decaduto o non decaduto, 1 o 0, c’è o non c’è. L’atto di misurare fa collassare la funzione d’onda in uno degli stati probabili. Se si ripetesse l’esperimento tante volte, si scoprirebbe che la metà delle volte il gatto sopravvive, la metà muore, esattamente come la funzione d’onda ci stava dicendo.

Eh no.

Potreste rispondermi: “È una sciocchezza che il gatto sia vivo che morto prima di aprire la scatola. Non c’è alcuna sovrapposizione di stati e nessun collasso della funzione d’onda. Il gatto è già vivo o già morto, solo che noi non lo sappiamo e quando apriamo la scatola semplicemente lo scopriamo”.

Avreste ragione, perché infatti il mondo macroscopico funziona così e il gatto è appunto solo una metafora.»79

Infine gli enormi limiti ontologici del primo principio di indeterminazione sono emersi con particolare evidenza anche rispetto al mondo subatomico fin dal 1951/54, attraverso l’invenzione del maser da parte di Charles Townes e, in modo indipendente, dei fisici sovietici N. G. Basov e A. M. Prokhorov, violando attraverso un’indiscutibile praxis scientifica proprio il principio di indeterminazione come veniva inteso dalla scuola di Copenhagen di Heisenberg e Bohr.

Studiando nel 1951 la modalità con cui interagivano le radiazioni a microonde e le molecole, Charles Townes infatti comprese che poteva essere possibile creare fasci coerenti e precisi di radiazioni e di particelle subatomiche. Alcuni dei fisici più importanti del tempo, tra cui Niels Bohr, il padre fondatore della teoria quantistica, affermarono tuttavia che un fascio di questo tipo era impossibile, in quanto violava il principio di indeterminazione di Heisenberg, mentre altri si lamentavano affermando che si trattava di un esercizio inutile e senza apparente utilizzo pratico: ma Townes era convinto che il suo fascio concentrato di radiazioni sarebbe stato importante nello studio della struttura di atomi e molecole, quindi con il suo team iniziò a lavorare sul suo dispositivo nel 1954, dimostrando che Bohr si era sbagliato, creando i primi raggi a microonde amplificati tramite emissione a cui accollò il nome di maser.80

Passiamo ora ad analizzare le due forze motrici principali che alimentano l’antirealismo ontologico.

Innanzitutto l’idealismo soggettivo e il mortifero solipsismo del “esisto solo io”, che ne costituisce il figlio legittimo, si generano e si riproducono carsicamente in molti esseri umani al livello di “filosofia spontanea” (Gramsci) per una particolare e unilaterale riflessione, più o meno fuggevole, sull’esperienza della morte: tematica che a sua volta accompagna teoria e praxis sociale dell’Homo sapiens fin dai tempi dei Neanderthal e delle loro (protofilosofiche) sepolture di circa 300.000 anni or sono, esaminate in modo splendido dal paleontologo J.L. Arsuaga.81

Non si tratta di un caso dato che proprio la filosofia costituisce una sorta di “terra di confine” e un particolare punto di interconnessione della pratica teorica, posta tra il campo scientifico, il settore politico-sociale e l’esperienza diretta di tutti gli esseri umani riguardo al senso della vita, al problema della morte e al rapporto tra bene e male.

Essa dunque si rivela come il settore della praxis riflessiva che ricerca la verità e le possibili soluzioni per le mutevoli questioni fondamentali e per le variabili domande essenziali che, mano a mano, hanno interessato e assillano tuttora il genere umano, mediante il processo composito di elaborazione autocosciente di concetti e categorie teoriche dotate di un raggio d’azione generale e costruite via via in base alle conoscenze ed esperienze, alle capacità intellettuali e all’immaginazione creativa dei diversi filosofi; a volte, come nel caso della filosofia di matrice irrazionalista, arrivando a conclusioni demolitorie proprio rispetto ai poteri e potenzialità della ragione umana, ma sempre tentando di dimostrare tali tesi per via autonoma e utilizzando almeno in parte degli argomenti che si appellano alla riflessione e al giudizio critico degli esseri umani, come nel caso di Pascal, Schopenhauer e Kierkegaard.82

L’oggetto e le questioni fondamentali, che suscitano da millenni l’interesse della nostra specie, formando le “meraviglie” specifiche delle lotte e del processo di sviluppo della filosofia, della sua caccia al senso/ordine e immagine del mondo, in una continua dialettica tra domande e risposte di respiro generale, risultano di varia natura e assai variegate. Possono essere comunque sottolineati più importanti problemi filosofici, e cioè:

  • la questione della priorità tra materia e spirito (il “Cielo”, nella terminologia confuciana): Engels, nel suo breve ma splendido saggio intitolato Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia tedesca, la definì correttamente come il problema centrale e decisivo per la storia filosofica, partendo proprio da Talete e dai “presocratici”;83
  • il correlato problema dell’esistenza/inesistenza di divinità (o di una sola divinità) superpotenti e superiori al genere umano: le domande/risposte sull’esistenza di Dio, in altri termini;
  • la possibile esistenza di infiniti universi, oltre al nostro: Democrito e Giordano Bruno, gli innumerevoli universi paralleli immaginari dal comunista L. A. Blanqui nel 1872, ecc.;
  • la connessione dialettica esistente (o non-esistente) tra l’essere e il nulla, partendo dalla polarità dialettica tra atomi e vuoto, individuata dal materialista Democrito già nel V secolo a.C., oltre che dalla provocatoria affermazione del sofista Gorgia su “nulla è”, per arrivare fino alla domanda del filosofo idealista Leibneitz sul “perché vi è qualcosa piuttosto che niente” (1714);84
  • il “problema-morte” e le questioni correlate dell’esistenza-inesistenza dell’anima e della sua immortalità, da Pitagora in poi;
  • la possibilità/impossibilità di conoscere in modo adeguato sia l’uomo che la realtà esterna dell’uomo, oltre ai criteri utilizzabili per accertare la verità (la praxis sociale di Marx, ecc.);
  • l’autoanalisi dello stesso pensiero umano, e cioè la logica formale e dialettica (da Pitagora ed Eraclito) con lo studio delle corrette modalità di funzionamento ed espressione della ragione umana;
  • il dubbio “diabolico” (Cartesio) rispetto alla stessa esistenza, autonoma e indipendente, dell’uomo e/o dei fenomeni, processi ed oggetti diversi da quest’ultimo: il problema del primo film della serie Matrix, se si vuole, o dei “cervelli in una vasca” di H. Putman.85

Alcuni “dubbi diabolici”, che a volte tracimano sia nell’idealismo soggettivo che anche nel vero e proprio solipsismo, si creano anche attraverso una particolare tipologia di riflessioni sbagliate, ma comprensibili, aventi per oggetto proprio l’ineliminabile realtà della morte, quando esse non tengono conto e non partono dal presupposto ontologico del realismo secondo cui “l’oggetto esiste anche senza il soggetto”, intendendo in questo caso specifico per soggetto proprio il singolo individuo umano, e portando dunque a conclusione egocentriche del tipo “dopo di me, il diluvio” e “morto io, morti tutti”: tali convinzioni mentali risultano molto più diffuse di quanto si creda comunemente, attraverso la violenta e duplice spinta costituita dalla sicura morte degli altri esseri umani e dalla previsione individuale della propria inevitabile dipartita soggettiva.86

Il processo di evoluzione del particolare legame creatosi via via, nel pensiero occidentale, tra morte e solipsismo teorico – vero e proprio convitato di pietra del pensiero antirealista – è stato analizzato con grande lucidità da Paolo Masini, il quale ha correttamente sostenuto che «ci sono alcuni temi fondamentali, alcuni discorsi importanti, che nel senso comune, nel nostro quotidiano interloquire con altri, ma anche almeno in parte nel pensiero filosofico, vengono perlopiù elusi, forse sostanzialmente rimossi. O perché affrontarli può essere forse inquietante. Oppure perché, d’altro lato, almeno al livello di un discorso o sentire più superficiali, affrontarli è ritenuto lezioso, o inutilmente “accademico”. O magari semplicemente un po’ ingenuo.

Due temi fra questi sono la tesi del solipsismo teorico (non tanto nella variante del solipsismo trascendentale, ma anche più direttamente e banalmente nella forma del solipsismo empirico) e il tema della morte come nullificazione assoluta. Nonché la questione del legame essenziale che i due temi hanno fra loro.

Che la questione del solipsismo sia elusa è, a mio avviso, chiarissimo in Schopenhauer, che peraltro è uno dei pochi, che io conosca, che esplicitamente la pone.

Ne Il mondo come volontà e rappresentazione infatti a un certo punto – prima di passare a dimostrare (o meglio a ipotizzare) che la volontà, che il soggetto riconosce essere in lui la cosa in sé, si manifesta allo stesso modo in tutti gli esseri viventi – prende esplicitamente in esame la tesi filosofica dell’“egoismo teorico”, ossia del solipsismo. La tesi cioè secondo cui esiste solo l’Io, l’Io chiuso nella sua insuperabile assolutezza e solitudine. La tesi secondo cui cioè non esiste null’altro che l’Io, essendo tutto il resto null’altro che rappresentazione contenuta nell’Io.

In questo contesto Schopenhauer la dichiara tesi inconfutabile. Ma tuttavia inaccettabile. Paragona infatti tale tesi a una cittadella inespugnabile; ma tuttavia ritiene anche che il filosofo perciò non abbia bisogno di attaccare tale fortezza, che può (anzi deve) piuttosto soltanto aggirare, per proseguire così la sua ricerca lungo altre, percorribili, strade. Il solipsismo sarebbe dunque per lui come una fortezza di frontiera che ci si può lasciare tranquillamente alle spalle; perché il terreno su cui sorge ha sì tali asperità che è impossibile espugnarla, ma tali asperità impediscono anche alla sua guarnigione di uscirne (per il solipsismo nessun territorio esiste al di fuori della sua fortezza) e ciò consente di non doverla mai affrontare.

Schopenhauer afferma pure che chi alla verità del solipsismo crede è un folle. Ma evidentemente un folle di una lucida follia, chiuso in una cittadella che non comunica per davvero con nulla ma la cui logica è inespugnabile.

Il tema della possibilità (o la realtà) del solipsismo evocato da Schopenhauer è quindi in realtà immediatamente rimosso e la filosofia, come farebbe il senso comune, qui se ne allontana subito dopo averlo adombrato.

E in effetti, come sostenevo all’inizio, in generale parlarne dandogli dignità di problema sa sempre un po’ di inappropriato. Perlopiù si sorride di chi tale questione pone o, peggio, tale tesi sostiene (per Mach, ad esempio, il sostenitore del solipsismo è lo strano personaggio che scrive libri sapendo che non c’è nessuno che li legge, o ringrazia per onori ricevuti sapendo che non provengono da nessuno). In fondo si tende a far notare come il comportamento di chiunque smentisca in quanto tale l’eventuale reale credenza nel solipsismo. Si ritiene così di far notare come esso non sia creduto vero per davvero da nessuno. Se non da un pazzo, che appunto isolato in manicomio sta.

Si dà infatti in genere per scontato che la tesi non abbia fondamento. Ma, con ciò in realtà, almeno di fatto, il problema in cui la possibilità del solipsismo consiste, lo si elude solo. Come se l’argomento debba solo stare là dove è, cioè fuori di scena. Fuori di scena come ciò che è o-sceno. Osceno e rimosso.

Solipsismo. Morte (un certo modo di concepire la morte). Entrambi in fondo rimossi.

A me pare evidente un legame tra le due idee, che tende a connettere le due rimozioni. Ma, di più, mi pare anche che, seppure quasi mai esplicitate, solipsismo e una certa idea della morte siano due convinzioni radicate e diffuse, ben più di quanto si sia disposti ad ammettere, nella profondità (inconscia?) delle credenze reali (che guidano atteggiamenti, azioni, emozioni), magari appunto inespresse, ma non perciò meno presenti, di ognuno.

“Morto io, morti tutti”, si sente dire a volte. Si intende dire, solipsisticamente, che la mia morte coincide con la fine del mondo. Con me muore tutto, la mia assenza dal futuro lo rende un nulla e tutto diventa come se non fosse mai stato.

Non c’è da stupirsi quindi se molte tra le voci più significative della filosofia contemporanea esprimono lo stesso sentire verso la morte, per la capacità della filosofia di esprimere l’essenza profonda dell’epoca.

Per Derrida ad esempio: “ogni morte è, ogni volta unica: la fine del mondo”. Nessun Io, nel momento in cui non abita più nessun punto del mondo per cui per esso non vi è più mondo, potrà mai dire “io sono morto”. Ma non potrà dirlo perché, con la sua fine, il mondo in un unico concomitante irrevocabile evento in toto finisce.

Magari sapere questo può pure servire nella “farmacia di Epicuro” (ma mantenendo l’ambiguità preziosa del termine “farmaco”, curativo e benefico) nella consapevolezza che ove c’è morte non vi sono più io; ma peraltro certo tale visione implica anche in fondo appunto l’identificazione (solipsistica) dell’Io con il tutto. Un unico, solo, Io, dunque. Oltre la propria morte perciò non vi è più un altrove che consenta alcunché e in qualche modo mi tocchi e riguardi. Oltre all’Io, laddove non c’è Io, c’è solo nulla e nel nulla non c’è più alcunché. Ma in fondo anche Heidegger è già, almeno potenzialmente, attestato a questo sentire; nel momento in cui pone da un lato che l’unico ambito ove sia esperibile in qualche modo la morte stia nella situazione del vedere altri morire e dall’altro lato evidenzia l’impossibilità di esperire davvero la morte altrui. Nessuno sguardo da fuori è quindi davvero possibile sulla morte perché nessuno sguardo può inoltre scorgere il proprio morire. L’autentica reale morte è sempre e solo una possibilità (della propria impossibilità) e mai un fatto di cui si abbia esperienza. L’esserci non va mai oltre il limite della propria morte e perciò posso pensare che con essa scompaia definitivamente la totalità del mondo e che nulla sia possibile oltre l’unico Io che si spegne.

Ma è in Wittgenstein che forse emerge più nettamente che in qualsiasi altro caso il nesso che lega tra loro solipsismo e certo modo di pensare la morte. È Wittgenstein che infatti dice esplicitamente essere il solipsismo “esatto e indicibile” (per cui noto che anche qui esso viene, seppure per motivi diversi che in altri, escluso e rimosso dal dire). Perciò “io sono il mio mondo” (ed il mio mondo dunque sono io), e quindi “la morte non si vive” perché oltre il mio mondo, che la morte conclude, non vi è vita e cioè non vi è nulla di altro, perché altro non vi è oltre me.

Anche se è soprattutto Sartre che, non limitandosi dunque ad accennarvi, produce argomentazioni circa la necessità del nesso. Ed è Sartre a proporre in un certo senso l’idea che sia innanzitutto l’intendere in certo modo la realtà della morte a comportare il confluire di tale modo di intenderla nel solipsismo. Secondo tale argomento il fatto che dell’altro che muore mi resti solo il ricordo, mi rende consapevole che anche di me solo questo resterà. Altro non vi sono dunque che i miei ricordi, il mio io e la mia consapevolezza che negli altri di me nulla resterà se non un ricordo. Ciò sancisce la separazione assoluta tra sé (l’in sé e per sé) e l’altro, separazione che è e resterà invalicabile, dove il fatto che l’altro sia sempre solo mia rappresentazione mi chiude in una solitudine insuperabile, che porta con la mia fine la fine dell’unico mondo, quell’unico e solo (mio) mondo che sono.

Ma se è in questi modi che sostanzialmente il nesso tra solipsismo e certo modo di pensare la morte è annodato, è però da vedere se sia a partire dal solipsismo empirico che si produca questa visione ed idea della morte. Potrebbe infatti sembrare che il nesso si stringa nella forma: siccome non ci sono che io, la mia di morte è nullificazione di tutto.

Eppure, a ben pensarci, il solipsismo di per sé non implica necessariamente una concezione nichilistica della morte. Anzi in fondo non implica neppure la necessità di una fine dell’unico Io. Non implica la necessità di una morte, perché tale necessità non è ricavabile su base empirica (non c’è esperienza passata del proprio morire) e neppure e nemmeno è fondata sull’impossibilità del contrario, perché l’Io, dal punto di vista logico, può essere pure sviluppo infinito.

Ma c’è un altro modo di concepire la morte? In che altro modo si può concepire la propria morte? In che altro modo si può uscire dal proprio solitario e solipsistico sole?

Se questo altro modo c’è esso deve anche affrontare a viso aperto la forza della posizione dell’“egoismo teorico” – forza da Schopenhauer almeno riconosciuta – e la persuasività del modo di intendere la morte come nullificazione assoluta. Ma poi deve mostrare anche cosa in queste posizioni (in queste radicate e terribili convinzioni) vi sia di sbagliato, laddove io credo che qualcosa di sbagliato vi sia nell’impostazione di fondo stessa del modo di pensare a tutto ciò.

Sarebbe da vedere in che modo sia concepibile la morte come uno “slittamento”, ma non in un prosieguo del proprio sé – che resterebbe ancora perciò concepibile unico e solo – e bensì come uno sconfinare nell’esperire dell’altro.

Ma forse, per uscire davvero dal solipsismo, serve anche l’altro che deve venire incontro, nell’evento dell’esperienza dell’essere trovati da qualcuno – l’altro – che invade».87

Una sola correzione da parte nostra, ossia che per uscire davvero dal solipsismo bisogna utilizzare in modo dialettico proprio l’indispensabile “farmaco epicureo” costituito dal realismo ontologico, collegandolo strettamente alla praxis collettiva umana.

Per fare un solo esempio di medicina filosofica, i nostri fratelli Neanderthal purtroppo si estinsero circa quarantamila anni fa ma ci regalarono, tra le altre cose, anche le pregnanti e utilissime sepolture rituali di Sima de los Huesos in Spagna, risalenti a 300.000 anni or sono: “oggetti rimasti senza soggetto”, intendendo per oggetto tali sepolture paleolitiche e per soggetto invece gli estinti Neanderthal.

“Oggetti di soggetti morti”, dunque. Morti e scomparsi da decine di migliaia di anni, ma in grado di lasciarci una loro preziosa oggettivazione sociale mediante le loro sepolture, utilissime tuttora anche sul piano filosofico contro il solipsismo e l’idealismo soggettivo: per dirla con gli splendidi e paleolitici Moody Blues del 1969, nel loro album To our children’s children’s children, i nostri fratelli Neanderthal hanno creato a Sima de los Huesos una vera e propria strada di eternità per i loro discendenti e una candela di luce costituita paradossalmente da cadaveri e sepolcri, che brilla e illumina ancora ai nostri giorni persino il livello della riflessione teorica.

Infatti tali cadaveri di trecentomila anni or sono, tali sepolture rituali di trecentomila anni fa indicano di per sé e in modo immediato, senza pietà e con la loro nuda materialità, la follia di qualunque ipotetico solipsista che, ai nostri giorni, affermasse di essere l’unico (pazzo, invasato) soggetto a esistere, e quindi a scrutare i suoi stessi pensieri malati: ivi compresi quelli relativi sia alle paleolitiche tombe di Sima de los Huesos che a queste stesse pagine, a queste stesse righe ora dedicate ai nostri lontani antenati, oltre che all’album del 1967 intitolato Days of future passed.88

In ogni caso non il solipsismo, ma viceversa il nichilismo si è dimostrato il peggior nemico della filosofia occidentale contemporanea.

Come si è già ricordato nella prefazione a questo saggio, Hegel stesso definì l’idealismo come volontà di non considerare il finito, ossia gli enti finiti e gli oggetti finiti, come la vera realtà, ma egli non si limitò a esporre tale tesi: infatti sempre il grande filosofo di Stoccarda altresì notò, nella sua Scienza della logica e rispetto proprio a tali cose finite che «esse sono, ma la verità di questo essere è la loro fine, il finito non solo si muta, come il qualcosa in generale, ma perisce; … ma l’essere delle cose finite, come tale, sta nell’avere per loro essere dentro di sé il germe del perire: l’ora della nascita è l’ora della loro morte».89

In tal modo, purtroppo, Hegel aprì la strada teorica al nichilismo disperato di Heidegger e di buona parte della filosofia occidentale contemporanea, dimenticandosi di sottolineare ed evidenziare come qualunque cosa finita, persino nel suo perire, interagisca con le altre, si trasformi e lasci dunque almeno un’increspatura nel tessuto globale e infinito dell’esistenza. Parafrasando il grande storico cinese Sima Qian e Mao Zedong, a volte tale trasformazione è lieve come una piuma quantistica e a volte invece pesante come una montagna, come ad esempio nel caso concreto della fusione e del perire hegeliano di due buchi neri che, più di un miliardo di anni or sono, collassando hanno prodotto la cosmica onda gravitazionale registrata dagli scienziati nel settembre 2015.

Ma a questo punto passiamo a esaminare una seconda fonte e un’altra sorgente dell’antirealismo ontologico, oltre a quella legata alla morte sopra esaminata.

Infatti l’idealismo soggettivo riconosce ed evidenzia un lato innegabile e reale del processo infinito della conoscenza umana, seppur rendendolo assurdo e grottesco: assolutizza infatti la reale e concreta dinamica di riproduzione creativa del reale da parte dell’azione gnoseologica umana, impedendo di comprenderne la vera natura e l’effettiva valenza ontologica di quest’ultima.

Nei suoi splendidi Quaderni filosofici Lenin aveva notato giustamente che «la coscienza umana non solo rispecchia il mondo oggettivo ma lo crea anche».90

Dunque, da un lato, Lenin ha dimostrato svariate volte che la coscienza/conoscenza collettiva umana, principalmente attraverso la praxis sociale, riflette e rispecchia un mondo oggettivo che esiste prima e indipendentemente del genere umano, dai suoi sensi e dalla sua coscienza.

Ma dall’altro il grande filosofo e rivoluzionario russo ha chiarito che, seppur parzialmente, il processo di conoscenza umana riproduce creativamente il mondo esterno formandone un’immagine che può anche distorcere la realtà, esaltandone ad esempio certi aspetti o riducendone invece altri.

Lo “specchio” gnoseologico umano riflette sicuramente il mondo esterno ma non certo come una macchina fotografica, la quale in ogni caso a sua volta cambia, ricrea e trasforma la realtà, togliendo qualunque forma di movimento agli oggetti immortalati da essa.

Il lato rilevante e importante, anche se subordinato e secondario, del processo continuo di ricostruzione gnoseologica del mondo da parte del genere umano è stato ben descritto da Robert Havemann, nel suo stimolante anche se a volte confuso libro intitolato Dialettica senza dogma: il filosofo marxista tedesco sottolineò infatti il fenomeno sensoriale dell’anisotropia (e dello “spazio psichico”), che porta gli uomini a sopravvalutare notevolmente le distanze verticali rispetto a quelle orizzontali.

«“Lo spazio psichico” non è neppure identico allo spazio euclideo. Del resto esso è stato già studiato dagli psicologi e appare come uno spazio anisotropo in cui le dimensioni orizzontali e verticali sono valutate in modo affatto diverso. L’uomo considera le distanze orizzontali notevolmente inferiori a quelle verticali. Se guardiamo giù da una casa o da un’alta torre, vediamo apparire minuscoli oggetti che alla stessa distanza orizzontale ci appaiono di grandezza quasi immutata. A 25 metri di distanza un uomo è vicino e grande. Visto dall’alto di una casa a sei piani, ci appare piccolo come un pollo. Anche se guardiamo in alto, gli oggetti ci appaiono straordinariamente staccati e molto lontani. È una debolezza dell’uomo, di sentirsi tanto elevato rispetto a tutto ciò che gli sta sotto, ma anche di ammirare l’alta maestà di tutto ciò che gli sta sopra.

Anche la nota “illusione lunare”, il fatto cioè che la luna ci appare grandissima all’orizzonte e tanto piccola allo zenit, è dovuta all’anisotropia del nostro modello spaziale psichico, che evidentemente è molto ben adattato alle necessità vitali degli uomini, delle scimmie e di tutti i nostri antenati. La psicologia animale ha indagato se lo spazio psichico presenti in tutti gli animali, come nell’uomo, questa struttura a forma di campana coprivivande. In realtà non è così. Animali per i quali il superare distanze verticali è facile, hanno struttura spaziale del tutto opposta. Essi valutano meno le distanze verticali.

Possono gettarsi su un topo da grande altezza. Quindi il topo, visto da grande altezza, appare già a portata di artigli all’uccello da preda; da una scarsa distanza orizzontale, invece, il topo gli è poco visibile perché coperto da piante o da rilievi del terreno: esce dal suo spazio. Lo “spazio” di un animale è a forma di pan di zucchero.

Le strutture spaziali che si sviluppano negli esseri viventi non sono dunque semplici riproduzioni razionali della struttura oggettiva, ma si formano in rapporto con i bisogni della vita, le abitudini e le possibilità dei vari esseri viventi.»91

Molte interconnessioni e complessi di sensazioni dipendono dall’interazione dialettica tra mondo esterno e pratica soggettiva dei sensi umani. Lo scienziato Stephen Palmer ad esempio ha notato che il colore costituisce “una proprietà psicologica dell’esperienza visiva che abbiamo quando guardiamo gli oggetti e la luce”, basata su “proprietà fisiche degli oggetti e della luce” (esterno e indipendente ontologicamente da noi umani) che “fanno sì che li vediamo come colorati, ma tali proprietà fisiche differiscono in modo significativo dai colori che noi percepiamo”.

L’idealismo soggettivo prende dunque in considerazione un solo elemento veritiero, ossia la riproduzione creativa del mondo da parte dei sensi e della praxis umana, sopprimendo tuttavia totalmente l’altro e decisivo aspetto del processo gnoseologico, ossia il mondo esterno, e spezzando quindi in modo grottesco i due lati inscindibili e necessari del processo gnoseologico umano.

Ad esempio è indiscutibile che l’uomo non vede senza luce e che quest’ultima esista indipendentemente dai sensi e praxis umana, sul piano ontologico: ma lo spettro meraviglioso dei colori costituisce a sua volta il sottoprodotto e il risultato del processo creativo della riproduzione del reale da parte dell’uomo.

Il lato valido dell’idealismo soggettivo, il suo unico aspetto positivo venne analizzato in un breve ma splendido scritto, intitolato A proposito della dialettica di Lenin, indicando correttamente la tendenza unilaterale e negativa dell’idealismo di qualunque genere, che apriva la strada al clericalismo e al “pretume” (come avvenne nel caso concreto dell’attualismo di Giovanni Gentile, filosofo importante nell’Italia fascista, alleatasi all’inizio del 1929 del Vaticano); ma simultaneamente il rivoluzionario russo mostrò come lo stesso idealismo costituisse “un rigonfiamento eccessivo” di uno dei “punti-limite” della conoscenza umana, ossia la componente attiva di tale praxis gnoseologica.

Lenin infatti sottolineò che «l’idealismo filosofico, dal punto di vista del materialismo rozzo, elementare, metafisico, non è altro che assurdità. Viceversa, dal punto di vista del materialismo dialettico, l’idealismo filosofico è uno sviluppo (un enfiagione, un rigonfiamento) unilaterale, eccessivo, überschwengliches (Dietzgen) di uno dei tratti, di uno degli aspetti, di uno dei punti-limite, reali e importanti, della conoscenza, ed assoluto, sciolto dalla materia, dalla natura, divinizzato. Idealismo significa pretume. D’accordo! L’idealismo filosofico è tuttavia (“più esattamente” e “inoltre”) una via verso il pretume attraverso una delle sfumature della conoscenza (dialettica) infinitamente complessa dell’uomo.

La conoscenza dell’uomo non è una linea retta, ma una curva, che si approssima infinitamente a una serie di circoli, a una spirale. Ogni segmento, ogni frammento, ogni tratto di questa curva può essere trasformato (unilateralmente trasformato) in una linea retta a sé, indipendentemente, che (se gli alberi impediscono di vedere la foresta) porta allora nella palude, al pretume (dove viene ancorata dall’interesse di classe delle classi dominanti). Il carattere rettilineo e unilaterale, la rigidità e la fossilizzazione, il soggettivismo e la cecità soggettiva, voilà le radici gnoseologiche dell’idealismo. E il pretume (=idealismo filosofico) ha naturalmente le sue radici gnoseologiche; esso non è senza humus; indubbiamente, è un fiore sterile, ma un fiore sterile che cresce sull’albero vivo della vivente, feconda, vera, potente, onnipotente, oggettiva assoluta conoscenza umana».92

Una delle contraddizioni più importanti del genere umano è individuabile in quella tra iperpotenza mentale (specie della fantasia creativa) e scarsità relativa di mezzi materiali: diventa pertanto relativamente facile dimenticarsi, almeno a livello cerebrale, del secondo lato della contraddizione in oggetto e cadere in un particolare stato mentale nel quale l’universo diventa una nostra rappresentazione, per dirla con Schopenhauer.93

Emergono molti aspetti dell’iperpotenza intellettuale umana, iniziando con l’immaginazione selvaggia capace di creare e distruggere, con un battito di ciglia, migliaia e migliaia di universi partoriti dal nostro fenomenale cervello. Oppure della capacità di concentrare la storia globale del nostro pianeta in un istante, risalendo in un baleno la catena temporale fino a circa 13,7 miliardi di anni fa e al Big Bang iniziale. E ancora, di ricordare eventi lontani scaturiti durante la nostra prima infanzia di singoli esseri umani e/o di specie, facendo scaturire una particolare dialettica tra passato e presente, oppure di sognare il futuro a occhi aperti. Di prendere coscienza della propria immagine riflessa in un torrente d’acqua e in uno specchio.

Di creare la logica dialettica, intesa in senso hegeliano come sapere preso in tutta l’ampiezza del suo sviluppo. Di costruire simboli che abbraccino l’infinito e l’eternità, oppure rosse speranze di giustizia e fratellanza. Di progettare strumenti in grado di creare con altri strumenti, salendo dai primitivi ciottoli scheggiati con un’altra pietra da un solo lato fino alle moderne astronavi.

Forza potenziale devastante, dunque una prodiga e lussureggiante superenergia mentale che si confronta/scontra costantemente con la conoscenza dei limiti umani, ma a volte li dimentica creando alcune deformazioni più o meno grottesche nelle quali rientra a pieno titolo l’idealismo soggettivo.

Avvocato del diavolo: “L’aggancio e la connessione con le scoperte scientifiche createsi nell’ultimo secolo, comprese le centinaia di miliardi di galassie che pretendete garantiscano l’esistenza oggettiva della realtà materiale, rimangono in ultima istanza, come qualsiasi altra scoperta scientifica (riguardante quindi anche la biologia, la chimica, ecc.), una serie di dati provenienti e filtrati dall’essere umano: quindi non si esce e non si trascende il soggetto elemento decisivo del processo gnoseologico”.

Non c’è peggior sordo di chi fa finta di non capire, avvocato del diavolo: lei merita dunque una scossa (soggetto comprendo oggetto senza soggetto vita antecedente) ontologica molto forte, una sorta di laser filosofico.

Innanzitutto è stato proprio il soggetto umano, sia collettivo che individuale (Curtis, Hubble, e così via…) a scoprire nel corso dell’ultimo secolo Andromeda e almeno cento miliardi di altre galassie: la soggettività umana, dunque, non certo un “demone maligno” o una qualsiasi divinità.

Secondo elemento indiscutibile: è stato sempre lo stesso soggetto umano a fornire la distanza sicura, seppur con un minimo margine di approssimazione, delle cento miliardi di galassie da lui rinvenute finora.

Terzo punto: tale distanza, superiore sempre ai due milioni di anni luce, costringe inevitabilmente lo stesso soggetto a comprendere che quasi sempre le galassie esistevano prima della sua nascita come specie, compresi persino i preominidi: momento di genere e datazione antropologica a sua volta indiscutibile e frutto sempre del soggetto umano, non certo di un “demonietto maligno” di origine cartesiana o maileriana.

Sempre lo stesso soggetto umano, riflettendo come soggetto autonomamente sui dati empirici e sugli elementi di fatto sopracitati, ha concluso dunque sul piano filosofico, in modo logico e inevitabile, che i miliardi di galassie da lui rinvenute dopo il 1916 esistevano prima di lui e, quindi, indipendentemente da lui stesso, dalla sua soggettività e azione epistemologica.

In altri termini proprio la soggettività umana ha scoperto, “con dati scoperti e filtrati dall’essere umano”, la trascendenza ontologica dell’oggetto-galassie rispetto alla sua stessa soggettività, alla sua stessa esistenza e praxis, di natura individuale e collettiva.

Detto in altri termini, proprio la pratica soggettiva e la riflessione soggettiva dell’uomo ha creato e scoperto autonomamente la sopracitata “SCOSSA” ontologica: e cioè che il Soggetto Comprende l’Oggetto Senza Soggettività Antecedente, senza un soggetto antecedente all’oggetto-cento miliardi di galassie.

In altri termini, risulta lo stesso soggetto umano che attesta, prove e dimostra con la sua attività scientifica – e l’analisi teorica connessa e legata ad essa – che non è certo lui stesso a creare come una novella divinità la realtà delle galassie, per i duplici e combinati motivi che queste ultime esistevano, ruotavano nel cosmo ed emettevano luce prima dello stesso soggetto umano oltre a risultare ignote, prima del 1917 alla nostra specie che si auto-conosce come Homo sapiens.

Per una volta anticipiamo l’avvocato del diavolo, sulla questione dei “dubbi radicali”.

Il soggetto può infatti essere incerto, sull’aver via via scoperto realmente e per davvero cento miliardi di galassie, dopo il 1916.

Il soggetto può altresì dubitare sulla lontananza e datazione delle galassie da lui rinvenute, oltre che sulla sua stessa “età di specie”, indicata dalla scienza antropologica contemporanea.

Il soggetto può altresì dubitare della sua stessa autonomia, avendo il sospetto di essere vittima di un complotto cosmico, ordito ai danni del demoniello di Cartesio, dal dio di Harlot, dal Matrix o dal “lanciatore di cervelli in una vasca” di Putnam, a piacere e secondo i gusti.

Il soggetto può infine mettere in discussione la sua stessa esistenza, urlando e/o scrivendo “io non esisto”.

Ma con tali operazioni mentali non siamo posizionati all’interno della relazione ontologica soggetto/oggetto, ma viceversa in quella ben diversa tra soggetto e soggetto: abbiamo quindi davanti un processo di dislocazione e un trasferimento del problema ontologico più a monte, ossia dall’oggetto allo stesso soggetto umano.

Infatti nei “dubbi radicali” non risulta più in gioco e non si analizza più l’oggetto, e quindi svaniscono le sofisticherie degli idealisti soggettivi sul fatto indiscutibile per cui, all’interno del genere umano, tutte le informazioni e i dati sono provenienti e filtrati dallo stesso Homo sapiens: stiamo viceversa ormai affrontando il processo di autoanalisi del soggetto rispetto ovviamente a se stesso, non certo riguardo ad Andromeda e ai cento miliardi di galassie esistenti nel cosmo.

E dove portano dunque tali dilemmi radicali del soggetto rispetto al soggetto?

Ai vecchi manicomi e alle nuove cliniche psichiatriche, verrebbe subito da dire scherzando solo parzialmente.

Ma per fortuna l’attività pratica e la riflessione teoretica su di essa, a partire da Cartesio, hanno già spazzato via i proteiformi sostenitori dei “dubbi radicali”.

“Io non esisto”.

Dilemma esistenziale, certo, ma che si autodistrugge subito riflettendo su chi allora parla dicendo “io non esisto”, su chi allora scrive mettendo, nero su bianco, la frase e le tre semplici parole in via di esame.

“Noi umani abbiamo creato le galassie e l’universo”.

Sveglia, terrapiattisti ontologici.

Nel 2021 l’Homo sapiens non riesce neppure ancora a vincere gli uragani e i terremoti, che colpiscono e uccidono carsicamente anche gli idealisti soggettivi, e sarebbe stato invece capace nel passato di autoprodurre ex-novo miliardi e miliardi di galassie? E ancora: per quale motivo chi è colpito da tale delirio di onnipotenza non crea a sua volta una galassia, o almeno una stella, o almeno un pianeta, oppure almeno un satellite, o almeno un piccolissimo micro asteroide, dimostrando in tal modo concretamente la sua (presunta e irreale) onnipotenza di carattere divino?

La paranoia cosmica culmina poi in affermazioni del tipo: “Un essere divino e/o superpotente ci ha ingannato e ci inganna tuttora, rispetto alle scoperte astronomiche di miliardi di galassie”.

A tal proposito tuttavia non ci ripetiamo, visto che abbiamo già esaminato in precedenza i “dubbi radicali” di matrice filosofica che possono nascere dalla splendida ma letteraria, dalla meravigliosa ma inventata ad arte e per scopi letterari “favola del dio Harlot”, prodotta dal genio creativo di Norman Mailer.

1 A. Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, p. 41, ed. Mursia

2 V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. XI, ed. Einaudi; W. F. Hegel, “Scienza della logica”, pp. 169/170, ed. Laterza

3 V. I. Lenin, “Materialismo ed empiriocriticismo”, p. 256, ed. Editori Riuniti

4 A. Schopenhauer, op. cit., p. 67

5 “J. L. Borges, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”, in 31valfer03.myblog.it

6 J. L. Borges, “Finzioni”, pp. 15, 17 e 18, ed. Einaudi

7 G. Fornero e S. Tassinari, “Le filosofie del Novecento”, pp. 1376-77, vol. II, ed. Mondadori

8 M. Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo”, ed. Laterza

9 E. Ilyenkov, “Logica dialettica”, pp. 46-47 e 22, ed. Progress

10 K. Marx, seconda tesi su Feuerbach, in www.marxists.org; Zhang Enci, “Conoscenza e verità secondo la teoria del riflesso”, p.8, in www.criticamente; C. Avanzi, “Lenin e la dialettica…” p. 75, ed. Mimesis

11 B. Groys, “Introduzione all’antifilosofia”, p. 16, ed. Mimesis

12 K. Marx, “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, capitolo “Critica della dialettica hegeliana”, in www.marxists.org

13 Molière, “Il matrimonio di Sganarello”, in ateatro.info

14 P. Bianucci, “Particelle esotiche, stringhe, multiverso: fisica fuori strada”, 16 giugno 2020, in lastampa.it

15 K. Marx, “Il Capitale”; libro terzo, cap. quinto, par. quinto

16 B. Brecht, “Vita di Galileo”, ed. Einaudi

17 V. Rita, «La prima “foto” di un buco nero: come è stata scattata l’immagine di M87?», 10 aprile 2019, in www.wired.it

18 “Osservata la fusione tra un buco nero un oggetto misterioso”, 23 giugno 2020, in www.repubblica.it; V. Rita, “Onde gravitazionali da due stelle di neutroni. È in assoluto la seconda volta”, 10 gennaio 2020, in www.galileonet.it

19 F. Engels, “Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia tedesca”, p. 89, ed. Editori Riuniti; F. Engels, “Lettera a Karl Marx” del 14 luglio 1858, in “Letters of Marx and Engels: 1858”, in www.marxists.org

20 C. Ruscico, “L’eterna vita del protone”, 1 ottobre 2015, in www.astronomicamens.wordpress.org

21 G. Bertone, “Sospesi tra due infiniti”, p. 13, ed. Longanesi

22 “La scala di Kardashev – Il livello delle civiltà galattiche”, 10 ottobre 2016, in overhorizon.it

23 G. Lukács, “Esistenzialismo o marxismo?”, p. 138 e 256, ed. Acquaviva; L. Althusser, “Lenin e la filosofia”, par. 2, in www.marxist.org

24 E. Terrone, “Il realismo senza intuizione è libresco”, in www.micromega.it

25 N. Gardini, “Rinascere”, pp. 30-31, ed. Garzanti

26 G. Lukács, “La distruzione della ragione”, op. cit., p. 223, ed. Einaudi

27 E. V. Ilyenkov e V. I. Korovikov, “Theses on the questioning of the interconnection of philosophy and knowledge of Nature and Society in the process of their historical development”, aprile 1954

28 L. Althusser, “Lenin e la filosofia”, cap. secondo, febbraio 1968, in www.marxist.org

29 K. Marx e F. Engels, “La sacra famiglia”, p. 169, ed. Editori Riuniti; H. Sheehan, “Marxism and the philosophy of science”, pp. 50-51, ed. Humanities Press

30 R. Rorty, “La filosofia e lo specchio della natura”, ed. Bompiani; G. Vattimo e P. A. Rovatti, “Il pensiero debole”, ed. Feltrinelli; F. Lyotard, “La condizione postmoderna: rapporto sul sapere”, ed. Feltrinelli

31 M. Fisher, “Realismo capitalista”, p. 149, ed. Nero

32 C. Selogna, “La valle di Giosafatte e le crepe della metafisica”, p. 92, in M. Dal Pra, “Logica e realtà: momenti del pensiero medioevale, ed. Laterza; C. Casagrande, “Peter Pan vola nelle isole che non ci sono: i paesi di utopia”, 6 marzo 2020, in ilsuperuovo.it

33 W. Shakespeare, “Amleto”, atto primo, scena V, ed. Mondadori

34 G. Mackie, “To see the Universe in a grain of Taranaki sand”, 1 febbraio 2002, www.astronomy.swin.edu.au

35 M. Marini, “Quante sono le galassie nell’Universo? Duemila miliardi”, 13/10/2016, in www.repubblica.it

36 S. Iannaccone, “EGS8p7, la galassia più lontana”, 8 settembre 2015, in galileonet.it

37 V. Zappalà, “La stella che cambiò l’Universo”, 31/5/2011, in www.astromia.com

38 “Scoperta un’enorme galassia a disco rotante nell’universo primordiale”, 21/5/2020, in tg24.sky

39 “R5519, scoperta una rara galassia ad anello cosmico di fuoco”, 27 maggio 2020, in passioneastronomia.it

40 “UGC9128”, in it.wikipedia.org

41 V. Nicosia, “Le galassie iperproduttive che sfornano stelle a ritmi scatenati”, 30 maggio 2017, in oggiscienza.it; M. Diodati, “Giovani stelle blu nel nucleo di Andromeda”, 23 settembre 2005, www.spazio-tempo-luce-energia.it

42 G. Plechanov, “Opere scelte”, p. 269, ed. Progress

43 G. Lukács, “La distruzione…”, op. cit., pp. 206-207

44 Op. cit., p. 108

45 F. Mancuso, “Scoperto un gigantesco muro di galassie mai osservate prima dall’uomo dietro la Via Lattea”, 16 luglio 2020, in www.blueplanethearth.it

46 R. Zagni, “Terrapiattisti alla conquista dell’Australia”, 30 novembre 2018, in www.nuovasocieta.it

47 G. Fornero e S. Tassinari, op. cit., vol. primo, p. 445

48 Autori Vari, “Fede e scienza”, p. 86, ed. Einaudi; A. Banfi, “L’uomo copernicano”, ed. Il Saggiatore

49 A. Pannekoek, “Lenin filosofo”, cap. VI, in www.marxists.org

50 N. Mailer, “Il fantasma di Harlot”, p. 1024, ed. Bompiani

51 S. Zizek, “Meno di niente”, libro secondo, p. 490, ed. Ponte alle Grazie

52 S. Zizek, op. cit., vol. secondo, p. 486

53 S. Jaquinto e G. Torrengo, “Filosofia del futuro”, pp. 27-28 e 32, ed. Cortina

54 C. Mangione, op. cit., pp. 334 e 353

55 G. Bertone, op. cit., p. 80

56 G. Tonelli, “La nascita imperfetta delle cose”, p. 18, ed. Rizzoli

57 N. Vassalli, “Filosofia della scienza”, pp. 124 e 125, ed. Einaudi

58 S. Zizek, “Meno di niente”, op. cit., vol. secondo, p. 479

59 M. L. Dalla Chiara e G. Toraldo di Francia, “Introduzione alla filosofia della scienza”, pp. 173-174, ed. Laterza

60 Op. cit., p. 177

61 A. Costantini, “Creata una particella esotica con quattro quark charm”, 11 luglio 2020, in tech.everyeye.it; “Quark explosion, fusione potente che non possiamo sfruttare”, in tomshw.it; “INFN: LHCb ha osservato i penta quark”, in astrocometal.blogspot.com

62 “Scoperta nuova particella esotica al CERN, composta da 4 quark charm”, 1 luglio 2020, in notiziescientifiche.it

63 S. King, “L’ultimo cavaliere”, p. 238, ed. Sperling & Kupfer

64 M. L. Dalla Chiara, op. cit., p. 180

65 J. Owen Weatherall, “La fisica del nulla”, p. 109, ed. Bollati Boringhieri

66 G. Tonelli, “La nascita…”, op. cit., p. 42

67 Gorgia, “Sul non essere”

68 H. P. Lovecraft, “La città senza nome”, in “Opere complete”, p.62, ed. Sugarco

69 P. Greco, “Quanti”, pp. 282-283 ed. Carocci

70 P. Greco, op. cit. pp. 305-306

71 C. Rovelli, “Helgoland”, p. 163, ed. Adelphi

72 E. Barone, Discussione sull’articolo di Paolo Pecere, “La meccanica quantistica, la realtà fisica, la mente umana”, 24 settembre 2020, in www.sinistrainrete.info

73 P. Pecere, “La meccanica quantistica, la realtà fisica, la mente umana”, 18 settembre 2020, in www.sinistrainrete.info

74 C. Mangione, “Scienza e filosofia”, pp. 116 e 124, ed. Garzanti

75 Op. cit., p. 209

76 P. Impara, “Il pensiero filosofico prima di Socrate”, pp. 56-57 e 77, ed. Armando

77 F. Fronterotta, “Aristotele, Metafisica”, in www.filosofiainmovimento.it

78 D. Hoffman, “L’illusione della realtà: Come l’evoluzione sul mondo che vediamo”, p. 159, ed. Bollati Boringhieri

79 F. Bussola, “Il gatto di Schrödinger”, in www.francescobussola.it

80 R. McCormick, “The nobel prize-winning inventor of the laser dies at 99”, 29 gennaio 2015, in theverge.com

81 J. L. Arsuaga, “I primi pensatori e il mondo perduto di Neanderthal”, ed. Feltrinelli

82 G. Lukács, “La distruzione della ragione”, op. cit., p. 100; A. Smirov, “La filosofia mistica e la ricerca della verità, in www.estorest.net; S. Veca, “L’immaginazione filosofica”, p. 29, ed. Feltrinelli; G. De Michele, “Filosofia”, pp. 14 e 15, ed. Ponte alle Grazie

83 L. Arena, “La filosofia cinese”, op. cit., p. 20

84 S. Zizek, “Meno di niente”, op. cit., vol. primo, p. 54

85 W. Irwin, “Pillole rosse”, p. 3, ed. Bompiani

86 R. Sidoli, D. Burgio, L. Leoni, “Pitagora, Marx e i filosofi rossi”, Prefazione, in www.robertosidoli.net

87 P. Masini, “Ogni morte… ogni volta unica: la fine del mondo”, 15 luglio 2009, in prismi.wordpress.com

88 V. Ferro, “The Moody Blues/Days of future passed”, 24 febbraio 2016, in psycanprog.com

89 G. W. Hegel, “Scienza della logica”, vol. primo, p. 155, ed. Laterza

90 V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 206, ed. Einaudi

91 R. Havemann, “Dialettica senza dogma”, pp. 59-60, ed. Einaudi

92 V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, op. cit., p. 347

93 C. J. Preston, “L’età sintetica”, pag. 23, ed. Einaudi