Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per lavorare

di Giorgio Langella | da www.comunisti-italiani.it

lavoro protestaÈ passato quasi un anno da quando si è capito cos’era la (contro)riforma Fornero sulle pensioni. Una legge passata in parlamento a grandissima maggioranza. Una legge pessima che, però, non ha suscitato la resistenza e la reazione che avrebbe dovuto.

In poco tempo tantissimi lavoratori si sono trovati a dover lavorare più anni. L’età pensionabile era alzata fino a 67 anni, l’anzianità lavorativa a 42 anni di contributi e oltre con la prospettiva della sua completa cancellazione. Vennero subito a galla i problemi di centinaia di migliaia di lavoratori che si trovavano improvvisamente troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per poter lavorare. Lo chiamarono “patto tra generazioni” e tentarono di spiegare che lavorare più a lungo avrebbe creato più posti di lavoro. Mentivano spudoratamente ma la situazione di timidezza e di torpore favoriva i piani del governo.

In quel periodo si poteva sentire lo sconcerto dei lavoratori. Mi riferisco alle fabbriche del “profondo nord” che, per il lavoro che svolgo, sono abituato a frequentare. Si respirava una voglia di ribellione vasta e diffusa ma che non trovava rispondenza né politica né sindacale. Le pochissime ore di sciopero fatte sono state la cartina al tornasole di una grande “confusione” e di una supina accettazione del fatto che, per uscire dalla crisi, i lavoratori e i pensionati dovessero fare sacrifici fino ad allora impensabili.

La voglia di ribellione, quasi un “odio di classe” verso il governo e “lorpadroni”, veniva, però, affogata in una rassegnazione con poca speranza. Il “che fare!” non veniva affrontato. Si restava in attesa degli eventi perpetuando l’abitudine politica e sindacale, ormai molto diffusa, di rispondere sostanzialmente con le parole agli attacchi concreti della controparte. Tutto si perdeva nella protesta verbale nei momenti di pausa lavorativa. Tutto si stemperava nella paura di perdere il posto di lavoro in situazioni dove il ricatto “o accetti o vieni licenziato” aveva (e ha) una forza immensa. Ricordo la disperazione di un operaio tessile quando mi disse “ho sempre lavorato. Ho 47 anni, 32 di lavoro … e con il lavoro che è così precario, come potrò tirare avanti per tutti gli anni che mi mancano?”. La verità la si poteva toccare. Ed era spietata, come sempre.

Più anni per poter andare in pensione, dicevano lorsignori, porterà più lavoro per i giovani. Fior di economisti e giuslavoristi (anche sedicenti di sinistra) giustificavano le imposizioni del governo. A distanza di quasi un anno si possono vedere i risultati. Si leggano i dati sulla cassa integrazione e sulla mobilità e ci si renderà conto di cos’è la realtà. Nel Veneto, una regione “locomotiva” dell’economia italiana, i numeri descrivono una situazione sempre peggiore, veramente drammatica. A fine settembre le domande di mobilità in deroga sono state, in Veneto, 8.683 (furono 4.857 nello stesso periodo del 2011). La cassa integrazione in deroga coinvolge 47.649 lavoratori (circa 32.000 nel 2011).

E poi, da gennaio ad agosto 2012, sono 871 le aziende venete che hanno formalizzato una “crisi aziendale”. I lavoratori interessati sono 20.811. Le ore di cassa integrazione richieste sono, in Veneto, 60.392.541 (che corrispondono a circa 55.000 lavoratori). E ci sono 24.028 lavoratori inseriti nelle liste di mobilità.

Un declino inarrestabile. Un aumento della precarietà che smentisce qualsiasi decisione governativa. E qualsiasi previsione di “grandi” tecnici ed economisti “di moda”.

Che fare, allora? In primo luogo bisogna spendere tutte la nostra capacità per dare voce a chi non l’ha più. Ai lavoratori che non sono più rappresentati da nessun partito e che hanno perso la fiducia anche in chi dovrebbe organizzarli e lottare. Iniziare. Tornare nei posti di lavoro con proposte serie, realizzabili ma che possano ridare ai lavoratori la dignità svenduta. Dobbiamo farlo con tutta la nostra forza anche se modesta. La presentazione dei referendum sul lavoro e di quello per la cancellazione della (contro)riforma sulla pensioni sono un primo passo. Dobbiamo sfruttare l’occasione di cancellare norme punitive per lavoratori e pensionati. Andiamo nelle piazze, nelle case, nelle fabbriche a chiedere firme di adesione a tutti. E discutiamo, parliamo, tentiamo di convincere i cittadini che c’è ancora la possibilità di resistere e di contrattaccare. Sarà, forse, difficile. Ci guarderanno con diffidenza. Ci chiederanno dove eravamo andati a finire. Ci diranno se, anche noi comunisti, siamo più attenti alle alchimie tra forze politiche o se abbiamo ancora voglia di lottare per obiettivi importanti. La nostra presenza è, comunque, necessaria ed è con essa che potremo dimostrare la nostra diversità rispetto agli altri. Un inizio che, forse, è poca cosa … ma è.

(l’autore è segretario regionale del Pdci Veneto)