Tragedie dimenticate

Marlane cartellidi Giorgio Langella

È passato poco più di un anno dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza del primo processo Marlane-Marzotto che ha visto assolti tutti gli imputati perché il “fatto non sussiste” e perché le prove non sono state considerate sufficienti per condannare chi si è reso colpevole dei decessi e dell’inquinamento che, senza ombra di dubbio, si sono verificati nella fabbrica calabrese. Così le oltre cento vittime, morte a causa di vari tipologie di tumore, non hanno avuto giustizia. Così l’assenza di memoria su quanto è successo alla Marlane-Marzotto di Praia a Mare rimane la principale caratteristica di quella tragedia del lavoro.

Quella della Marlane è stata una lotta lunga, condotta in condizioni particolarmente difficili visto l’isolamento che hanno subito i pochi che hanno avuto la costanza e la volontà di ottenere verità e giustizia. C’è stata un’indagine condotta senza clamore, nel sostanziale silenzio degli organi nazionali di informazione e nell’indifferenza generale che è continuata anche durante il processo e dopo la sentenza.

Ma le lavoratrici e i lavoratori morti, l’inquinamento prodotto e che insiste dentro e fuori dall’area dello stabilimento di Praia a Mare sono fatti che, anche se “non sussistono” sono reali.

Sono là, nei terreni avvelenati, nel dolore dei parenti delle vittime, nella mente di chi si è impegnato nella ricerca della verità. Fatti che ci raccontano di una storia di sfruttamento, di ricatti più o meno palesi, di costrizioni imposte, di profitto ottenuto sulla pelle di chi vive del proprio lavoro. E le responsabilità reali si possono leggere nelle parole di Gaetano Marzotto quando, interrogato dai giudici di Paola, tra un “non so” e qualche “non ricordo”, dichiara tranquillamente “noi ci occupavamo solo dei nostri soldi”. Nulla di stupefacente o stravagante, Marzotto ha detto solo la verità. Una verità fatta di indifferenza verso chi lavora e che viene considerato nulla più di una merce che, una volta consumata, si può e si deve scartare. “Qualcosa”, più che “qualcuno”, da sfruttare fino a che serve per produrre profitto per il padrone e che non necessariamente deve avere un futuro e una vita decente.

I morti della Marlane e l’indifferenza (per “lorsignori” questo processo è stato un “fastidio” che si doveva evitare) sono il risultato di un sistema perverso, di un modello di sviluppo che mette al primo posto il denaro e considera i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e la salute di chi fatica solamente dei costi che possono e devono essere tagliati in nome del profitto.

Non è solo giusto ma è necessario ricordare cosa è successo a Praia a Mare e nei tanti, troppi, luoghi dove sono avvenute stragi del lavoro che abitualmente sono nascoste dal silenzio e coperte dall’omertà. È necessario ricordarle perché i colpevoli di questi veri e propri massacri non sono, poi, così diversi da chi semina terrore e morte con attentati spaventosi.

Entrambi agiscono in nome di un’entità che considerano superiore. Di un “dio” che, nel caso delle stragi che avvengono nel mondo del lavoro, si chiama profitto.

PS: Dall’inizio dell’anno a oggi, 10 aprile 2016, i morti per infortuni nei luoghi di lavoro sono 151. Considerando i morti lungo le strade e in itinere, i lavoratori (non solo gli assicurati INAIL) morti in questi primi mesi del 2016 superano le 320 unità (fonte: Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna).

Di questa continua strage di lavoratori nessuno ne parla. Il governo non se ne occupa. I principali organi di informazione nazionali ne parlano e ne scrivono solo se costretti da fatti clamorosi. Le formazioni politiche che siedono in parlamento preferiscono tacere. Anche i sindacati sembrano essere prudenti. Il fatto è che le condizioni alle quali sono costretti a sottostare i lavoratori sono diventate sempre più precarie grazie alle “riforme” di governi attenti principalmente agli interessi di “lorpadroni”.