Sul lavoro, una realtà diversa dalla propaganda governativa

Renzi-e-Polettidi Giorgio Langella

Qualche giorno fa il ministro Poletti e il presidente del consiglio Renzi avevano esultato per il l’aumento dell’occupazione. Ci avevano detto che c’erano 79.000 contratti a tempo indeterminato. Ebbene, il dato non era corretto. È stata una comunicazione che dimostra il pressapochismo (o qualcosa di ancora più grave) di chi dovrebbe governare il paese. Il Sole24ore, infatti, ha smentito quanto avevano affermato. I lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato sono stati, al netto delle cessazioni, circa 45.000. Poco più della metà di quanto comunicato dalle fonti governative. Non basta. Come riferisce sempre il Sole24ore, se si confronta il dato con quello relativo allo stesso periodo dell’anno scorso, le assunzioni sono drasticamente calate se si considera che, a marzo del 2014, sono stimate in 217.000.

Nel primo bimestre di quest’anno, inoltre, si deve rilevare che le cessazioni di contratti a tempo indeterminato sono aumentate passando dalle 243.655 del 2014 alle 257.945 del periodo gennaio-febbraio 2015.

Nulla, quindi, che possa giustificare l’entusiasmo di Poletti e Renzi. La realtà, come si può capire, è ben diversa dalla propaganda governativa. La si può percepire, oltre che guardandosi attorno, anche nei dati sulla disoccupazione che l’ISTAT ha pubblicato. A febbraio la disoccupazione è cresciuta e, di conseguenza, l’occupazione è calata. La crescita di occupazione rilevata (con eccessivo entusiasmo) in dicembre e gennaio viene praticamente annullata.

Ma vediamo i dati. In febbraio gli occupati sono, secondo l’ISTAT, 22.270.346, in calo, in un mese, di 43.561 unità rispetto ai 22.313.907 di gennaio. I disoccupati crescono dai 3.21.950 di gennaio ai 3.240.214 di febbraio (+23.264 in un mese). La “ripresa”, in pratica non c’è. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 12,7% mentre un anno fa era al 12,5% e i disoccupati erano 66.715 in meno.

Un’ultima riflessione sul costo del lavoro. Ci hanno sempre raccontato che in Italia il costo del lavoro in Italia è tra i più alti dell’Europa e che questo contribuisce all’aumento della disoccupazione. Gli imprenditori continuano a lamentarsi e ottengono decreti, leggi e favori dai politici di riferimento. Leggi come il “patto di stabilità o il “jobs act” e promesse come quelle di Alessandra Moretti (che, qualora venisse eletta “governatore” del Veneto, si ripropone di elargire 500 euro al mese alle imprese per ogni lavoratore di età inferiore ai 29 anni che viene assunto) fanno credere che solo favorendo le imprese si possa risolvere il problema occupazionale. Leggendo i dati forniti da Eurostat, però, non sembra proprio che questo sia vero. Questi dati, infatti, evidenziano come il costo orario del lavoro, in Italia, sia uno dei più bassi tra i paesi europei come si può vedere nella tabella sotto riportata.

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Di fronte all’evidenza dei numeri, i capitalisti nostrani dovrebbero almeno fare autocritica e spiegarci come e dove investono i loro profitti e la loro ricchezza. E perché ritengono di essere esenti da qualsiasi responsabilità.

Con la loro spasmodica ricerca dell’abbattimento dei costi del lavoro, con l’avversione che dimostrano verso qualsiasi diritto che i lavoratori hanno conquistato con fatica e sacrificio, con una evidente incapacità di affrontare la crisi producendo qualcosa di realmente competitivo, con le delocalizzazioni che sono servite ad arricchirsi esportando sfruttamento e importando disoccupazione, con l’abitudine di trasferire risorse dalla produzione alla speculazione, con le monotone richieste di ottenere dallo Stato (e quindi dai cittadini che pagano le tasse) incentivi e privilegi … sono proprio “lorpadroni” (e la politica confindustriale) ad essere il principale ostacolo che impedisce al nostro paese di avere un futuro.

Chiedere a un governo che si mette al loro servizio, maggiori sgravi fiscali, la possibilità di licenziare senza motivo, contributi pubblici, la progressiva cancellazione di diritti per chi vive del proprio lavoro, la depenalizzazione per i reati ritenuti “tenui” (ovvero quelli che hanno un massimo di 5 anni di pena) e pretendere ulteriori privatizzazioni anche delle industrie strategiche, e ottenere tutto a fronte di nessun piano industriale e di un ruolo statale in economia del tutto assente o limitato al finanziamento a fondo perduto verso i privati, è una politica che può portare certamente a raggiungere guadagni e profitti personali immediati ma che condanna il paese a una umiliante marginalità.

In questi ultimi anni, chi dirige il paese, continua a dirci cose non vere. La realtà è ben diversa da come la dipingono e ci descrive un paese che ha una classe dirigente (politica e imprenditoriale) incapace di risolvere i veri problemi del paese. È una classe dirigente estremamente abile, però, a favorire i propri affari. Una vera e propria “casta” che vuole convincerci che, per risolvere la crisi, bisogna competere con i paesi più poveri e che i salari devono essere mantenuti bassi o addirittura ridotti. Ma così non ci sarà alcun sviluppo, la produzione industriale diventerà sempre più mediocre e ininfluente. Il paese sarà destinato a un declino inesorabile e noi tutti ci troveremo in un vortice che porterà solo povertà a chi deve lavorare per poter sopravvivere.