RSU a Milano: abolire la controriforma Fornero

di Luigi Vinci | da www.esserecomunisti.it

Pubblichiamo come contributo alla discussione

Oltre 400 rappresentanti a Milano il 20 dicembre di oltre 170 RSU dell’industria e del pubblico impiego, quasi tutte unitarie, più i rappresentanti dei pensionati e di organizzazioni di esodati, donne senza reddito alcuno, lavoratori precari, disoccupati; un clima di combattività e di decisione a non fermarsi; un programma preciso e radicale di lotta alla controriforma Fornero delle pensioni e di rifacimento di un sistema pensionistico equo e civile; una critica dura e argomentata alla politica dell’attuale governo Letta-Alfano, per la sua rigorosa continuità rispetto al precedente governo Monti ovvero a una politica che ha scaricato sui lavoratori e sui pensionati i costi della crisi e il cui obiettivo di fondo è la redistribuzione della ricchezza sociale a favore di chi già è ricco, di una borghesia largamente parassitaria e vorace, della grande finanza speculativa; una critica dura e argomentata alle politiche recessive e antisociali dell’Unione Europea: niente male. Niente male quanto a dichiarazione aperta di un’intenzione sia politica che sindacale di lotta dura e senza paura da parte degli organismi di rappresentanza dei lavoratori sui luoghi di lavoro.


Il punto fondamentale è tutto qui. Sbagliano drammaticamente quelle dirigenze sindacali, non solo nella CISL e nella UIL, che vedono in ciò una sorta di dichiarazione di guerra alle confederazioni: è invece una richiesta alle confederazioni, tutt’e tre, di darsi da fare molto di più e molto meglio rispetto a quanto abbiano a oggi saputo o voluto fare. E’ la richiesta di smetterla di farsi condizionare, di fatto, da un quadro politico, salvo minoranze sparute, ostile a lavoratori e pensionati, o dalle varie fanfaluche presidenziali o mediatiche sull’interesse nazionale o in fatto di attese metafisiche proiettate prima sulle elezioni tedesche e ora sul semestre di presidenza italiana dell’UE. E’ la richiesta di smetterla con le proteste verbali in televisione a cui non segue nulla, oppure con gli scioperi puramente dimostrativi, che sempre meno convincono i lavoratori, prima di tutto per la loro inefficacia. Sbagliano drammaticamente quelle dirigenze sindacali che vedono nella mobilitazione delle RSU una sfida sul terreno della gestione delle organizzazioni, un’intenzione di “rottamazione” di quadri attuali con nuovi quadri. I lavoratori e i pensionati rimangono antropologicamente e culturalmente lontani anni luce dal narcisismo aggressivo, vuoto e altisonante dei Renzi e dei Grillo, sono i portatori di un’idea avanzata di civiltà e di democrazia, nel sindacato come nella società, non della barbarie paraberlusconiana. Sbagliano drammaticamente quelle dirigenze sindacali che stanno a guardare un popolo italiano che sta passando dal disorientamento, dalla depressione, dalla disorganizzazione all’intenzione di entrare in lotta aperta, anzi che sta cominciando la lotta aperta a farla: le dirigenze prendano invece la testa del movimento, è a questo che servono. Sbagliano infine quelle dirigenze sindacali che ritengono, al contrario, che alle RSU occorra mettere la mordacchia, disciplinarle militarmente, farne le cinghie di trasmissione verso i lavoratori di decisioni e di tattiche troppo spesso moderate e politicanti prodotte in alto e nel chiuso degli uffici. Se c’è un modo per lasciare la rivolta sociale a fascisti e a balordi di varia tinta, con tanto di incremento drammaticissimo della già drammatica realtà del paese, è proprio questo, di non capire cosa occorra fare, o di essere reticenti a farlo, di continuare quindi a citare retoricamente i problemi senza fare il necessario.

Non c’è neppure niente di speciale su cui riflettere. E’ tutto molto semplice: è in corso da trent’anni un attacco alle conquiste storiche, sociali ma, ormai, anche democratiche, del mondo del lavoro; un attacco i cui effetti antisociali e i cui logoramenti della democrazia la crisi ha raddoppiato; un attacco che la crisi ha molto facilitato; un attacco quindi che nella crisi si è fatto globale e devastante. A quest’attacco rispondere trattando al ribasso e in punta di piedi con gli attaccanti, palesi o mascherati, di destra o di centro-sinistra, oppure reagendo con pannicelli caldi e aspirine, è risultato semplicemente suicida, non solo per la condizione popolare ma per le stesse organizzazioni dei lavoratori e dei pensionati – infatti operare con pannicelli caldi e aspirine è stato un fattore decisivo, benché non l’unico, del disorientamento e della demoralizzazione dei lavoratori e popolare; a quest’attacco occorre dunque rispondere con i mezzi necessari, cioè con mezzi adeguati alla qualità dell’attacco avversario, e occorre farlo prima che sia troppo tardi, sia per la gravità della situazione dei lavoratori, del popolo, dell’economia, della democrazia, sia per prevenire lo sfondamento da parte di fascisti, balordi, Grillo. Davvero non c’è niente di speciale da riflettere: non solo l’esperienza storica, ma le prime mobilitazioni dei lavoratori e popolari, preludio solo di un 2014 incandescente, indicano la strada: quella della lotta, se del caso a oltranza, che picchia duro sotto la cintola, che fa danni pesanti all’avversario sia sociale che politico. Ancor più chiaramente: i lavoratori dei trasporti pubblici di Genova hanno indicato con estrema chiarezza la strada giusta: cinque giorni di sciopero a oltranza, e il comune e la regione hanno dichiarato forfait, alzato bandiera bianca, mollato. E le RSU a Milano, a loro volta, la strada giusta non hanno fatto altro che metterla nero su bianco, e proporla al paese intero.

Forse, invece, su un punto c’è da riflettere, cioè ancora non ci siamo. Sia gli effetti sociali ed economici della crisi che il suo uso antisociale da parte dei governi e dell’UE dicono che non siamo in una situazione da affrontare con i metodi della pura rivendicazione sindacale: si tratta invece di una situazione che, pur necessitando di una risposta in dominanti forme sindacali e che richiede che siano i sindacati in primo luogo a prendere la testa della reazione sociale, ne richiede una qualità politica sostanziale. Richiede cioè che non solo si critichino le politiche di governo ed europee, non solo si propongano piani del lavoro o di ricostruzione del potenziale industriale, non solo si propongano politiche espansive della spesa pubblica: ma si passi alla mobilitazione e alla lotta dei lavoratori e di popolo per imporle. Altro che chiacchierare con Letta o con Renzi.

Da questo punto di vista ci sono una lacuna e una difficoltà drammatiche dal lato dei lavoratori e del popolo: l’assenza di una sinistra politica non ridotta ai minimi termini. Occorre provvedere, e alla velocità della luce: basta, a sinistra, guardarsi l’ombelico.

Tuttavia l’Italia dispone storicamente di un forte movimento sindacale: tale da poter svolgere, almeno in un primo periodo, una funzione di supplenza anche politica. Quindi le condizioni per muoversi, anche se imperfette, già ci sono.

Occorre allora decidere, e alla svelta. Le RSU questo hanno chiesto a Milano. Questo hanno chiesto, tra le righe, i lavoratori genovesi dei trasporti. E tutti hanno aggiunto che vogliono agire in larga compagnia: tuttavia che sono anche in grado di farlo da soli.

Luigi Vinci – redazionale