Romiti dà lezioni a Marchionne

di Francesco Piccioni | da il Manifesto

romiti«Uno dei principali colpevoli è il sindacato assente che, tranne la Fiom, non ha fatto nulla» per contrastare le scelte del management del Lingotto

Che se ne volesse andare, chi segue la Fiat lo sa da tempo. Ma anche lo stile s’è perso nel passaggio al nuovo management . O forse qualcosa di più, che riguarda in profondo l’idea di «impresa», e persino di sviluppo, progresso. Tecnologico e non. La nonchalance con cui Sergio Marchionne – a.d. di un gruppo che vede ridursi le proprie quote di mercato in Europa – ha cancellato quel progetto «Fabbrica Italia» su cui aveva chiesto la complicità dei sindacati (e della «politica»), l’obbedienza dei lavoratori e l’azzeramento dei contratti nazionali di categoria, è forse più offensiva del contenuto stesso. Sa molto, come titolammo allora, di «Marchionne del grillo», à là Monicelli. Ora il governo si straccia le vesti in pubblico, mostrando poco credibile sorpresa, soprattutto con i suoi ministri banchieri e «piemontesi», per consuetudine secolare interni – più che «vicini» – al Lingotto.

Corrado Passera, forse temendo l’arrivo di dossier molto consistenti sui tavoli di crisi del suo ministero, si sbilancia nel dire che è «importante e urgente fare chiarezza al più presto possibile al mercato e agli italiani». E che «faremo tutto il possibile per assicurare che le responsabilità che Fiat ha preso nei confronti del paese vengano rispettate». Ma senza andare oltre «le norme». Se abbiamo capito la filosofia di questo governo, non ci si può aspettare molto di buono. Identico atteggiamento dimesso da parte del ministro del lavoro, Elsa Fornero; che per un verso giura di «voler approfondire con il dottor Marchionne cos’abbia in mente nei suoi piani di investimento» in Italia. Ma subito dopo ridimensiona precisando che «non ho il potere di convocare l’A.d. di una grande azienda, gli ho dato alcune date disponibili».

Se trova il tempo… Le reazioni sindacali sono in misura (molto) diversa atti dovuti. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, bussa alla porta governativa perché «il nostro paese non si può permettere che la Fiat se ne vada», con tanto di invito ai sindacati «complici» a «riflettere sul fatto che subire ricatti non significa fare sindacato». Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso arriva a definire ora il «modello Pomigliano» come «una barbarie». Mentre il patròn della Cisl, Raffaele Bonanni, difende a suo modo Marchionne, anche se riconosce che «questi della Fiat non sono dei santi, non sono filantropi, e forse sono pure un po’…». Ma è dall’imprenditoria più severa che arrivano però le mazzate più forti. Diego Della Valle si toglie forse molti sassi dalla scarpa accusando «questi furbetti cosmopoliti» – un «quartierino» immenso – di fare «scelte sbagliate» o peggio «quelle più convenienti per loro». Alla faccia di un paese che di soldi al Lingotto ne ha dati per oltre un secolo. Tutte prese di posizione sospettabili in qualche modo di scarsa obiettività. Ma se il più noto dei predecessori di Marchionne in vetta alla Fiat – Cesare Romiti – sente il bisogno di indicare i due punti chiave della «debolezza» attuale, una ragione ci deve essere. Primo: «quando un’azienda automobilistica interrompe la progettazione vuol dire che è destinata a morire». E il Lingotto l’ha fatto: da anni non sforna più nuove tecnologie o nuovi modelli «di massa» prodotti in Italia, solo «oggetti» di nicchia (Mito, Giulietta, ecc). Secondo: «uno dei principali colpevoli è il sindacato assente che, tranne la Fiom, non hanno fatto nulla» per contrastare le scelte del management. Un riconoscimento di valore «produttivo» al conflito in fabbrica, proprio da lui… È lo stesso Romiti dei 23.000 licenziamenti in Fiat nel 1980, quello che quasi distrusse il «sindacato dei consigli» e archiviò la Flm. Che però incarna un’idea dell’impresa industriale opposta a quella dei Marchionne e dei Monti, che vedono la dialettica conflittuale con il lavoro come un ostacolo «alla crescita», esattamente come lo Statuto dei lavoratori o l’art. 18. Il Romiti che guidava la Fiat negli anni ’70 ha imparato che un sindacato «forte» costringe l’azienda a innovare prodotto e processi produttivi, mentre i «complici» la convincono che basta premere sul costo del lavoro (e i diritti) per stillare qualche goccia di profitto in più. Non è affatto paradossale. È il normale riconoscimento che l’avversario, se sa fare bene la sua parte, costringe anche te ad essere migliore. Al contrario, il Monti che rimprovera alla «spesa pubblica» la «pigrizia» delle imprese e alla forza del movimento operaio l’ostacolo alla creazione di nuovi posti di lavoro, sogna un mondo a-conflittuale ( un unico «interesse sociale» al comando) che soltanto nei sogni – o nei manuali – produce «crescita». Non sappiamo perché, ma Romiti ci sembra decisamente più «moderno».