Rinaldini: «Così neanche negli anni ’50»

di Francesco Piccioni | da il Manifesto

Il lavoro diventa liquido, precario, mobile. Come si fa ad roganizzarlo e fare sindacato? Ne parliamo con Gianni Rinaldini, coordinatore dell’area «La Cgil che vogliamo» ed ex segretario generale della Fiom.

Hai letto dei nuovi dati Ocse?
Sono purtroppo la conferma che la situazione peggiora. Mi sembra le misure – dalle pensioni al mercato del lavoro – che ha deciso questo governo aggravano disoccupazione e recessione. Prefigurano un nuovo assetto del paese,una ridefinizione del ruolo delle stesse rappresentanze sociali. Quindi anche del sindacato. Sono misure che ipotizzano, per un’eventuale ripresa, un assetto del paese fondato sulla precarizzazione, l’abolizione dei contratti, la libertà di licenziamento e la crescita, paradossalmente, di tutte le forme assicurative e previdenziali. Cioè del sistema creditizio, che si accompagna alla riduzione, per esempio, della sanità.

Sembra un ritono indietro. Come fa il sindacaro ad incontrare il lavoro quando diventa così precario, sfuggente…?
Il sindacato è in evidente condizione di difficoltà e di crisi. Il problema non è tanto di cambiare i soggetti di riferimento, ma non c’è dubbio che – rispetto a quello che è successo nel corso di questi mesi, dalle pensioni ai disegni di legge su precarietà, art. 18 e ammortizzatori sociali – il sindacato non è stato in grado di proporsi come elemento di unificazione dei diversi soggetti; a partire dalla difesa ed estensione delle tutele. Anche con proposte nuove, che è la condizione per ricostruire un livello di rappresentanza sociale vero. Si è di fatto assecondato il percorso che ha presentato la falsa contrapposizione tra giovani e anziani sulle pensioni, con cui han fregato in primo luogo i giovani; quella un bene come l’art. 18 e l’aumento della precarietà. Adesso siamo al tentativo evidente di contrapporre dipendenti pubblici e privati.

Perché non ha saputo rispondere?
Non ha mai aperto una discussione vera. Questa crisi mette in discussione gli aspetti fondativi del sindacato, su come tracciare un’idea del sindacato del futuro. Che non è semplicemente la riproposizione delle cose del passato, ma come far vivere gli stessi valori – solidarietà, giustizia sociale, autonomia contrattuale – in una fase totalmente diversa. Penso al problema della rappresentanza dei precari, ai contratti che oggi riguardano solo una parte dei lavoratori; a come il sindacato si deve riorganizzare.

Che significa?
Bisogna tornare a un rapporto con la gente che non si fa attraverso gli uffici. Bisogna tornare sui luoghi, all’idea di un sindacato e una militanza che oggi in molti casi non c’è.

È diventato un mestiere?
Corre il rischio di diventare un mestiere, con il suo tran tran quotidiano; mentre tutto attorno c’è una realtà sociale che sfugge, che non trova la sua rappresentanza sociale. In effetti, il sindacato sta vivendo con anni di ritardo quello che è successo alla politica.

Cioè lo sganciamento dal soggetto sociale.
Diciamo che corre il rischio…..

C’è qualche segnale di presa di consapevolezza di questo stato di cose?
«Presa di consapevolezza» mi parrebbe un’espressione azzardata. Le cose che stanno succedendo sono tali che il sindacato non può che affrontare radicalmente una discussione forte. Ormai il quadro legislativo da una parte e i processi sociali dall’altra ci consegnano una realtà persino sconosciuta, anche nel passato. Le novità si susseguono una dietro l’altra. Chiedevi dei precari… Ma nello stesso tempo il contratto fatto nelle ferrovie prevede un aumento dell’orario di lavoro, dalle 36 alle 38 ore. Credo non sia mai successo che il sindacato firmi un accordo di aumento dell’orario di lavoro. Ma anche questo sta dentro le tendenze in atto oggi; e non solo nel nostro paese.

Sono tendenze in ordine sparso?
In realtà c’è un filo logico, che appunto prefigura un nuovo assetto sociale del paese. Fatto di frammentazione, divisione e corporativizzazione, aumento di tutti i livelli di diseguaglianza sociale.

C’è un problema di cultura politica?
Il problema è questo. Il quadro che abbiamo di fronte non c’era neanche negli anni ’50; tutte le conquiste fatte successivamente sono state praticamente azzerate.

Il futuro come ritorno all”800, grossomodo…
È un processo di americanizzazione delle relazioni sociali. Anche nelle praterie che si stanno spianando per lo sviluppo di un sistema creditizio privato. Pensa alle pensioni, alla sanità…Si moltiplicano gli accordi aziendali e territoriali per i fondi sanitari privati; mentre dall’altra parte il governo taglia. 14 49,9%