Processo Marlane-Marzotto: allora non eravamo “visionari”

Giorgio Langella – Partito dei Comunisti Italiani (Vicenza)
Luc Thibault – USB (Vicenza)

Marlane cartelliAl processo Marlane-Marzotto che si sta concludendo al tribunale di Paola, l’accusa ha chiesto, per gli “imputati eccellenti”, condanne per un totale di 61 anni di reclusione.

Condanne pesanti se si considerano le assoluzioni subentrate “d’ufficio” per estinzione del reato grazie all’intervenuta prescrizione. Prescrizione raggiunta soprattutto a causa delle innumerevoli eccezioni fatte dagli avvocati della difesa degli imputati eccellenti che hanno permesso tanti rinvii delle udienze con conseguente dilatazione dei tempi processuali.

Con l’assunzione, da parte del procuratore capo Bruno Giordano, della piena responsabilità per quanto richiesto dai PM, l’accusa ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione per Carlo Lomonaco, ex sindaco di Praia a Mare. Le altre richieste sono di 8 anni per Vincenzo Benincasa, 7 anni e 6 mesi per Lamberto Priori, 6 anni per Pietro Marzotto, 5 anni a testa per Antonio Favrin, Jean de Jagher, Silvano Storer e l’ex sindaco di Valdagno Lorenzo Bosetti, 3 anni e 6 mesi per Giuseppe Ferrari, 3 anni per Attilio Rausse e per Salvatore Cristallino. L’unica richiesta di assoluzione, perché il fatto non sussiste, è per Ivo Comegna.

Dopo lunghissimi anni di lotta per la verità, nonostante i molteplici rinvii, le attese snervanti, gli attimi di rassegnazione di fronte all’indifferenza di quelle “grandi” forze politiche e sindacali che dovevano essere in prima linea nella difesa dei lavoratori e, soprattutto, all’imbarazzante silenzio dei maggiori mezzi di informazione nazionali che hanno taciuto, finalmente sembra che si possa sperare nell’ottenere un po’ di giustizia per quanto successo alla Marlane di Praia a Mare.

Le richieste dell’accusa dimostrano che le prime denunce di Luigi Pacchiano e di Slai e Si-Cobas non erano “campate per aria” o frutto di “immaginazione”. Dimostrano che la mobilitazione delle associazioni ecologiste calabresi e la lotta dei parenti delle vittime non erano né velleitarie né originate dalla volontà di ottenere ipotetiche “vendette”. Dimostrano che la lotta che abbiamo condotto anche a Vicenza in maniera quasi sempre solitaria e senza l’appoggio, più volte richiesto, delle forze politiche e sociali che operano nella nostra provincia era una lotta giusta che doveva essere fatta. Non eravamo né utopisti né visionari. Volevamo solamente ottenere quella verità e quella giustizia che erano state negate e accantonate da un iter processuale che, come ha sostenuto il procuratore capo Bruno Giordano, è stato “recuperato in un momento in cui languiva”.

Adesso ci aspettiamo che si arrivi alla sentenza di primo grado in tempi brevi e che chi è stato assente e indifferente si renda conto che la ricerca della verità e il raggiungimento della giustizia dipendono da ognuno di noi e dalla volontà di non accettare né le prepotenze di chi si crede intoccabile né il silenzio complice e le autocensure di chi teme il potere di “lorpadroni”.

Noi, in ogni caso, continueremo la lotta.