Perché sosteniamo i referendum

di Nicola Nicolosi* | da il Manifesto del 20 settembre 2012

nicolosiI prossimi giorni saranno difficili e non possiamo escludere polemiche in merito alla nostra presenza nel comitato promotore dei due referendum sul lavoro.

La nostra posizione su questi temi è radicata da sempre nella storia rivendicativa della Cgil e nella conquista del diritto del lavoro nel secolo scorso. La nozione di civiltà giuridica – scritta con lo Statuto dei lavoratori nel 1970 e dopo trent’anni di dibattiti – che non si può licenziare un lavoratore senza giusta causa e giustificato motivo, è stata cancellata con la cosiddetta riforma del mercato del lavoro.

Le fratture nel diritto lavorativo determinate dal governo di centrodestra di Berlusconi prima, e dal governo Monti poi, non hanno mai avuto il consenso mio e di Lavoro Società.

Coerentemente, lavoreremo nei prossimi tre mesi per raccogliere firme sui due quesiti, per l’abrogaizone dell’art. 8 della manovra di agosto 2011 e delle modifiche all’art. 18 Statuto dei lavoratori apportate con la controriforma Fornero.

Sull’art. 8 si corre il rischio che sia conosciuto solo dagli addetti ai lavori, serve farlo conoscere e spiegarlo. Questo articolo nasce dall’odio viscerale che l’ex ministro del lavoro Sacconi ha nei confronti di tutto ciò che “odora di sinistra”. In più era il tentativo di annullare il contenuto e gli effetti dell’accordo del 28 giugno tra le parti sociali che riconosceva centralità al contratto nazionale.

Con questo articolo si vuole dare forza al contratto aziendale contro quello nazionale, e favorire il sindacato aziendalista contro quello confederale, e riconsegnare ai contratti aziendali materie importantissime, quali la classificazione e l’inquadramento del personale, le mansioni, la disciplina dell’orario di lavoro, i contratti a termine, i contratti a orario ridotto, il regime della solidarietà negli appalti e al ricorso alla somministrazione di lavoro, e ancora alla modalità di assunzione e la disciplina del rapporto di lavoro. Infine con questo articolo si è manomesso lo Statuto dei Lavoratori consegnando al contratto aziendale la possibilità di definire accordi in merito al recesso dal rapporto di lavoro (licenziamento).

Ci sono abbastanza elementi per “giustificare” la nostra azione referendaria. Sull’art. 18 non abbiamo condiviso la mediazione raggiunta da Casini, Alfano e Bersani, così come non abbiamo condiviso il giudizio favorevole di una parte consistente della nostra organizzazione sindacale, la Cgil. L’abbiamo considerato un errore politico storico. Perché fa tornare il dibattito giuslavoristico indietro al 1960.

Negli anni ’50 in molte aziende si veniva licenziati solo perchè si era iscritti alla Cgil. Nelle grandi fabbriche venne introdotto un metodo feroce e terroristico “l’ordine dei cimiteri”, nacquero i reparti confino, la repressione fu forte, si veniva espulsi dalle fabbriche, unitamente alla Cgil. C’è qualche somiglianza con tutto ciò che sta avvenendo nella Fiat di Marchionne. In quegli anni nasce il bisogno della tutela giuridica; nessun lavoratore deve essere licenziato senza giusta causa e giustificato motivo!

L’idea che si possa essere licenziati anche in presenza di una sentenza che dà ragione al lavoratore (il giudice può decidere che basta un indennizzo economico per confermare il licenziamento per motivo oggettivo), mi fa venire la pelle d’oca! Per questo consideriamo le critiche alla nostra scelta di indire i referendum sul lavoro prive di fondamento e lontane dalla storia e dalla cultura della Cgil. L’autonomia della Cgil la difendiamo a partire dalla bontà dei contenuti e dalla forza del nostro programma strategico che è il documento congressuale, che si poneva l’obiettivo di difendere lo Statuto dei Lavoratori dall’attacco di Berlusconi e Sacconi. L’anomalia Monti non può farci cambiare idea.

*Segretario Nazionale Cgil, coordinatore area Lavoro Società