Occupazione e dignità

renzi lavoro tvdi Giorgio Raccichini, PCd’I Federazione di Fermo | pdcifermano.wordpress.com

La diminuzione del tasso di disoccupazione in Italia, in un contesto che rimane comunque altamente difficile soprattutto per i giovani e per il Meridione, ha provocato le reazioni euforiche dei sostenitori del Jobs Act, a partire dai soliti cinguettii renziani.

Saremmo in presenza della dimostrazione che la riforma conservatrice del lavoro funziona. Mi chiedo: perché non avrebbe dovuto? Il Jobs Act si regge su un do ut des fin troppo chiaro tra il Governo renziano da una parte e Confindustria e mondo dell’impresa in genere dall’altro.

Ci scordiamo forse del prezzo che è stato pagato dai lavoratori, ormai ridotti alla stregua di veri e propri questuanti del lavoro? I datori di lavoro hanno incassato non solo contributi di natura fiscale, ma anche e soprattutto l’eliminazione di alcuni diritti fondamentali, tra i quali il sacrosanto principio della reintegrazione del lavoratore nel suo posto di lavoro in seguito ad un licenziamento illegittimo. Questo diritto, già fortemente manomesso dal Governo Monti, è alla base dei rapporti di forza contrattuali, i quali vedranno il lavoratore in una posizione sempre più subalterna: insomma, un operaio e un impiegato del settore privato ci penseranno due volte prima di protestare per motivi riguardanti il salario, la sicurezza e altre questioni lavorative. Occupazione e dignità lavorativa sembrano ormai essere termini inversamente proporzionali nell’Italia della Seconda Repubblica.

Era chiaro che, dopo aver ottenuto questo grande regalo, il mondo dell’impresa non potesse starsene con le mani in mano e che avrebbe contraccambiato incrementando il tasso di occupazione, soprattutto di quella “stabile”: le virgolette sono obbligatorie, poiché quale stabilità potrà mai esserci quando è estremamente facile essere licenziati?

Da anni siamo ormai abituati agli adulatori dell’uomo politico cool del momento, i quali vanno in cerca di visibilità e prebende o sono semplicemente attratti dalla moda politica dei tempi, poiché la politica è in qualche modo scaduta al livello di un capo di vestiario soggetto ai gusti superficiali e temporanei delle grandi masse. Tuttavia la moda politica non prevede sconti alla stregua di un vestito, dal momento che chi governa risponde agli interessi specifici di determinate classi sociali e fin troppo bene sappiamo che, nel caso di Renzi, non sono quelle lavoratrici, così come non lo sono per molti suoi oppositori più in voga: per fare solo un esempio, a chi pensate si rivolga ammiccante Salvini quando parla di flat tax, cioè di un regime fiscale non progressivo?

Ora il Governo sta ricevendo il magro pagamento per il servizio offerto al mondo dell’impresa, ma ci chiediamo che cosa accadrà quando verranno avanzate ulteriori e pressanti richieste. Da tempo ormai si chiede – in nome dell’uguaglianza, sia ben inteso! – l’equiparazione tra l’impiego privato e quello pubblico, estendendo anche a quest’ultimo la riduzione dei diritti.