In memoria dei lavoratori uccisi in nome del profitto

morti bianchedi Giorgio Langella, Direzione nazionale PCdI

E’ ormai passato un anno da quel 19 dicembre nel quale fu pronunciata la sentenza del primo processo relativo a quanto accaduto alla Marlane-Marzotto di Praia a Mare. Le accuse, per gli imputati eccellenti (proprietari e dirigenti dello stabilimento calabrese di proprietà anche di Eni-Lanerossi e Marzotto), erano molto pesanti. Oltre cento operai colpiti da varie patologie cancerogene, decine di decessi, un disastro ambientale di enormi proporzioni. Reati gravi per i quali furono tutti assolti, nonostante varie testimonianze e indizi. La sentenza di assoluzione perché “il fatto non sussiste” fece seguito alla “liquidazione” delle famiglie dei lavoratori deceduti da parte della Marzotto. Poche decine di migliaia di euro che furono accettate da quasi tutte le parte civili che posero una pietra tombale su una delle tragedie del lavoro tra le più gravi e allo stesso tempo sconosciute tra quelle accadute in Italia.

A distanza di un anno è giusto ricordare che, i lavoratori della Marlane e le loro famiglie, aspettano ancora che giustizia venga fatta. È altrettanto doveroso capire che ancora non è stato squarciato il velo di silenzio e di omertà che occulta la verità su quanto successo in quello stabilimento calabrese che fu della Lanerossi e, infine, della Marzotto.

Chi si ammala perché lavora senza le dovute protezioni non fa notizia. Generalmente soffre in silenzio e muore di nascosto. In solitudine. Succede un poco alla volta, senza clamore, senza attenzione, senza suscitare indignazione.

Eppure, nel nostro paese così “civile” e “avanzato”, ci si ammala e ci si infortuna sempre di più per condizioni di lavoro volutamente insicure e devastanti. Ci si ammala per quello che si respira, per quello che si manipola, per seguire ritmi di lavoro insopportabili. Si muore perché le normali protezioni sono assenti, perché i turni di lavoro sono massacranti, perché la sicurezza costa troppo. Si rischia la salute e la vita per salari insufficienti costretti ad accettare qualsiasi condizione imposta da un ricatto occupazionale sempre più inumano. È successo all’Eternit, all’ILVA, alla Tricom di Tezze sul Brenta. È successo alla ThyssenKrupp, alla discarica di Bussi. Succede.

Gli ammalati e i morti di lavoro sono effetto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del considerare chi vive del proprio lavoro una merce, un pezzo di ricambio che si può scartare e sostituire con un altro più conveniente, efficiente e meno costoso. I lavoratori non sono più persone ma vengono trasformati in “capitale umano” che serve solo ad arricchire quei padroni che hanno investito denaro in un sistema capitalista che sembra non avere opposizione adeguata e che viene descritto come l’unico possibile. Un sistema nel quale diventa normale lavorare senza adeguate precauzione e in assenza dei più elementari diritti. Non c’è nulla di democratico in questo liberismo sfrenato. Nulla di cui vantarsi. Ma di quello che succede nei luoghi di lavoro, dalla malattia, agli infortuni, alla morte si tace. Anzi, chi alza la testa e apre gli occhi di fronte alle stragi del lavoro, chi diffonde informazioni sullo sfruttamento che giornalmente subiscono i lavoratori, viene considerato un sovversivo, un nemico del sistema. Un vecchio rivoluzionario sconfitto dalla “modernità” rappresentata, appunto, dallo sfruttamento.

Ebbene, è giusto, oggi più che mai, rendere omaggio a tutti i morti di lavoro e per il lavoro, a chi è rimasto invalido per infortuno o malattia professionale ricordando che in Italia il lavoro si sta trasformando sempre più in una vera e propria condanna. È un dovere informare, anche se le notizie sono “scomode”, anche se, in questo periodo prossimo al Natale, si tende ad essere tutti più tolleranti e buoni. Ma non si può essere tolleranti verso chi sfrutta il lavoro altrui e bisogna sapere che chi si arricchisce togliendo sicurezza e protezione a chi lavora non può essere considerato “buono”. Mai.