Il “piano del lavoro” che unisce Renzi e Alfano

di Claudio Conti | da www.contropiano.org

renzi-alfanoGiorni di festa, di fine anno, di buoni propositi. O di pessimi, se dobbiamo esprimere un giudizio sulle “riforme” riguardanti il lavoro che circolano nella testa di gente che – incredibilmente – sta al governo e o ne gestisce il partito-chiave.

Diciamo subito una cosa. Tra le proposte di Alfano e Renzi la differenza è solo nelle parole. La filosofia è identica: eliminare le ultime tutele dei lavoratori usando una retorica secondo cui se il lavoro manca è “colpa” delle “protezioni”. Persino il pessimo ministro del welfare attuale, Giovannini, che ha qualche competenza tecnico-statistica, si è sentito in obbligo di precisare che “non sono le norme a creare lavoro”. E in effetti qui casca l’asino. Tutte le proposte avanzate da quanti dicono – dicono – di voler aumentare l’occupazione, “soprattutto giovanile”, partono dall’idea che una qualsiasi azienda sia restia ad assumere “per paura” di doversi tenere il lavoratore a vita.


Pura propaganda, se si guarda alla realtà dei rapporti di lavoro. Le imprese licenziano in abbondanza, l’art. 18 è già stato depotenziato al massimo (la temuta “reintegra” del licenziato viene ammessa ormai solo nel caso di evidente “discriminazione”, come quella di delegati o iscritti ai sindacati “scomodi”). Le assunzioni avvengono quasi esclusivamente attraverso formule contrattuali ultra-precarie, introdotte ìdal “pacchetto Treu” nel 1997 e potenziate poi dalla “legge 30” di Berlusconi-Sacconi; leggi che consentono di eliminare la manodopera “eccedente” senza alcun problema né indennizzo economico. Eppure la disoccupazione aumenta.

E’ la crisi, non le “tutele” a creare disoccupazione. Ma ci raccontano il contrario per obbligarci a essere “disponibili” a qualsiasi, lavoro, con qualsiasi contratto, purché con uno stipendio da fame. Ottanta anni fa, di fronte a una situazione economica per molti versi simile, i capitalisti riuscirono a imporre scelte identiche. E disastrose. Al punto che nel giro di pochi anni – sia nei paesi fascisti che in quelli “democratici” – si cambiò strategia, chiedendo alla “sfera pubblica” di promuovere lavoro e occupazione sostenendo l’economia tramite il deficit spending keynesiano. Non risolse il problema della disoccupazione, ma lo attenuò per qualche tempo. Solo la seconda guerra mondiale ridusse l’”eccedenza” di capitali (ovvero: industrie, titoli azionari, immobili, popolazione, ecc).

Oggi Keynes è fuorilegge nell’Unione Europea e tutti i governanti si danno da fare – anche in Germania – per smantellare le “tutele” del lavoro nell’inutile speranza che tanto basti a far ripartire l’economia e creare lavoro. Sembrano stupidi che non imparano mai dall’esperienza; in realtà sono soltanto voraci di guadagno. Il problema è che quel che sembra “intelligente” per il singolo imprenditore – avere dipendenti pagati poco e senza diritti, senza troppe tasse da pagare, senza welfare, ecc – diventa un’idiozia a livello di sistema. Se tutti i lavoratori, infatti, vengono pagati poco, consumeranno poco; il mercato non si allarga, la domanda non cresce, anzi diminuisce e peggiora la situazione.

Così funzione il capitalismo, finché non precipita nella crisi sperando di riemergere “rinovato”.

In questo momento e in questa parte del mondo, siamo nel pieno della furia “demolitrice” di stampo liberista. L’idea-forza, il “senso comune” condiviso persino da alcune figure sociali massacrate da queste scelte, è che bisogna distruggere il modello sociale precedente e crearne uno “nuovo”. Così nuovo da essere identico a quello di due secoli fa, quando non c’erano diritti o organizzazioni dei lavoratori dipendenti; con differenza che si andava a carbone e non a petrolio implementato dall’hi tech.

Tornando ai nostri “ringiovaniti” ma pur sempre squallidi governanti, vediamo dunque cosa propongono i “consulenti economici” che riforniscono di suggerimenti sia Alfano che Renzi.

Il primo presenta un “piano” in cinque punti:

– tre anni a “burocrazia zero” per chi voglia investire; l’impresa può partire senza aspettare autorizzazioni, ma “nel rispetto delle normative vigenti” (i tagli alla spesa pubblica provvederanno a ridurre a zero gli eventuali controlli di legalità);

– eliminazione dei contratti nazionali di categoria; si dovrebbe regolare tutto con contratti aziendali o individuali; non serve uno scienziato per capire che così ogni imprenditore può far pesare un personalissimo squilibrio di forze rispetto ai dipendenti, obbligandoli ad accettare qualsiasi condizione di lavoro (e di salario);

– trasformare i sussidio di disoccupazione in “incentivi all’assunzione” (ovvero dando i soldi all’azienda invece che la disoccupato!), azzerando le tasse che l’imprenditore deve pagare sulle retribuzioni (in questo modo crolla anche il bilancio dell’Inps, chiaramente);

– ogni euro di taglio alla “spesa pubblica improduttiva” deve essere impegnato a tagliare le tasse sul lavoro (il cosiddetto “cuneo fiscale”, tagliando quindi le entrate per il sistema pensionistico);

– un “voucher” da assegnare al disoccupato, ma che verrà incassato dall’azienda che lo assume; il voucher-opportunità che potrà essere speso nei centri di formazione e collocamento pubblici, privati e no-profit (quindi incamerato da questi altri enti). Il voucher sarà incassabile solo se il disoccupato – nonostante tutti i tentativi – troverà lavoro.

Manca soltanto il guinzaglio e la museruola, vero?

In caso Pd la musica non cambia. Si rispolvera l’antica proposta di Pietro Ichino spacciandola ovviamente per “novità”:

– un contratto di lavoro per i neoassunti che non prevede, per un periodo di almeno tre anni, la tutela dell’articolo 18 (depotenziato), quindi licenziabili “al cenno”;

L’idea è stata avanzata da Yoram Gutgeld, ex senior partner e direttore di McKinsey & Company fino al Marzo 2013, quando è stato “nominato” deputato nel Parlamento italiano per conto del Pd. Anche il “nuovo e giovane” responsabile economico del partito, Filippo Taddei, appena nominato da Renzi in questo ruolo, ha appoggiato pienamente quanto suggerito da così potente partner di partito.

Bisogna aggiungere che la proposta renziana è per il momento assolutamente generica sul lato “propositivo”, ma assolutamente chiara su quello “distruttivo”. Per esempio: abolire la cassa integrazione, sostituendola con un meno protettivo “assegno di disoccupazione” (è da ricordare che la cig “conserva” il posto di lavoro fino a scadenza, scommetendo che l’azienda possa riprendersi e rimettere in produzione i cassintegrati; l’assegna di disoccupazione, al contrario, presuppone il licenziamento).

Qui la retorica neoliberista si scatena sul “riequilibrio tra garantiti e non”, con proposte eliminano le garanzie per tutti. È come “combattere le disegualianze” rendendo tutti poveri…

In ballo c’è dunque di nuovo l’abolizione totale delle tutele residue contenute dell’art. 18, sostituite da un semplice “indennizzo”.

Grande enfasi sulle chiacchiere, invece. Come quella sulla “generalizzazione e prolungamento dell’indennità di disoccupazione”. I primi a fare due conti hanno calcolato in 30 miliardi la spesa (pubblica, naturalmente) necessaria a garantire per 24 mesi il livello degli assegni erogati attualmente. E tanto basta per decretarne il carattere di richiamo per allodole particolarmente ingenue.

Vedremo entro gennaio cosa avrà partorito il think-tank scelto per supportare Renzi e il Pd. Ma da questi primi accenni, non possiamo certo dire che tra Alfano e il Pd ci sia una avvertibile differenza.