Il Nordest e la crisi

di Dario Marini, Capo Servizio Studi Camera di Commercio di Padova

operaio industria autoAlla faccia delle vacanze al mare dei bei giorni spensierati che furono: per qualcuno saranno festività estive di lavoro forzato, così come è già accaduto lo scorso agosto. Alla De Longhi, alla Berco, alla Permasteelisa e in alcune altre aziende medio-grandi del Nordest gli impianti gireranno a pieno ritmo anche nei giorni magici del consumismo e costringeranno i dipendenti ad andare in fabbrica anche il sabato o, addirittura,  a far slittare le ferie verso tempi “peggiori”, quando il boom degli ordini sarà tornato a livelli normali.

Per altri, invece, che rappresentano la grande maggioranza della manodopera (circa il 60% del totale) del Nordest medesimo, queste saranno vacanze lunghe imposte e giorni all’insegna dell’incertezza sul proprio futuro lavorativo.

Sono i dipendenti delle piccole imprese in difficoltà, i lavoratori in cassa integrazione, quest’ultima utilizzata oggi in modo mai visto prima, con oltre 7 milioni di ore al mese, e, soprattutto, i 90 mila operai e impiegati che, secondo la stima contenuta nel “Rapporto 2012 sulla società e l’economia” di Unioncamere del Veneto, hanno perso il posto dall’inizio della crisi e non sono riusciti a trovarne uno nuovo.

Eccola la contraddizione esplosa in questi ultimi anni. C’è poco da stare allegri, poiché non è finita, dato che la realtà di un sistema industriale a due velocità, una parte proiettato sulle sfide della competizione globale e l’altra sprofondato nella grande crisi, è destinata a diventare ancora più drammatica. E’ successo che un numero minoritario di imprenditori, quelli abituati a competere sui mercati internazionali con la qualità dei propri prodotti, non hanno accettato di guardare inermi alla discesa del fatturato e dei loro profitti; intuendo la delicatezza della situazione, chi ha avuto a disposizione le risorse finanziarie, ha schiacciato sull’acceleratore dell’innovazione, non trascurando naturalmente anche la ghiotta opportunità politica di cogliere l’occasione della crisi per incrementare il già alto livello di sfruttamento della forza lavoro. Basta a citare un solo esempio per chiarire questa circostanza: le esportazioni del Nordest verso la Cina hanno registrato, nel primo trimestre del 2012, un aumento di ben il 54,4%. 

Per contro, migliaia di piccole imprese sono rimaste al palo e continuano a sprofondare nella crisi; sono quelle orientate prevalentemente sul mercato italiano, che competono solo tagliando il costo del lavoro, e i contoterzisti scarsamente specializzati, relegati sempre di più al mero ruolo di veri e propri cottimisti dell’imprenditoria. 

Accennando ad un approccio analitico di natura socio-politica, appare evidente come il Nordest, che rappresenta, comunque, una delle parti del Paese economicamente più dinamiche e in costante trasformazione sul piano sociale, vede ormai una periodica marea verde conquistare, elezione dopo elezione, maggiori consensi. Marea leghista, che, come accaduto in altre parti del nostro Paese, di recente è stata integrata con una virata verso le sirene neoqualunquiste  dei Grillini; Qual’è la differenza sostanziale in un’ottica di classe fra la Lega e Grillo? Ai posteri l’ardua sentenza… Comunque è proprio il modello post fordista, che caratterizza il Nordest medesimo ad allargarsi, in modo lento ma inesorabile, scendendo verso il centro Italia, e conquistando consensi e rappresentanza in Emilia, in Toscana, giù fino a coinvolgere l’Umbria.

L’emergere di questo sistema sociale ed economico viene descritto da alcuni studiosi come l’avvento della società del rischio. Il rischio in passato veniva compresso dalle capacità di previsione e controllo dell’ordine fordista e, quando esso era ridotto dal potere di programmazione, dalla stabilità delle posizioni e dagli interventi pubblici contro le devianze del mercato. I lavoratori erano, almeno in apparenza, esorcizzati dal rischio tramite il contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Con il superamento del fordismo il rischio è tornato a diffondersi sulle persone e sui territori. Le imprese si sforzano di intercettarlo e di ridurlo propagandando di svolgere questa funzione a vantaggio di tutti gli altri soggetti sociali. L’impresa dunque tende a diventare, ad imporsi, come la sostanza dell’imprenditorialità, in un mix di atteggiamento antropologico e di inserimento nei meccanismi istituzionali.

Il modello Nordest è prevalentemente questo, ed è ridicolo stupirsi per come i lavoratori, compresi ovviamente gli autonomi e i parasubordinati così diffusi in questa parte dell’Italia, scelgano per rappresentare i propri interessi la Lega e il Centrodestra in generale (vogliamo collocare anche il buon Grillo nell’alveo della desrta?). 

La Sinistra moderata, purtoppo, non ha ancora incominciato a definire se stessa in un mondo postfordista. Fondamentalmente le sue idee sono ancora inserite in un universo di rapporti produttivi centrati sulle imprese di grande dimensione, sull’organizzazione delle grandi rappresentanze del lavoro standardizzato e  di massa; mentre i rapporti di produzione un po’ alla volta sono cambiati, e non sono più come nel passato. Di conseguenza i nuovi soggetti si fanno rappresentare in altri modi, anche un po’ improvvisati: il leghismo, per esempio, è frutto anche di questo vuoto.

E questo modello del Nordest è ormai, purtroppo, a diffusione ampiamente nazionale. L’Italia la precarietà ce l’ha nel suo DNA, perché quando un paese come il nostro ha quasi quattro milioni di imprese vuol dire che, contando tre persone a famiglia, ha circa dodici milioni di cittadini che rischiano; che alla fine del mese se hanno sputato sangue guadagnano, se invece non sono riusciti a reggere i draconiani ritmi della macchina capitalista  perdono. Sono poche le posizioni sicure: l’impiego pubblico, che non per niente vota quasi compatto per il centro sinistra, i pensionati, anch’essi bacino elettorale privilegiato di queste forze politiche, e forse gli operai delle ultime grandi fabbriche, quelle ritenute sicure. Tutti gli altri sono precari, perché il nuovo mercato selvaggio gli ha resi tali.

Trasformazioni sociali ed economiche hanno costruito una situazione di fatto dove perde terreno la difesa collettiva dei diritti; perché in una società del rischio inevitabilmente ognuno cerca di salvare se stesso. Se il profondo nord era arrabbiato e incattivito quando l’economia tirava, come diventerà in una fase di crisi e di recessione.

La risposta è venuta dalle urne con il segnale inequivocabile che, come la storia ci insegna, di fronte alla crisi economica è sempre in agguato un’uscita a destra, dove il razzismo, l’egoismo sociale, le politiche securitarie sono spesso l’ansiolitico di maggior successo.

La strumentalizzazione politica della crisi ha sdoganato parole d’ordine come “prima il lavoro agli Italiani”, che fino a pochi anni fa erano patrimonio dell’estrema destra razzista.

Gli imprenditori politici della paura, leghisti e non solo, hanno incassato valanghe di voti, e le urne hanno purtroppo dimostrato che se un individuo si percepisce insicuro, è insicuro, e quindi vota per chi la sicurezza dice di volergliela garantire.

E nella crisi emerge dunque che nel Nordest il conflitto c’è, ma è orizzontale invece che verticale. E’ una specie di sindacalismo territoriale per il quale i lavoratori e i ceti più deboli si sentono rappresentati sulla base di una appartenenza comunitaria, piuttosto che dalle reali condizioni di classe. Mescolando rivendicazioni locali ed egoismo sociale, alimentando paura e razzismo. In un sistema magmatico e parcellizzato, com’è il mondo del lavoro nella piccola e media impresa, il lavoratore- spesso inconsciamente- si percepisce come fosse sulla stessa barca con l’imprenditore.

Venendo alle questioni più squisitamente economiche si possono, in sintesi, individuare sette fattori che nei prossimi mesi  possono portare la disoccupazione nel Nordest a livelli drammatici. In questo periodo, infatti, verranno a scadenza i termini della cassa integrazione, che dall’inizio della crisi ha subito incrementi superiori al 300 %: il rischio è che in questo ex Eldorado il tasso di disoccupazione si avvicini al 20 %. Ma vediamo questi sette fattori di rischio.

1)L’asse portante della struttura produttiva è costituito da sei settori di base – siderurgia e meccanica primaria, meccanica strumentale, tessile ed abbigliamento, attività conciarie, mobili ed arredamento, trasformazione alimentare – che da anni manifestano chiari segni di maturità, e che sono soggetti ad un adeguamento tecnologico, sia di prodotto che di processo produttivo che presenta ritmi particolarmente bassi.

2)In questa struttura industriale, caratterizzata da un tessuto diffuso di piccole aziende, risulta minoritario e marginale il ruolo della grande impresa, e con essa l’effetto di trascinamento che può originare.

3)Il processo innovativo nel sistema delle piccole imprese si realizza e si diffonde, quasi esclusivamente nel circuito clienti – fornitori o nel rapporto di committenza fra le microimprese a rete e l’azienda principale a cui esse fanno capo; pochissime sono le aziende che dispongono di autonome unità operative di ricerca e sviluppo.

4)Il sistema dei trasporti è gravemente insufficiente: intere zone hanno una struttura viaria vecchia di trent’anni. A ciò si deve aggiungere che il sistema medesimo è fortemente sbilanciato verso il trasporto su gomma – il quale copre più dell’80 % del totale – con un forte aggravio dei costi oltre ad un impatto devastante sull’ambiente.

5)Il settore del credito presenta caratteristiche di arretratezza davvero preoccupanti. Nel 90 % dei casi i finanziamenti sono concessi solo se connessi a garanzie reali. Si è in forte ritardo, anche, per quanto riguarda tutti i canali di credito specializzato ed agevolato alle piccole imprese, sia pubblici che privati.

6)Significative carenze si riscontrano anche nel settore dei servizi reali alle aziende: supporti informativi e gestionali, assistenza finanziaria e fiscale, consulenze per l’organizzazione del lavoro, formazione professionale delle maestranze e del management.

E’ ormai dimostrato, per concludere, che al ”miracolo economico” nel Nordest non si è accompagnata una corrispondente crescita del tessuto sociale. La verità è che, nella presente congiuntura, i nodi stanno venendo inevitabilmente al pettine: piaccia o no ai vati del capitalismo in versione casereccia, siamo agli sgoccioli del mitico modello che negli anni ottanta e novanta ha fatto la fortuna di questa parte d’Italia.  

In un’ottica di classe si ritiene corretto affermare che nella maggioranza dei casi sviluppo economico e crescita sociale hanno seguito dinamiche opposte:    a l  primo infatti ha fatto seguito un aumento forsennato dei ritmi di lavoro, una diffusione massiccia del lavoro festivo e notturno, una crescita allarmante degli infortuni e dei decessi in fabbrica, un  ampliamento del lavoro precario non tutelato né garantito, una espansione continua di nuove sacche di povertà ed emarginazione specie fra i pensionati e i lavoratori saltuari.