I comunisti per la costruzione di un fronte ampio della sinistra per il lavoro

di Stefano Barbieri* per Marx21.it

grazieforneroMilano, 20 dicembre. Con le RSU contro la riforma Fornero

Sul sistema pensionistico italiano da ormai più di 20 anni si susseguono interventi di riforma dopo i quali tutti i governi hanno solennemente proclamato di averlo messo in sicurezza per i successivi decenni. In realtà, su un tema così rilevante e sul quale ogni lavoratore avrebbe diritto ad un quadro di riferimento certo al fine di programmare la propria esistenza, gli interventi si sono succeduti a distanza di pochi anni l’uno dall’altro e sempre con soluzioni peggiorative del quadro iniziale.

La motivazione alla base di ogni riforma delle pensioni è sempre stata la stessa: la tenuta dei costi del sistema pensionistico e la sua messa in sicurezza.


In realtà, anche prima della Riforma Fornero, la situazione del nostro sistema previdenziale, per ammissione comune, era strutturalmente in equilibrio attuariale. Tuttavia, alcuni hanno sostenuto che la fase di transizione al suo funzionamento a regime sarebbe stata molto lunga, il che – si lascia intendere – determinerebbe un vulnus finanziario nel sistema e, conseguentemente, per il complessivo bilancio pubblico. I dati mostrano che non solo non è così, ma accade il contrario: il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto esce dalle casse pubbliche e entra nelle tasche dei pensionati) è attivo per un ammontare di 27,6 miliardi, pari all’1,8% del Pil (i dati a me disponibili sono riferiti al 2009). Questo avanzo si verifica in misura crescente dal 1998, a riprova che le riforme degli anni Novanta (pagate comunque a caro prezzo dai lavoratori) erano state efficaci rispetto all’obiettivo di riportare il sistema pubblico in condizioni di sostenibilità finanziaria.

Ma allora perché, anche in ambiti progressisti ha incontrato favore l’idea di nuovi interventi sulle pensioni? Si fa finta di non capire che la riforma delle pensioni è in realtà voluta solo per fare cassa e per far pagare i costi del disastro economico come sempre ai lavoratori, alle lavoratrici e alle fasce più deboli della società.

Il tema della riforma ‘Fornero’ con la quale si è allungata terribilmente l’età di pensionamento, si sono ridotte le prestazioni e, soprattutto, si è introdotto integralmente quel sistema contributivo i cui effetti si vedranno davvero solo fra trenta-quarant’anni, quando di scoprirà che le pensioni non raggiungeranno il 40 per cento dell’ultimo reddito disponibile, unito a quello più generale della destrutturazione del mercato del lavoro, ha generato tra i lavoratori un insieme di sentimenti che vanno dalla rabbia alla voglia di mobilitazione.

E’ nei luoghi di lavoro in generale, e nelle fabbriche più dure in particolare, dove cogli il senso più profondo del torto subito, quello che ti fa rendere consapevole che gli anni trascorsi a fare l’operaio, al tornio o alla catena di montaggio, in fonderia o in miniera, alle macchine tessili o in qualunque altro settore dove la produzione è costata il sudore tuo e dei tuoi compagni, ma che qualcuno ha deciso che non basta ancora, dove vedi la rabbia verso un sistema che ha imparato da sempre a scaricare sui più fragili, sui più provati e sui più stanchi i costi del debito di un Paese ormai allo sfascio economico, politico e sociale. Un Paese dove la tassazione dei patrimoni, il recupero dell’evasione fiscale a livello stratosferici, la tassazione di quelle rendite finanziarie che non producono niente e che vengono spostate dai grandi potentati economici con operazioni di Borsa speculative che possono da un giorno all’altro distruggere una nazione o milioni di famiglie stando comodamente seduti su una poltrona, vengono bollati come proposte “demagogiche” anche da parte di quel Partito Democratico che oggi, con il nuovo corso renziano, aggiunge la derisione verso chi dice che invece bisogna partire da “lì” per risanare i conti pubblici e tentare di uscire da questa crisi.

Questa rabbia ha trovato un primo sbocco nella iniziativa di quelle centinaia di RSU sparse per l’Italia, che unitariamente, dimostrando con ciò grande intelligenza politica, hanno lanciato l’appello “Rsu contro riforma Fornero”.

Quella che si preannuncia come una grande mobilitazione è uno dei tasselli fondamentali che compongono la cornice, oggi più che mai, necessaria alla capacità di rappresentare politicamente e socialmente le istanze del mondo del lavoro, la cui destrutturazione, portata a compimento proprio con le controriforme in materia di pensioni e del mercato del lavoro, rappresenta non un incidente di percorso o una errata valutazione o l’adeguamento ai parametri europei sullo stato sociale, bensì un vero e proprio modello di società “neo feudale” che non possiamo non contrastare al fine di costruirne l’alternativa.

L’importanza di questo appuntamento che, in termini generali, mette a valore la necessità di ripresa del movimento dei lavoratori alla testa del conflitto sociale è, credo, sotto gli occhi di tutti noi. 

La risposta dei lavoratori è l’unica alternativa ad una stagione politica e sociale come quella che stiamo attraversando, dove le piazze del Paese sono riempite da espressioni di un conflitto sociale quasi interclassista e con connotazioni a tratti eversive e di matrice fasciste che vanno contrastate e vigilate con attenzione, ma che sembrano essere le uniche a voler interpretare il massacro sociale di un popolo che ormai non ce la fa più.

Da parte nostra, da comunisti, stiamo dentro a questi processi con l’umiltà di chi non punta a “metterci il cappello”, ma sceglie quel terreno, il terreno della rappresentanza politica delle rivendicazioni del mondo del lavoro, come il luogo della costruzione della propria proposta attorno a un progetto di costruzione unitaria di un fronte ampio della sinistra per il lavoro.

*Stefano Barbieri è responsabile nazionale lavoro del PdCI