E’ sempre colpa della rigidità del lavoro

di Paolo Pini | da il Manifesto

lavoro portoneAbbiamo il Pil in picchiata: nel 2012 -2,2% rispetto all’anno precedente, con una valore tendenziale di -2,7%. Un risultato delle politiche di austerità. Eppure ieri la prima pagina del Sole24Ore scambia le cause con gli effetti. Le cause della crisi sarebbero, ovviamente, la scarsa flessibilità del mercato del lavoro, sempre insufficiente per far decollare le assunzioni, e poi le regole più rigide nelle assunzioni dei precari, introdotte dalla riforma del 2012. Qui risiede la colpa del mercato del lavoro italiano, e del Pil in picchiata dal 2009. Raccogliendo il monito dell’Ocse, si afferma che “la protezione di stampo prettamente “giuslavorista” del posto a discapito del reddito ha creato solo iperregolazione e scarsa produttività che oggi paga tutto il sistema”. Ora sappiamo chi sono i responsabili del declino della produttività italiana: i “giuslavoristi”.

Gli economisti possono affermare che ciò sia falso. Lo dicono le ricerche scientifiche. 1) L’abbassamento delle tutele sul lavoro non produce effetti positivi sulla produttività del lavoro, anzi porta le imprese a perdere ulteriore produttività inducendo le imprese a recuperare lo svantaggio tramite la riduzione del costo del lavoro mediante contratti flessibili. 2) L’Italia è fanalino di coda nell’adozione delle innovazioni organizzative ed in quelle specifiche dell’organizzazione del lavoro, peggio di noi fanno solo Malta, Turchia, Grecia, Cipro, e meno male che in questo gruppo di paesi europei delle worst work organization practices troviamo anche l’Ungheria, assieme a noi. 3) L’Italia da fine anni novanta ha ridotto le norme di protezione all’impiego, operando sia sulle regole di entrata che su quelle di uscita dal mercato del lavoro e dal posto di lavoro, come pochi paesi hanno fatto in Europa. 4) Nello stesso periodo nel quale si deregolamentava il mercato del lavoro, la produttività nell’industria è stata stagnante, e quella nei servizi in diminuzione.

Il Sole 24 Ore non risparmia le accuse: “la riforma Fornero, che in un primo tempo aveva come obiettivo quello di disboscare proprio quelle norme, ha ottenuto in realtà l’effetto contrario: l’aumento di vincoli alla flessibilità in entrata ha indotto le imprese a sospendere le assunzioni di personale a tempo (stop a contratti a termine e a contratti a progetto) e l’avvitamento che il Parlamento ha prodotto sul nuovo articolo 18 non ha garantito quella flessibilità in uscita che era anch’essa obiettivo primario della riforma del lavoro”. La riforma Fornero così avrebbe accresciuto le rigidità in entrata, senza offrire libertà di licenziare; è sempre l’articolo 18 il problema: liberateci da questo e le imprese italiane avranno il vento in poppa e quelle straniere correranno a investire in Italia (…). E’ questa la posizione della Confidustria italiana? Siamo ancora all’epoca delle svalutazioni competitive, questa volta a spese del lavoro?