E i giovani della Cgil incalzano Camusso

di Jacopo Rosatelli | da www.controlacrisi.org

camusso3-ed«È vero che il lavoro si è frantumato, ma è falso che non sia più il posto di lavoro il luogo nel quale il sindacato deve incontrare i soggetti che vuole rappresentare». Questa è la tesi che la segretaria generale Susanna Camusso ha ribadito con più forza, sabato sera, di fronte ai quadri e delegati under 35 riuniti nell’assemblea conclusiva della festa nazionale dei giovani della Cgil a Paestum. Nuove leve sindacali che non sembrano pensarla allo stesso modo, dal momento che il dibattito della tre giorni di meeting è ruotato prevalentemente intorno alle strategie che permettano alla Cgil di intercettare quelle persone che un vero e proprio «posto di lavoro» non ce l’hanno. Non solo perché disoccupati, ma perché magari ne hanno più d’uno: qualche ora come barista, poi come steward negli stadi, infine come bibliotecario. Senza considerare l’universo dei freelance, di chi lavora da casa propria con una partita Iva che, a volte, costa di più di quello che si guadagna. 

Le divergenze di vedute fra «giovani» e dirigenti – non solo Camusso – sono, dunque, emerse chiaramente: il punto in questione è l’importanza da dare al territorio (e non solo al luogo di lavoro) nell’azione sindacale. Divergenze che, tuttavia, non sembrano bloccare il confronto e impedire la ricerca di nuove strade, anzi. Dall’osservazione dei lavori della festa di Paestum, è legittimo trarre la conclusione che, per fortuna, il sindacato discute al proprio interno. Facendolo in modo vero: senza cioè schemi precostituiti (in base alle appartenenze a mozioni congressuali o a partiti di riferimento) e senza sapere in anticipo il punto di approdo. Anche perché tra i giovani Cgil non c’è unanimità e i percorsi di provenienza sono i più diversi. 

Ad unire tutti, senza distinzione tra giovani quadri e dirigenti «anziani», l’esigenza di combattere il precariato non più solo attraverso campagne di sensibilizzazione (come quella «il nostro tempo è adesso»), ma nella contrattazione. Ed è proprio riflettendo sulla «pratica sindacale» che è emerso il bisogno di ripensare le divisioni merceologiche fra settori sindacali, che rendono spesso difficile ricomporre il lavoro frantumato. La stessa Camusso è parsa d’accordo. Se nascessero un sindacato dell’industria e uno dei servizi (come il tedesco Ver.di, ad esempio) potrebbe risultare più facile contrastare quell’indebolimento oggettivo della classe lavoratrice dovuto al fatto che sotto lo stesso tetto lavorano persone inquadrate in contratti di categorie differenti. Non solo: ma potrebbe condurre a unire gli addetti delle filiere produttive generate dalle esternalizzazioni. 

Nella tre giorni è stata data attenzione anche ad un altro aspetto della ricomposizione necessaria: quella a scala internazionale. La consapevolezza che il destino delle persone che lavorano (o che aspirano a farlo) dipenda da rapporti di forza sovranazionali c’è. Quello che manca ancora, tuttavia, è una strategia per essere all’altezza dello scontro: come fare, ad esempio, per evitare che il sindacato spagnolo resti solo a contrastare la contropartita (cioè le misure di «austerità») che da Francoforte e Bruxelles chiedono in cambio dei miliardi per il «salvataggio» delle banche? Su questo, Camusso ha ammesso i ritardi di tutte le organizzazioni dei lavoratori europee, lamentando anche un deficit di solidarietà da parte del sindacato tedesco. Con il quale, proprio per superare incomprensioni e freddezze, la Cgil vuole ora stringere di più le relazioni. 

Potrebbero essere proprio i quadri e i delegati più giovani della confederazione a spingere di più l’acceleratore su questo aspetto. Magari immaginando una sorta di «progetto Erasmus» per sindacalisti, sul modello dell’esperienza degli studenti universitari: la lotta per la creazione dell’Europa sociale passa anche attraverso la formazione di attivisti che vivano su di sé la dimensione continentale dell’agire sociale e politico. Il movimento sindacale è forse l’unico soggetto che ha le risorse organizzative per «sprovincializzare» il misero dibattito pubblico nostrano. E per europeizzare davvero il pensiero e l’azione contro la gestione della crisi di Monti, Draghi e Merkel. 

È bene che ne diventi fino in fondo consapevole.