Crisi del lavoro e unità dei lavoratori

sicurezza-lavoro2di Giorgio Langella, segretario regionale PdCI Veneto

I dati di luglio dimostrano in maniera inequivocabile come, nella nostra provincia (ma il problema è diffuso in tutto il paese), la situazione del lavoro continui a peggiorare. Non c’è nessuna inversione di tendenza rispetto a quella fortemente negativa degli ultimi anni.

Le ore di cassa integrazione autorizzate tra gennaio e luglio del 2014 sono complessivamente 8.009.333 con un aumento del 12,2% rispetto alle 7.138.308 autorizzate nei primi sette mesi dell’anno scorso. Il calo delle ore di cassa integrazione ordinaria (che passano da 2.924.611 del 2013 a 1.824.614 quest’anno) è “spazzato via” dal forte aumento, registrato in un anno (+46,8%), di quelle della CIG straordinaria che, a luglio 2014, hanno raggiunto la cifra di 6.184.719 (nel 2013 furono 4.213.697).

Nei primi sette mesi di quest’anno, i lavoratori messi in mobilità (legge 233/91 – licenziamenti collettivi) sono 1.281 con un aumento pari al 39,8% rispetto ai 916 dello stesso periodo del 2013. A fine luglio, nella sola provincia di Vicenza, risultano iscritti nelle liste di mobilità 4.454 lavoratori con un aumento di 145 unità rispetto a giugno e di 483 unità nei 12 mesi.

Come si può capire la situazione occupazionale nella nostra provincia diventa sempre più difficile. Ma è solo un dettaglio di uno scenario complessivo nazionale che peggiora di mese in mese con un tasso di disoccupazione in crescita che arriva al 12,6% (quella giovanile è a circa il 43%) con 3.220.000 lavoratori ufficialmente disoccupati ai quali si devono aggiungere gli oltre tre milioni di cittadini che sono senza lavoro e che non lo cercano più perché “sfiduciati”. Uno scenario aggravato da una produzione industriale deficitaria che cala in luglio di un 1% rispetto a giugno e da un debito pubblico che, a luglio 2014, ha raggiunto i 2.168,6 miliardi di euro (+200 milioni rispetto a giugno).

Una prima analisi di questi numeri non può che rafforzare la convinzione di essere di fronte a una palese inadeguatezza e a una triste incapacità del governo di affrontare i veri problemi del nostro paese. In effetti, nulla viene fatto per invertire quella tendenza negativa che colpisce soprattutto chi vive del proprio lavoro. Quelli che Renzi e ministri vari fanno sono ormai solo “annunci di promesse”. Una furba propaganda ben studiata che serve solo ad “attirare l’attenzione del consumatore” (e dello “spettatore”) per creare consenso, ma che non risolve nulla.

La mancanza di lavoro, in Italia, non è più un’emergenza, è diventata una malattia cronica della nostra società, qualcosa di “normale” che non fa più notizia. Ogni giorno ci si scontra oltre che con la progressiva mancanza di lavoro con altre tragedie molto più nascoste come quella delle malattie professionali, degli infortuni dovuti a una carente sicurezza nei posti di lavoro; si combatte ogni giorno con salari sempre più bassi e insufficienti a garantire una vita perlomeno dignitosa, con una disoccupazione crescente e una precarietà dilagante. Ma nel nostro paese i lavoratori sono emarginati, abbandonati a se stessi, rassegnati a subire. È stata decretata la loro sconfitta individuale e collettiva. Sono diventati “irrilevanti”. I loro problemi sono relegati ai margini di un’informazione sempre meno libera e troppo attenta a compiacere il potere. Così i dati reali della tragedia occupazionale che vivono i lavoratori della nostra provincia e di tutta la nazione, vengono nascosti nelle pieghe di mille altre notizie. Appaiono raramente e scompaiono rapidamente. Si presta molta più attenzione ai flirt di qualche parlamentare europea, al gelato, alle apparizioni televisive, ai twitter, alle battute di Renzi (assurdo quel suo “brrrr che paura” di fronte alle perplessità dell’Associazione Nazionale Magistrati in relazione alla proposte governative di “riforma” della giustizia).

La convinzione che il nostro paese sia in pieno degrado economico, politico e morale si trasforma presto in rabbia quando si leggono notizie come quella, recente, della “liquidazione” milionaria data a Montezemolo per lasciare la presidenza della Ferrari (27 milioni di euro) o quando si ascoltano le dichiarazioni di quegli “esperti” che nei convegni padronali chiedono che il lavoro diventi più flessibile in ingresso e uscita (cioè che si aumenti la precarietà e che sia più facile licenziare). Rabbia che si consolida al sentire le soluzioni per la crescita prospettate da qualche “esimio professore” che ritiene che i salari dei lavoratori siano troppo alti e che sia utile e necessario abbassarli. Soluzioni di classe, chiaramente a favore del profitto e del guadagno di quel capitalismo cialtrone che ci ha regalato la crisi. Rabbia che cresce quando si apprende la decisione di Renzi di aumentare le spese militari (fino al 2% del PIL) per rafforzare la Nato in appoggio del governo ucraino del quale fanno parte organizzazioni dichiaratamente naziste o quella di mettere sanzioni alla Russia (in base a falsi pretesti che sarebbero ridicoli se non si riferissero a vere tragedie) che già comportano e provocheranno in futuro ritorsioni penalizzanti per le nostre esportazioni e la nostra economia.

Rabbia che si rafforza dalla constatazione che siamo governati da gente che fa gli interessi del potente “alleato” d’oltreoceano e delle multinazionali di “lorpadroni” e se ne frega dei principi costituzionali che mettono il lavoro, i lavoratori, la pace al centro della società. Rabbia che cresce vedendo la volontà di non combattere come si dovrebbe l’evasione fiscale, le speculazioni, i ladrocini della cosiddetta classe dirigente, la corruzione dilagante. Rabbia alimentata anche dalla constatazione della profonda debolezza delle forze progressiste e di sinistra italiane e dalla “timidezza” dei grandi sindacati di fronte al declino industriale e produttivo, democratico e morale del nostro paese.

Stanno sgretolando l’Italia (la stanno facendo a pezzi ormai da qualche decennio), stanno cancellando fondamentali diritti conquistati dalle lotte dei lavoratori. Stanno trasformando la democrazia in un regime oligarchico approvando (contro)riforme istituzionali e leggi elettorali che garantiranno loro un potere quasi assoluto.

Bisogna fermarli. Non si può aspettare ancora. Per contrastate la distruzione sistematica del nostro paese è necessario ricostruire l’unità che ha permesso di creare quel movimento popolare e di classe che, ormai troppi anni fa, è riuscito a conquistare per tutti i lavoratori e i cittadini quella democrazia e quei diritti che oggi stanno cancellando. Dobbiamo almeno tentare.