Credere, obbedire e votare i tagli

di Francesco Piccioni | da il Manifesto

forbiciIl Senato a tappe forzate verso l’approvazione del decreto, che rischia di «scadere» sabato La «mobilità» per gli statali era stata già sperimentata in Grecia, nella prima fase di «salvataggio»

Presto, presto, non c’è tempo da perdere, c’è una review in corso! In inglese suona meglio di tagli massacranti. Il consiglio dei ministri si vede oggi pomeriggio con all’ordine del giorno il decreto legge, mentre il testo approvato alla Camera con alcune modifiche va all’esame del Senato senza nemmeno nominare un relatore, né dare il tempo di capire le differenze o presentare gli emendamenti. Entro oggi va trasformato in legge, altrimenti sabato «decade». Correre, correre…

Un Parlamento di «nominati» obbedisce cieco, sordo e svelto a un governo di «nominati» che nessuno ha mai eletto, ma che «deve» trasformare il paese nel modo che l’Europa (o chi la comanda a bacchetta) ha stabilito. Non sarà dunque un caso che alcuni provvedimenti per il pubblico impiego – la possibilità di mettere «in mobilità» con l’80% della sola paga base per 2 anni, poi ciao – siano stati già «sperimentati» in Grecia, durante la prima fase di «aggiustamento». Una faccia, una razza, un disastro.

Stiamo qui a pagare – è risaputo – per le devastazioni compiute dalla finanza globale, ma un ministro come Piero Giarda si lascia andare alla retorichetta da parrocchia: «la nostra responsabilità è di limitare i danni, di evitare che i nostri figli e nipoti abbiano troppo a soffrire delle dissennatezze del passato». Le «dissennatezze» di chi? Non sembra una domanda pretestuosa…

Man mano che si procede, comunque, la «spending review» perde l’aspetto scintifico del bisturi per assumere quello più casereccio della mannaia. Gli unici che sembrano prenderla con filosofia cono i militari. Ieri il Consiglio supremo di Difesa si è riunito sotto il comando – è il caso di dirlo – del ministro e ammiraglio Giampaolo Di Paola (un’altra novità a-costituzionale di questo governo), per esaminare l’effetto dei tagli nel comparto. Poca roba, ci mancherebbe, e facilmente compensabile con la «maggiore cooperazione tra gruppi anche ristretti di partner europei nell’impiego delle capacità militari».

Il ministro della funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, si spende invece per tranquillizzare i dipendenti ed evitare pronunciamenti drastici di parte sindacale. Assicura ancora che i tagli «saranno selettivi, quindi non possiamo fare numeri perché ci saranno delle compensazioni». È certo che non sarà così. Il percorso teorico che accenna prevede infatti un’analisi delle piante organiche «reali» (molti posto sono attualmente vacanti dopo il lungo periodo di stop al turnover), poi una «quantificazione delle unità di personale»; quindi «la riduzione» (mettendo in mobilità la gente) e poi «le compensazioni» per ricollocare i collocabili. Tempi biblici, che non hanno senso se si ha in mano un decreto che lunedì sarà operativo.

La cosa meno aopportabile, però, è che un ministro possa contemporaneamente dire che «ci sarà una riduzione dell’area del pubblico impiego di tipo strutturale» e «dall’altra consentirà nuove assunzioni mirate sui giovani». Non ci può davvero credere più nessuno, ma è offensiva l’insistenza.

Tra le voci che si sollevano tardivamente c’è quella degli enti locali. Il presidente dell’Unione province italiane (Upi), Giuseppe Castiglione, trova anche lui insopportabile la neolingua governativa: «Come si fa a dire che 7,2 miliardi di tagli a Regioni, Province, Comuni non sono una manovra»? Una stoccata a Monti, che aveva respinto questa definizione in favore di un solo apparentemente più tranquillo «intervento strutturale»; che ovviamente è molto peggio.

Una spinta ad allargare i «metodi» drastici della revisione della spesa anche agli «investimenti in opere pubbliche e le spese in conto capitale» è arrivatoda Sergio Santoro, presidente dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori. E in effetti, per un paese che è stato appena costretto a restituire 500 milioni all’Europa per le «lungaggini» nella costruzione della Salerno-Reggio Calabria, sembra proprio il minimo. Ma su questo, non stranamente, il governo per ora tace.