Se non ora quando?

pubblichiamo come contributo alla discussione

di Roberto Gabriele

Le relazioni tra le vicende afghane e gli equilibri politici che riguardano anche l’Italia non sembra che siano state adeguatamente valutate. Invece, a parte l’inevitabile e spudorata campagna sui profughi portata avanti da chi ha sostenuto una guerra criminale, bisogna capire bene gli effetti che la fuga da Kabul ha determinato. Sia all’interno di ciascun paese che ha partecipato all’aggressione a guida americana sia nelle prospettive delle relazioni politico militari tra alleati NATO.

In Italia la novità si è avvertita quando è circolata la notizia che, in coincidenza dalla fuga da Kabul, Draghi aveva telefonato a Putin. Sembrava in un primo momento che si trattasse di una furbizia italiana per apparire in qualche modo protagonisti delle vicende afghane. Subito dopo però c’è stato il volo della Merkel a Mosca e si è capito meglio il significato della telefonata. Gli americani avevano lasciato i loro alleati occidentali col cerino in mano e questi stavano cercando di parare i contraccolpi. Come? Rivolgendosi proprio a colui che nei mesi precedenti era stato duramente attaccato su questioni come il caso Navalny, l’Ucraina e i legami con la Bielorussia di Lukascenko. Non solo, ma l’appello a intervenire veniva rivolto anche alla Cina e contemporaneamente il ministro degli esteri italiano Di Maio avviava la procedura per la convocazione straordinaria del G20.

La domanda è: cosa vogliono i governi europei dopo l’abbandono dell’Afghanistan da parte degli americani, a cui sono stati costretti precipitosamente ad adeguarsi? Diciamo che ci sono due aspetti della questione che vanno esaminati. Da una parte la mossa americana ha posto agli europei il problema di avere maggiore autonomia decisionale per non essere coinvolti in disfatte per procura, dall’altra, oltre al problema dei profughi, è stato sollevato il discorso sull’autonomia militare dell’Europa nelle nuove circostanze.

E’ in questo contesto che si pone per noi la necessità di inserire l’azione antimperialista di coloro che non solo sono contro le guerre e le avventure neocoloniali, ma tendono a fare dell’Italia un paese aperto a tutte le relazioni internazionali, sul piano economico e politico, senza embarghi, sanzioni e cosiddette ‘missioni di pace’, per impedire che si ricostituisca a breve una nuova logica interventista col marchio europeista. Si tratta dunque di capire che è il momento di riprendere il discorso contro le avventure militari dell’Italia e per l’indipendenza della politica estera del nostro paese.

Stiamo dunque attraversando una fase di transizione che per quanto riguarda l’Italia vale sia in politica estera che nell’indirizzo di governo del paese. Sulla politica estera abbiamo visto come il capo del governo si è inserito, anticipando (o concordando) con la sua telefonata l’incontro Merkel-Putin mentre Di Maio proponeva un G20 straordinario. Sono diventati pacifisti? No assolutamente, ma cercano di partecipare a modo loro al funerale americano. Come dice il proverbio, a nemico che fugge …

La vicenda internazionale però sta smuovendo anche le questioni interne italiane. Alla situazione imbalsamata del ‘governo di tutti’ sta succedendo un lavorio tra schieramenti politici che non riguarda solamente la questione dei vaccini. La cura Conte sta avendo i suoi effetti nella sinistra istituzionale, impedendo al PD di riconquistare una egemonia nefasta. E’ per questo che diciamo: se non ora quando? Cioè quando una sinistra consapevole del ruolo che deve svolgere entrerà in ballo per dislocare in avanti la situazione utilizzando le contraddizioni dell’avversario?