Riorganizzazione politica e potere contrattuale dei lavoratori. Due questioni che vanno di pari passo

di Aginform

Non abbiamo soltanto il governo neofascista della Meloni. La situazione italiana è caratterizzata anche dal fatto che, pur in presenza della guerra e dei suoi effetti economici devastanti, si registra l’inerzia dei lavoratori nel difendere le proprie condizioni di lavoro e di vita e questo fattore indebolisce ancora di più chi si contrappone politicamente al governo. Tra sette mesi poi ci sarà il blocco del reddito di cittadinanza, un’ulteriore sconfitta che peserà non poco sulle prospettive.

Tutto ciò induce a ragionare sui dati oggettivi e sulle responsabilità che ci si deve assumere in un contesto come l’attuale. Parlando di responsabilità ci riferiamo naturalmente in primo luogo al governo Meloni. Frastornati dalla sua vittoria elettorale e dalla demagogia neoliberista della destra non si è avuto il tempo di riflettere seriamente su ciò che sta accadendo, sia in termini di indirizzo delle scelte fatte con la legge di bilancio, sia con la truffa di mascherare i dati economici essenziali, in particolare l’inflazione e l’aumento continuo dei prezzi, con irrisori tagli al cuneo fiscale e ridicoli adeguamenti pensionistici.

Per smuovere la situazione bisogna partire innanzitutto dalla capacità di condurre una campagna sistematica contro questa destra mettendo assieme situazione economica, impegno contro la partecipazione alla guerra in Ucraina e lotta alla politica del manganello contro chi protesta, che è diventata un elemento emergente e pericoloso della politica governativa. Su questi tre punti bisogna costituire il retroterra di ogni possibile alternativa alla destra, senza invece rovesciare la questione puntando su questioni di pura aritmetica elettorale. Soprattutto c’è bisogno che cresca una coscienza unitaria di massa e un protagonismo militante che dia fiducia alla battaglia contro la destra e convinca che la sfida può essere vinta, tanto più tenendo conto che c’è un Italia una potenzialità inespressa, che aspetta segnali convincenti per ridiventare protagonista, come dimostra anche l’elevato astensionismo Nel valutare la situazione e i rapporti di forza effettivi bisogna infatti tener conto delle percentuali espresse dal voto. I risultati di Fratelli d’Italia si riducono al 16% dei votanti potenziali senza contare che il carattere di novità del personaggio Meloni ha coinvolto anche elettori distanti dall’ideologia neofascista. Valutando obiettivamente la situazione, possiamo ritenere che nell’equilibrio politico attuale non c’è nulla di stabile, se non l’arroganza del nuovo capo del governo, e non c’è nulla di velleitario nel pensare che la partita si possa giocare.

L’importante è essere precisi negli obiettivi e determinati nel perseguirli.

Per farlo però bisogna rompere una logica tutta piegata sul versante istituzionale e rimettere in moto un’opposizione unitaria di massa e di piazza da organizzare su questioni concrete che siano al tempo stesso la piattaforma politica dello scontro. Chi antepone invece a questa necessità unitaria elettoralismo e logiche di gruppo di fatto rema contro la possibilità di cambiare effettivamente le cose. Il punto di partenza di una riscossa sta appunto nella capacità di costruire un fronte di massa con obiettivi chiari che corrispondano a esigenze effettive. All’inizio possono essere anche settori di avanguardia a iniziare lo scontro. L’importante è che sappiano comunicare il messaggio politico all’esterno della loro cerchia. L’importante è anche che sia un messaggio onesto e determinato, come quello che è venuto dal gruppo di attivisti ambientalisti che hanno avuto il coraggio di imbrattare il Senato, oggi presieduto da Ignazio La Russa, aprendo un discorso nuovo sulle forme di lotta.

Il messaggio che dobbiamo lanciare non va scritto in “politichese”. Dobbiamo essere chiari sul fatto che il nostro obiettivo è rovesciare il governo della Meloni come nel luglio ’60 fu rovesciato Tambroni, senza inseguirlo sui singoli provvedimenti. I ‘motivi di urgenza e necessità’, come si dice per i decreti legge, ci sono tutti. Il governo Meloni è tra i più determinati nella partecipazione alla guerra in Ucraina, è il più liberista tra i possibili governi liberisti, il più determinato nella repressione delle lotte. Soprattutto è un partito ideologicamente neofascista, fuori dunque dalla Costituzione, e come tale va considerato, senza legittimazioni di sorta.

Non ci si può illudere però che il processo di cambiamento si possa determinare dall’oggi al domani. La prospettiva va costruita concretamente, giorno per giorno. Ma da che cosa partire? Non certo dall’improvvisazione e riproponendo la vecchia logica di gruppi e gruppetti che si muovono sulla scena lasciando la gente indifferente o preda della demagogia della destra. Bisogna invece partire dalla situazione oggettiva e abbozzare un percorso di riaggregazione e di lotte reali, anche dimostrative ma convincenti.

Questo sarà possibile solo se ci si libera di vecchie e consunte tradizioni e si va al centro della questione: la costruzione di un fronte politico contro la destra meloniana, atlantista, liberista e ideologicamente neofascita, dimostrando di saperla sfidare nella lotta quotidiana.

Per questo bisogna avere il coraggio di proporre una convenzione di tutti coloro che vedono nella lotta contro il governo Meloni il punto concreto di ricomposizione unitaria per l’alternativa. Una convenzione che sappia sciogliere i nodi che abbiamo di fronte, la qualità dell’alternativa, il rapporto tra movimenti reali ed elezioni, la strutturazione dell’opposizione. L’obiettivo non è un’operazione politichese che si limiti a mettere assieme qualche coccio, è la nascita di un movimento nuovo che definisca i suoi obiettivi e superi lo stato delle cose presente sgombrando le macerie.

In questa prospettiva c’è però un nodo che bisogna sciogliere e che pesa come un macigno, quello della mobilitazioni dei lavoratori. Nella vicenda di questi mesi caratterizzati dalla guerra e dalla crisi economica, il grande assente è stato, come dicevamo, il movimento di lotta dei lavoratori, contrariamente ad altri paesi europei come Francia e Inghilterra dove le lotte ci sono, anche se non generalizzate.

Perchè non c’è reazione di fronte al peggioramento delle condizioni di vita? E’ certo che il silenzio assordante delle confederazioni sindacali che si arrogano il diritto alla contrattazione sta pesando come non mai. Il Landini scomparso, preso dal neocorporativismo bonomiano e dall’illusione di poter intervenire, per salvarsi la faccia, sui provvedimenti di politica economica, è rimasto vigliaccamente silenzioso e con il cerino in mano. La situazione però non si supera però col volontarismo. Ci vuole un’azione sistematica di recupero dell’autonomia contrattuale nei luoghi di lavoro che spinga i lavoratori a ribellarsi a una logica confederale che non è altro che controllo sulla classe. E’ un obiettivo politico determinante per una sinistra che voglia dare battaglia.

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