Tempi supplementari

di Fabio Nobile | da fabionobile.wordpress.com

Bersani-CasiniUn copione già visto, peccato che il film sia completamente diverso. La carta d’intenti di Bersani, nella sua generica e suggestiva volontà di indicare una prospettiva di nuovo corso per il Paese, è divenuta la cornice dentro cui rischia di prevalere, a sinistra, il politicismo sulla politica.

La questione Monti non può essere derubricata a parentesi crociana, dopo la quale tutto sarà come prima. Ciò significherebbe non cogliere il quadro generale, la crisi e la sua gestione.

E’ chiaro che la dialettica aperta dalla crisi a livello globale ed europeo punta a ridefinire le gerarchie di poteri tra i diversi Paesi, insieme al peggioramento complessivo delle condizioni economiche, politiche, sociali dei lavoratori e delle masse popolari.

Se questo è vero, ed è difficile affermare il contrario, anche in Italia c’è bisogno di costruire un punto di riferimento politico chiaro che indichi una strada alternativa di politiche e di prospettiva.

L’asse Bersani-Vendola aperto all’UDC è senza dubbio la riproposizione sbiadita del centrosinistra sempre più centro e che assorbe in sè la novità Monti. Il tutto con la sinistra ridotta a comprimaria di un’alternativa disegnata nel libro dei sogni, ma concretamente in continuità con quanto realizzato in questi terribili mesi. Su questo punto le acrobazie di Vendola sono patetiche. Vendola e soprattutto gli elettori di SeL lo devono sapere: prima o dopo le elezioni (ma cosa importa?) PD e UDC convergeranno nel Governo del Paese. O ci si sta a questo gioco o non ci si sta.

Una situazione ben sintetizzata da Casini nel suo profilo facebook a proposito del dibattito nel centrosinistra:” Un anno fa Berlusconi sottoscrisse la lettera di impegni richiesta dalla BCE all’Italia. Recentemente abbiamo sottoscritto il fiscal compact e messo il pareggio di bilancio in costituzione. La strada della prossima legislatura è segnata, ed è quella nel rispetto dell’impegno con l’Europa. Il resto sono chiacchiere d’Agosto.”

Le stesse dichiarazioni di Monti sulla possibilità che l’Italia usi il Fondo Salva Stati fanno aumentare le preoccupazioni. Nelle stanze della BCE si parla di nuovi memorandum, ovvero di provvedimenti antipopolari per chi accederà al Fondo.

Per quanto riguarda la FdS, in assenza della certezza con quale legge elettorale si andrà a votare, quello su cui è possibile ragionare è la strategia. Un elemento che va consigliato a tutti. Ad esempio se passasse l’ipotesi di premio al primo Partito salterebbe la logica delle coalizioni e in questo caso sarebbero poco eleganti precipitosi passi indietro rispetto alle posizioni prese frettolosamente sulle alleanze. E poi avere in testa una strategia aiuta ad avere una tattica.

La strategia è battere in questo Paese le politiche imposte dalla BCE, in connessione con il resto della sinistra comunista e antiliberista d’Europa, costruire una soggettività politica conseguente e aprire una prospettiva che vada nella direzione opposta. Un punto di vista altro da quello dominante e che oggi permea a diversi gradi tutte le forze politiche del centrodestra e del centrosinistra.

Nella sostanza il compito strategico è riaprire anche in Italia la questione del socialismo. Costruendo una sua percezione concreta fatta di passaggi intermedi contenuti anche nella Costituzione nata dalla Resistenza. Nel rovescio delle cause della crisi sono presenti gli elementi di socialismo da rendere comprensibili: Programmazione e gestione pubblica in economia contro l’anarchia del mercato; redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso che significa più salario diretto, indiretto e differito; più democrazia e partecipazione nelle istituzioni, nella società e nei luoghi di lavoro; politiche di cooperazione tra i popoli e no alla guerra. Battaglie da riversare in un’altra ipotesi d’Europa. Poche questioni traducibili in un programma concreto ed in parte presenti nei punti indicati dalla Fiom il 9 di giugno.

Su questo terreno, a partire dall’opposizione a Monti, la sinistra dovrebbe trovare una convergenza e attivare da subito una mobilitazione. Il prossimo autunno non può essere il periodo del silenzi o della mera disputa elettorale, non sono certo le primarie a cambiare i rapporti di forza. In Italia pesa la scarsa autonomia del sindacato, in particolare della CGIL, dal PD. Non è un caso che di fronte al disastro di Monti si sono avute solo 3 ore di sciopero. Ma non per questo si può rimanere fermi; farlo significa condannare i lavoratori alla passività.

Vendola, dal canto suo, ha deciso di confrontarsi prima con chi sostiene Monti e poi di scaricare chi è all’opposizione di questo, FdS e IDV. Dentro questa macroscopica contraddizione ci sarà lo spazio per agire o no? Queste forze, insieme a tutti coloro che sui contenuti convergono contro il governo, devono convergere ed esprimersi in una grande mobilitazione per l’autunno. La manifestazione del 12 maggio dice che lo spazio c’è. E’ possibile che questa spinta consigli Vendola a rivedere i suoi piani? Difficile, vista la sua strategia di costruire una forza plurale e post ideologica dentro il PD, ma non si può essere subalterni anche a lui, alla sua strategia e non parlare alla sua base.

In tale quadro i ritardi della Federazione della Sinistra sono inaccettabili. Il corteo del 12 maggio è stato lasciato un appuntamento sospeso senza conseguenze nè interne nè esterne: un’occasione buttata al vento. Non si può accusare la stampa malevola se non si producono fatti politici significativi. Ci si è persi nell’infinita ed improduttiva discussione interna sulla sola collocazione elettorale restando completamente paralizzati, mentre il mondo si continuava a muovere con una mutazione permanente delle forze politiche in campo, da Grillo, alla lista dei sindaci, dalle divisioni dell’IDV, a quelle in SeL, a tutta la composizione e scomposizione avviata nel centrodestra.

Con quali rapporti di forza la FdS, mai citata da nessun interlocutore a destra e a sinistra, si presenta in questa situazione in movimento? Quali iniziative sono state intraprese per costruire il polo di sinistra di cui si parla ormai da anni? Quale valorizzazione a livello nazionale si è data, ad esempio, all’esperienza di Napoli? Quante contraddizioni sono state aperte ed utilizzate a questo fine con gli interlocutori principali? Quanto aiutano le dichiarazioni contrastanti di PdCI e Prc ad indebolire ogni capacità d’influire sul quadro generale? Quanto pesa l’incapacità di non aver costruito un processo di unificazione tra i due principali partiti comunisti del Paese?

La condanna della FdS alla marginalità, o ancor peggio alla subalternità da “cappello in mano”, sono frutto di questa paralisi e non è responsabilità del destino cinico e baro. Lo stesso Di Pietro è arrivato prima addirittura sui referendum per il ripristino dell’art.18. Anche questo si può definire un record.

A coloro che a sinistra e nella FdS già hanno deciso, in qualunque caso, con qualunque programma, con qualunque memorandum, in caso di qualunque guerra, di fare un accordo di governo con il PD va consigliata cautela. Primo per la legge elettorale che potrebbe non prevedere alleanze. Secondo, non per importanza, perché un programma di governo condiviso tra FdS e PD era già ritenuto da tutti impossibile (compreso dal PD) ai tempi di Berlusconi. Non si capisce come possa esserlo dopo Monti. I vincoli posti nella carta d’intenti, le uniche vere indicazioni chiare di Bersani, sono tali da rendere ininfluente la presenza della sinistra: vincolo di approvare a maggioranza i provvedimenti su cui c’è divisione, vincolo sulle missioni internazionali, vincolo sulle politiche della BCE, solo per citarne alcuni.

Si provi ancora, seppure in colpevole ritardo, a lavorare all’iniziativa politica. Alla luce di questa si apra sulla collocazione elettorale una discussione ed una consultazione tra tutti gli iscritti alle forze che compongono la FdS. Una scelta si dovrà fare, ma sia vincolante per tutti. Lo deve essere perché non si può, ancora una volta, rompere un pezzo di unità strategica su un passaggio tattico. Unità dei comunisti, unità della sinistra, sono obiettivi da praticare, nella chiarezza della prospettiva, ogni giorno e non sono da evocare ad intermittenza. E credo sia chiaro a tutti che la rottura della FdS rappresenterebbe il fallimento definitivo dei suoi gruppi dirigenti.

Di fronte al baratro in cui siamo noi e il Paese in realtà il tempo è scaduto, ma c’è da sperare nei supplementari.