Sulla situazione politica italiana e i compiti dei Comunisti e della Sinistra

di Giorgio Raccichini, segretario Federazione PdCI di Fermo | da pdcimarche.wordpress.com

bandiere bracciaLa crisi della democrazia italiana ha raggiunto gli aspetti di una farsa, di una commedia che sarebbe esilarante se non fossero in gioco i destini di milioni e milioni di lavoratori, ai quali le forze politiche di governo non riescono e non possono offrire soluzioni per il miglioramento delle loro condizioni di vita sempre più precarie. 

La destra berlusconiana, la quale ha rappresentato la maggiore forza di riferimento del capitalismo italiano nell’epoca del trionfo internazionale del modello neoliberista, è entrata, fin dal 2011, in una fase di crisi, la cui maturazione è stata rallentata dal salvataggio operato dal Presidente della Repubblica Napolitano e dal PD con il varo del governo Monti prima e dal fallimento elettorale del centro-sinistra e dalla costituzione del governo delle “larghe intese” poi. 


La dirigenza del Partito Democratico, nonostante la confusione imperante al suo interno, sembra essere entrata sempre più nell’orbita di quei poteri capitalistici italiani ed internazionali che vorrebbero modificare la Costituzione antifascista nel nome della governabilità e degli interessi delle grandi imprese e delle banche. Dopo aver rinunciato al voto alla fine del 2011, il PD ha avallato tutte le decisioni più recessive e dannose per i lavoratori assunte dall’Esecutivo “tecnico” di Monti: la riforma pensionistica del Ministro Fornero, l’indebolimento delle garanzie contro i licenziamenti senza giusta causa contenute nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la regola del pareggio di bilancio, che colpirà sempre di più le spese sociali e deprimerà l’economia, e così via. Si è poi prestato nuovamente a governare, in questo 2013, con il “nemico” di sempre, con quel Berlusconi contro il quale ha fondato per vent’anni una retorica progressivamente sempre più priva di contenuti. 

La crisi politica italiana coinvolge anche la sinistra e, all’interno di questa, i comunisti, incapaci di unirsi nel momento in cui la crisi internazionale del capitalismo esige una forte risposta da sinistra, caratterizzata dall’individuazione di un diverso modello di sviluppo anticonsumistico e diretto dallo Stato e dalla proposta di un risanamento finanziario impostato su basi progressive. Nessuno a sinistra può esimersi dal fare una riflessione autocritica, non SEL colpevole di una dannosa autoreferenzialità, non i due partiti comunisti ( nonostante la forte spinta unitaria che il PdCI ha operato nei confronti del PRC, spinta unitaria respinta) che non sono stati ancora capaci di riaggregarsi, non la cosiddetta “società civile”, troppo incline a derive antipartitiche e personalistiche.

Un risultato politico della crisi, come sappiamo, è stato il rafforzamento di un movimento legato ad un diffuso ed eterogeneo malcontento, cioè il Movimento 5 Stelle, il quale, nonostante alcune proposte condivisibili, porta avanti una battaglia pericolosissima per la democrazia italiana: quella contro i partiti e il loro finanziamento pubblico. Senza i partiti vi potrà essere solamente una politica basata sul più becero clientelismo, sulla forza economica dei gruppi capitalistici più importanti, capaci di corrompere masse di individui e di dominare gli strumenti di propaganda ed informazione. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti risponde alle esigenze di chi detiene il potere economico e non a caso trova il consenso del Governo Letta-Alfano e della sua maggioranza, dal momento che favorisce i partiti maggiori, i quali riescono a godere dei finanziamenti della grande borghesia.  Il finanziamento pubblico ai partiti deve essere diminuito e posto sotto controllo, ma non eliminato; va invece contenuta al massimo la possibilità dei singoli privati di elargire soldi alle forze politiche, per impedire che l’azione di queste risponda agli interessi di ricchi e potenti magnati e non alle esigenze della collettività. 

La crisi di Berlusconi non costituisce la fine di ciò che egli rappresenta, cioè un sistema di potere basato sul clientelismo e l’uso della ricchezza privata a fini politici e sulla privatizzazione del patrimonio produttivo statale, il logoramento dell’istruzione pubblica, la degradazione dei salari e dei diritti dei lavoratori. Berlusconi potrebbe addirittura affermare di aver conseguito una grande vittoria, quella di aver acquisito un’egemonia culturale tale da aver modificato alla radice il modo di pensare della gente e di quella classe politica che gli si è opposta. L’uomo di Arcore non è stato sconfitto sulla base di proposte ancorate a valori di sinistra, ma dalla sua stessa parte politica, in seguito ad errori che nel tempo gli hanno evidentemente eroso l’appoggio del mondo imprenditoriale e finanziario, il quale sembra ora orientato a favorire la nascita di un grande gruppo centrista che possa costituire il suo punto di riferimento politico. Così per molto tempo ancora avremo a che fare con il “berlusconismo”, cioè con il liberismo in salsa italiana, il quale renderà sempre di più il nostro Paese terra di conquista per le grandi multinazionali, vincolato ai diktat europei, sempre meno rispettoso dei principi della Costituzione antifascista. 

I rappresentanti politici del grande capitale, di centro-sinistra e di centro-destra, mentre stravolgono nei fatti il dettato costituzionale, tentano da anni di attaccare in più parti il testo legislativo fondamentale della nostra Repubblica. Esso infatti rimane uno dei terreni fondamentali della lotta di classe nel nostro Paese, aperto a modificazioni di senso opposto: di natura conservatrice o, al contrario, di carattere socialista e democratico. Per noi Comunisti, quindi, la Costituzione rappresenta un programma di lotta avanzato attorno al quale possono riaggregarsi e risorgere le forze socialiste e progressiste; non a caso il recente Congresso straordinario del PdCI ha avuto tra le parole d’ordine anche quella dell’“attuazione della Costituzione”. 

Nel contesto del recente voto di fiducia nei confronti del Governo, il Presidente del Consiglio Letta ha dichiarato che il suo Esecutivo sta cambiando rotta rispetto a quello precedente. Attualmente la vita reale lo smentisce, a partire dalla sempre più difficile condizione degli enti locali che, tra tagli dei finanziamenti statali e il cappio costituito dal patto di stabilità, sono sempre più obbligati a ricorrere alle alienazioni di beni immobili e all’inasprimento fiscale. 

Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile oltre il 12%, mentre quello giovanile raggiunge il 40%; continua ad essere elevato il numero di ore di cassa integrazione (703.990.798 nei primi otto mesi dell’anno); la povertà relativa supera il 12%, quella assoluta quasi il 7%; le imprese continuano a chiudere ad un ritmo impressionante; i contratti del pubblico impiego sono ancora bloccati. 

Questi pochi dati testimoniano l’esigenza impellente di un progetto generale di trasformazione della società e dell’economia, specialmente in un momento in cui le problematiche ambientali e sociali globali e la crisi economica capitalistica impongono la ricerca di un modello di sviluppo più equo, democratico e fondato sulla lotta ai privilegi e agli sprechi. Non si tratta di passare immediatamente dal capitalismo al socialismo in una sorta di volo pindarico, ma di attribuire allo Stato un ruolo di direzione economica ancorato a due fondamentali criteri: quello di favorire uno sviluppo produttivo fondato sul soddisfacimento dei bisogni reali dei cittadini e sulla sostenibilità ambientale; quello della promozione di uno sviluppo tecnologico che garantisca al tempo stesso la piena occupazione e il miglioramento generale degli stili di vita.

Lo Stato deve individuare le priorità e gli indirizzi dello sviluppo economico, mettendo fine allo spreco di risorse pubbliche legato ai finanziamenti a pioggia alle aziende e disponendo aiuti alle piccole e medie imprese che assumono in maniera stabile e sono orientate verso lo sviluppo tecnico e tecnologico e verso la produzione di qualità. Deve inoltre incentivare un piano per la messa in sicurezza del territorio, del patrimonio culturale e degli edifici pubblici e privati, a partire dalle scuole, rilanciando così l’attività produttiva e l’occupazione. Infine deve controllare direttamente settori produttivi strategici per l’economia nazionale: la siderurgia, le telecomunicazioni, i trasporti, l’energia, l’elettronica, la meccanica, ecc. Si deve quindi ricreare un’industria di Stato, i cui orientamenti vengano forniti dalla politica, ma la cui conduzione sia mondata da clientelismi e affidata a tecnici e dirigenti reclutati in base a concorsi trasparenti.

Allo stesso tempo lo Stato deve e può recuperare le risorse economiche facendo delle precise scelte politiche. Finora è stata preferita la via dell’inasprimento fiscale, in particolare per le classi lavoratrici, e dei tagli lineari (soprattutto ai settori dell’istruzione e dei servizi socio-sanitari e agli enti locali), cioè si sono adottate misure che hanno semplicemente aggravato la situazione finanziaria dello Stato e le condizioni di vita dei cittadini. È tempo di cambiare e di recuperare le risorse finanziarie laddove si annidano gli sprechi e i privilegi e nell’area dell’illegalità: bisogna ridurre drasticamente gli stipendi dei manager pubblici e di vari funzionari statali; occorre diminuire in buona misura le retribuzioni dei parlamentari e ridurre il finanziamento pubblico ai partiti senza tuttavia eliminarlo; si deve introdurre una tassazione fortemente progressiva, in modo da far pagare maggiormente ai redditi alti il risanamento finanziario dello Stato, le misure per lo sviluppo economico e i diversi servizi pubblici destinati ai cittadini;  vanno tagliate le spese militari, dal momento che l’Italia non è nemmeno lontanamente minacciata da invasioni armate; è necessaria una battaglia senza quartiere contro l’evasione fiscale, che costituisce una delle peggiori piaghe socio-economiche del Paese.

Intorno a questo progetto politico e socio-economico i Comunisti devono sviluppare le più larghe alleanze sociali e politiche, evitando chiusure settarie e dialogando, oltre che con SEL e i movimenti collocabili interamente a sinistra, anche con settori del Partito Democratico e della cosiddetta “società civile” che si pongono il problema della difesa della Costituzione e dell’esigenza di trovare nuove strade, più eque ed ecosostenibili, per lo sviluppo economico. 

Non si può pensare di avviare un modello di sviluppo improntato ai principi di equità sociale e di rispetto dell’ambiente, se non si lotta per un allargamento della democrazia sia nei luoghi di lavoro, sia nelle istituzioni. Una delle battaglie costituzionali più importanti è perciò quella finalizzata a rendere il Parlamento il centro realmente democratico del confronto politico e dell’elaborazione delle decisioni: bisogna pertanto evitare una deriva presidenzialista e soprattutto reintrodurre un sistema elettorale proporzionale senza sbarramenti e premi di maggioranza. 

Il voto proporzionale fu una conquista per le classi lavoratrici, perché dava piena legittimità alla volontà di ogni singolo elettore e determinava un Parlamento nel quale ogni forza politica entrava con la forza e il consenso di cui realmente godeva nella società. Le Camere erano così le sedi istituzionali non solo della mediazione politica, ma anche della lotta di classe. 

L’introduzione del maggioritario coincise pienamente con la sconfitta del PCI, la forza politica che aveva rappresentato maggiormente in Italia l’opposizione di classe al grande capitale, e con il passaggio definitivo della maggior parte del suo gruppo dirigente e della sua base nel campo della grande borghesia. 

Se la Prima Repubblica si era fondata sull’esclusione del PCI dall’area di governo del Paese, la Seconda Repubblica si è caratterizzata per i tentativi, coronati dal successo, di eliminare dalle istituzioni la rappresentanza del mondo del lavoro e una benché minima espressione di un’alternativa socialista al sistema socio-economico vigente.

Uno degli strumenti con cui è stato perseguito questo obiettivo è stata la legge elettorale con l’introduzione del Mattarellum prima e del Porcellum poi.

Entrambi i sistemi hanno negato la rappresentanza politica ad una grande quantità di cittadini e lavoratori, hanno progressivamente blindato il Parlamento a favore di forze politiche che rappresentano la grande borghesia, le quali condividono una stessa visione dell’organizzazione politica ed economica della società e si dividono su questioni di secondaria importanza. Il Mattarellum e il Porcellum sono due sistemi elettorali antidemocratici, basati sul mito della “governabilità”, il quale si traduce nell’espulsione dalle istituzioni delle forze politiche con minor peso elettorale che, tuttavia, esprimono un’opposizione rispetto alle politiche dirette contro i lavoratori. 

Il Mattarellum e il Porcellum sono anticostituzionali, dal momento che non rispettano l’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Può essere uguale il voto di tutti i cittadini se, per esempio, i 795.188 elettori di Rivoluzione Civile, alle ultime elezioni politiche avvenute con il Porcellum, non hanno conquistato nessun seggio alla Camera a differenza del Centro Democratico che non ha ottenuto nemmeno 200.000 voti? Può essere considerato democratico un sistema elettorale in cui la coalizione di centro-sinistra, per un misero 0,37% dei voti, ottiene, in virtù di un forte premio di maggioranza, 216 seggi in più del centro-destra?

Non era più democratico e costituzionale il Mattarellum, introdotto nel 1993, con il 75% di maggioritario e il sistema dei collegi uninominali. Basti pensare che il maggioritario diede lo stesso numero di seggi, 164, alle liste Alleanza dei progressisti (il centro-sinistra che comprendeva anche i Comunisti) e Polo delle Libertà (Forza Italia e Lega Nord), sebbene i primi avessero ottenuto il 10% in più di consensi. Era inoltre presente anche uno sbarramento del 4% per i 155 seggi ripartiti su base proporzionale.

Non si può allora che condividere una recente dichiarazione del grande storico Luciano Canfora a proposito del sistema elettorale e del tentativo dell’attuale Governo di modificare l’articolo 138 della Costituzione per accelerare le modifiche costituzionali: “L’art. 138 dimostra l’illegalità di qualsiasi sistema elettorale che non sia rigorosamente proporzionale. Il dispositivo previsto richiede infatti una maggioranza qualificata dei due terzi dei parlamentari per operare cambiamenti della Costituzione, in modo da garantire che il processo di riforma rispecchi effettivamente la volontà della stragrande maggioranza dei cittadini. Siccome i sistemi maggioritari falsano questo rapporto – un partito che incassa il 30% dei voti può anche ottenere una consistente maggioranza degli eletti in parlamento e fare, in teoria, quello che vuole – ecco che l’articolo 138 viene di fatto calpestato da queste regole elettorali.  Di fronte a tale contraddizione sono in molti a pensare – forti della loro radicata tendenza all’illegalità – di procedere direttamente alla cancellazione dell’articolo 138”[1].

[1] http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-larghe-intese-sullart138-sono-liberticide-intervista-a-luciano-canfora/