Napolitano e la questione morale

di Giorgio Langella, Comitato Centrale PdCI

napolitano caricaturaRiceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione

16 agosto 2013


Ferragosto di sangue in Egitto. Centinaia, forse migliaia, i morti tra i sostenitori della Fratellanza Islamica. Uccisi da polizia ed esercito nelle manifestazioni e nelle piazze dove erano sorti accampamenti a favore del deposto presidente Morsi.

Venerdì 16 agosto, “giorno della collera”, continuano le manifestazioni e il massacro. Una violenza inaudita che porta l’Egitto dentro una guerra civile dagli esiti imprevedibili.


Intanto, in Italia, il presidente della Repubblica, il rieletto Giorgio Napolitano, si è sentito in dovere di scrivere quella che, tecnicamente, è una dichiarazione su temi che, evidentemente, ritiene di fondamentale importanza per le sorti del paese. 


Napolitano fa riferimento alla crisi economica e all’occupazione, fondamentale preoccupazione per la stragrande maggioranza degli italiani, ma per affermare che non deve essere minata la stabilità del governo. La crisi di un governo formatosi così faticosamente, scrive, sarebbe oggi “fatale” per il paese. Il cosiddetto “governo delle larghe intese” (o “delle lunghe attese” visto che nei primi cento giorni i risultati sono stati solo rinvii, sospensioni e annunci di decisioni future), deve continuare a “governare”. Napolitano, così, si arroga il diritto di decidere quale debba essere il governo del paese. Un altro schiaffo a un parlamento sempre più delegittimato nel suo ruolo e ridotto a un insieme di personaggi che votano a comando leggi presentate da chi detiene il potere esecutivo.

Viene da pensare che la recente rielezione a presidente della Repubblica non sia stata “subita” da Napolitano ma sia stata “accettata” (se non sollecitata) con soddisfazione perché organica alla creazione di un governo che portasse avanti quanto iniziato dal “governo dei tecnici”, imposto sempre dallo stesso Napolitano. Una politica, quella del governo Monti, che ha prodotto aumenti indiscriminati di tasse ai ceti più deboli, una (contro)riforma del mercato del lavoro che ha prodotto la crescita della disoccupazione, una (contro)riforma delle pensioni che porta l’età pensionabile a 67 anni e oltre, una praticamente inesistente lotta all’evasione fiscale e alla corruzione. Il governo Letta-Alfano dovrebbe consolidare questa politica iper-liberista, contraria agli interessi di chi vive del proprio lavoro e favorevole ai grandi potentati economico-finanziari.

Il disegno di Napolitano è chiaro. Vuole che resti questo governo comunque e a qualunque costo perché questo è “il suo governo”. È lui, il “presidente a vita”, che lo guida e lo presiede di fatto. Gli altri, i Letta, gli Alfano, i Bonino sono solo dei “funzionari”, esecutori (e neanche tanto capaci) delle sue direttive. Alla faccia della Costituzione.

La dichiarazione di Napolitano continua con un emblematico collegamento tra stabilità di governo e garanzia di “agibilità politica” al condannato Silvio Berlusconi. Lo fa, Napolitano, con apparente buonsenso ma con affermazioni che non escludono decisioni benevole verso chi viene riconosciuto, più che come condannato definitivamente per frode fiscale, come capo politico di alto livello. Una posizione che dovrebbe essere imbarazzante per chi, per il ruolo che riveste, ha il dovere di garantire il principio costituzionale per il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Perché sotto il titolo “agibilità politica” c’è la sostanza (quella che interessa Berlusconi) che sarebbe la concessione della grazia o un altro atto di clemenza da parte di Napolitano che cancellerebbe, di fatto, la sentenza della Cassazione nei riguardi di Berlusconi. Significherebbe, dati i modi e i tempi, instaurare una specie di quarto grado di giudizio che vede come giudice insindacabile una persona sola, il presidente Giorgio Napolitano.

La grazia o qualsiasi atto di clemenza dovrebbe essere concessa dal presidente per questioni umanitarie o di salute del condannato e mai per “opportunità politica” o per mantenere in vita un governo incapace ed inetto che resiste solo grazie a ricatti incrociati e alla paura di farsi giudicare dagli elettori.

Tutto questo si unisce alle pretese e auspicate “riforme” istituzionali che prevedono lo stravolgimento della Costituzione in senso presidenzialista. “Riforme” che hanno lo scopo di costringere la nazione ad essere diretta (o, meglio, comandata e non governata) dalla figura onnipotente dell’uomo solo al comando. Sarebbe, questa, la definitiva restaurazione di una società guidata da un manipolo di oligarchi fedeli a un capo. Una società poco democratica guidata da un burattinaio dove i cittadini sarebbero solo burattini o, nel migliore dei casi, spettatori senza alcun potere se non quello di assentire. È qualcosa di molto simile alla realizzazione di quanto previsto dal “Piano di rinascita democratica” che era il progetto della P2 di Licio Gelli (alla quale, è bene ricordarlo, furono affiliati personaggi oggi in politica come Silvio Berlusconi e Fabrizio Cicchitto).

L’Italia ha bisogno di ben altro. Ha necessità di un governo che non sia un fantoccio nelle mani di un presidente della Repubblica. Ha estremo bisogno di un progetto di profondo e radicale cambiamento che distrugga lo status quo e garantisca lavoro a tutti i cittadini e non profitto solo a qualcuno. L’Italia ha bisogno di avere un presidente della Repubblica che non colga ogni occasione per tentare di stravolgere la Costituzione ma si adoperi per attuarla.

Invece, Napolitano, subito dopo la condanna definitiva di Berlusconi, è intervenuto per “suggerire” una “riforma” della Giustizia che realizzasse quanto indicato dai cosiddetti saggi da lui stesso nominati ma non ha detto nulla (un assordante silenzio denso di significati) sul tentativo della maggioranza (PD, PDL e Scelta Civica sono compatti su questo) di cambiare in maniera sostanziale l’articolo 138 della Costituzione in maniera di facilitare il percorso parlamentare per modificare la Costituzione stessa. E ha taciuto di fronte all’arroganza della FIAT, comandata da Marchionne, che vuole continuare a escludere la presenza della FIOM in fabbrica nonostante esista una recentissima sentenza della Corte Costituzionale che, dando ragione alla FIOM stessa, impedisce tale esclusione. Una posizione, quella della FIAT, di profondo disprezzo nei confronti di un organo fondamentale dello Stato qual è la Corte Costituzionale. Un silenzio, quello di Napolitano su questa vicenda, che risulta decisamente imbarazzante e inquietante.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con i suoi interventi che servono a blindare l’attuale governo e con le continue esternazioni a favore delle (contro)riforme costituzionali, si dimostra (in)degno rappresentante di quella cricca partitico-economico-finanziaria pronta a occupare qualsiasi istituzione dello Stato e stravolgere la Costituzione. Il tutto favorito dalla degenerazione di gran parte delle forze politiche che si stavano trasformando in partiti personali e comitati d’affari. Era questa la vera sostanza della “questione morale”(1) che il segretario del PCI Enrico Berlinguer aveva indicato come pericolo mortale per la nostra democrazia. Berlinguer aveva ragione e, per questo, si fece molti nemici a partire dal leader del PSI Bettino Craxi (salvatore di quello che era l’astro nascente delle televisioni private, Silvio Berlusconi). Giorgio Napolitano, allora, si schierò contro Enrico Berlinguer che, sulla “questione morale”, esprimeva la posizione ufficiale del Partito Comunista. Lo osteggiò in ogni maniera.

Oggi si capisce perché.

(1) Nell’aprile del 1984 Enrico Berlinguer scriveva nella sua prefazione alla raccolta dei discorsi parlamentari di Palmiro Togliatti: “Attraverso alcune delle «riforme» di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il parlamento, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a governi che non riescono a garantirsele per capacità e forza politica propria. Ecco la sostanza e la rilevanza politica e istituzionale della «questione morale» che noi comunisti abbiamo posto con tanta decisione. Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrisia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi – la mafia, la camorra, la P2 – che hanno inquinato e condizionato tuttora i poteri costituiti e legittimi fino a minare concretamente l’esistenza stessa della nostra Repubblica. Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza democratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgimenti che romperebbero formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni”.