Libere considerazioni sulle elezioni amministrative

di Manuela Palermi | da www.comunisti-italiani.it

elezioni-largeProvo ad interpretare il voto amministrativo facendo uso del buonsenso, senza indifferenza né sottovaluzione, leggendo i dati per quel che sono senza mascherarli ideologicamente. 

C’è un’astensione micidiale contro la politica, la politica tutta, quella che s’è persa nella corruzione e nel malaffare; e quella che è inerme contro la crisi, che non sa trovare contromisure efficaci in grado di restituire un po’ di speranza al paese. E infatti l’astensione mi appare come la scelta dei cittadini di voltare la testa dall’altra parte, preferendo una solitaria ritirata. Se posso fare un paragone, somiglia a quelli che il lavoro non lo cercano più, tanto sono sicuri di non trovarlo. Agli “scoraggiati”, come vengono chiamati dagli istituti di sondaggio. 


Quando invece vanno a votare, i cittadini scelgono il Pd e scelgono ovunque il centrosinistra. Non influenzati dalle “larghe intese”, confermano che Pdl e Pd non sono uguali. 

Il Pdl riceve dagli elettori un pessimo giudizio. Solo Berlusconi riesce, quando scende in campo, a resuscitarlo come Lazzaro. Il Pdl è diventato un partito “pesante” nel senso peggiore del termine. Pesante per apparato politico, per correnti intestine, per cacicchi territoriali. Ma privo di pesantezza positiva, quella data dalla struttura, dal radicamento organizzativo e territoriale, dall’emergere di quadri. Forse ha ragione Berlusconi quando dice che il Pdl deve tornare a Forza Italia, al partito leggero che costruiva il suo radicamento con le fiction di canale 5. 

Il Pd non paga il governo delle larghe intese. E, se guardiamo bene, una ragione c’è. Ovunque, alle amministrative (a meno che non mi sfugga qualcosa), il Pd si è presentato come centrosinistra, e cioè come l’unica alternativa possibile a fronte della crisi e di una destra territorialmente incapace e corrotta. Se una richiesta sembra venire da queste elezioni, mi pare sia quella di una rifondazione del centrosinistra. 

Noi, la cosiddetta “sinistra radicale”, siamo spesso marginali, quasi mai decisivi. Guardate che questa analisi dà ragione alle nostre tesi congressuali. E cioè al rafforzamento del Pdci ed alla ricostruzione di un partito comunista, entrambi non più rinviabili, per certi versi tardivi e quindi tanto più difficili. Ma possibili solo se la smettiamo di basare le nostre scelte su una sorta di “incontaminazione della razza comunista” (tutta rozzamente ideologica, autoidentitaria, autoreferenziale, che ci porta alla paralisi e all’emarginazione). Le nostre scelte devono avere come massimo riferimento i bisogni delle persone. Sono questi gli obiettivi da raggiungere in una società ingiusta e diseguale. Raggiungendoli, anche parzialmente, esistiamo come comunisti. 

A volte, in questi anni di declino, la sinistra “radicale” ha assomigliato (forzo un po’ per spiegarmi) a Grillo che, dopo aver rischiato di diventare il primo partito in Italia, rischia oggi la scomparsa. I partiti hanno senso se servono, non se appaiono. La metafora di Grillo dovrebbe, in questo senso, insegnarci molto. 

Ripartiamo quindi da noi e da ciò che mi pare insegnino queste elezioni. Nel Paese in cui c’è stato il più grande partito comunista dell’Occidente, possiamo – se più forti – aiutare a ricostruire un campo progressista di cui gli elettori (e l’astensionismo) mostrano di avere grande nostalgia. Sbaglieremmo se pensassimo che in questo campo non c’è bisogno dei comunisti. Perché allora anche gli ultimi rimasugli di centrosinistra – ancora evidenti in queste elezioni – verrebbero presto risucchiati nella più moderata normalizzazione.