La fame non ha tempo

di Luca Servodio

operaide1Il movimento operaio nacque in occidente come risposta al ladrocinio dei corpi e dei cervelli e alla misera imposta dal mondo di produzione capitalistico alla maggioranza della popolazione. Oggi è difficile separare le motivazioni, delle diverse lotte in atto, quelle per la salvaguardia del territorio, quelle in difesa del lavoro e dei giovani contro la precarietà. Questo inciso ci impone di stare in queste lotte, ma con un tratto distintivo, che significa costruire un’autoriforma culturale e antropologica.

Da inizio anno a giugno – si legge nel rapporto dell’Osservatorio Cig della Cgil Nazionale – il totale di ore di cassa integrazione è stato pari a 523.761.036, con un incremento sui primi sei mesi del 2011 pari a +3,16%, e con un’impennata della cassa integrazione ordinaria (+41%). Di fronte a tale scempio, prodotto della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione capitalistici, l’interrogativo per i comunisti è come comunicare con gli operai.

Togliatti direbbe parlare con gli operai semplicemente, non come maestri e “capi”, ma come compagni e come allievi, non solo per ritrovare nel contatto la coscienza e la volontà dell’operaio, ma i motivi più profondi e umani della nostra fede. Collaborare con l’operaio nel trovare la via alla sua classe, per verificare l’esattezza di un indirizzo, di un orientamento e di una parola d’ordine. 

Dare, quindi, forme alle aspirazioni e ai pensieri di tutta la classe. Instaurare tra il partito e le masse, il rapporto pedagogico al quale, secondo Gramsci, dà vita ogni rapporto di egemonia. Contenuti e finalità dell’agire politico non devono nascere dalla presunzione. Chi interpreta la realtà, non è colui capace di dare forma a progetti di trasformazione sociale. Nell’ambito di un movimento rivoluzione che va costruito, in gioco è il processo di “educazione reciproca” (Gramsci). 

Al tempo stesso bisogna fare i conti con l’arretratezza della massa e con la frammentazione delle burocrazie sindacali, che spesso operano attivamente per non unire le lotte in una prospettiva nazionale.

La tenuta sociale ed economica del Paese e del Mezzogiorno è arrivata a limiti insopportabili. Continuano a mettere in discussioni i principi e fondamenti democratici, in sostegno del libero mercato e dell’annientamento d’intere comunità umane e sociali. La cancellazione del pensiero critico e della cultura come emancipazione. 

La fame non ha tempo, intere famiglie ritorno in condizioni di sopravvivenza e di misera, deformando e annientando sentimenti e legami sociali. Per stravolgere il processo storico del capitale, i due poli (partito e massa) devono costruire un’elaborazione, dove si compie la progressiva emancipazione delle masse, quindi, acquistare “l’autonomia storica”.

Le lotte devono mirare a costruire un nuovo blocco storico che si propone la supremazia sull’interesse del mondo economico – finanziario. Il blocco come sistema di alleanze sociali della classe operaia che guarda, nello specifico la situazione italiana, dal Nord al Sud. 

Questo stato di cose rende urgente e al tempo stesso concreta la prospettiva di un’unità d’azione politica e programmatica e di un coordinamento efficace di tutte le forze politiche e sociali che fondano la propria azione sull’opposizione, al neoliberismo e ai poteri forti. 

La costruzione dell’alternativa di massa per favorire la crescita di una cultura critica e di classe nel Mezzogiorno, orientata a costruire iniziative di conflitto.

Un blocco storico orientato a salvare le condizioni dell’esistenza umana, e più in generale della vita, questione quindi che anticipa la ragione della nostra esistenza come processo storico.

Un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), cioè si realizza la vita d’insieme che solo è la forza sociale; si crea il “blocco storico” (Gramsci).