Il crepuscolo del dio padano

di Giorgio Salvetti | da il Manifesto

Bossi1-310x373Bossi è caduto. La notizia esplosiva rimbalza sui siti e sulle televisioni. Fuori da via Bellerio la piccola folla di fan irriducibili del Senatur non ci può credere. Urlano tutto il loro sostegno al grande capo e si scagliano contro i «traditori». Le agenzie fanno i primi lanci ma usano ancora il condizionale. Sono le ultime speranze dei militanti del Carroccio sempre più disorientati. Escono le prime contradditorie indiscrezioni ufficiose, ma parlano solo le seconde file. Poi sul piazzale del quartiere generale leghista un aggettivo squarcia anche gli ultimi dubbi e raggela il popolo padano. Il Senatur non solo si è dimesso, ma le sue dimissioni sono «irrevocabili». Al suo posto c’è un triumvirato composto da Maroni, Calderoli e la veneta Manuela Dal Lago.

I sostenitori premeno contro il cancello che dà sul cortile. Qualcuno apre e tutti entrano per sfogare la loro frustrazione sotto le finestre dove è riunito il consiglio federale più importante della storia del movimento. Il fondatore malato e colpito dalle inchieste che coinvolgono i suoi figli e la sua famiglia politica è stato detronizzato.

E’ l’atto finale di questo crepuscolo degli dei in salsa padana. C’è ben poco di eroico nella miserevole fine della Lega di Bossi, ma ad uso e consumo del popolo padano viene messo in scena un finale cavalleresco, che possa essere degno del grande capo e consentire una seconda puntata per la nuova Lega di Maroni. La versione ufficiale recita che è stato proprio Bossi ad aprire il consiglio mettendo sul tavolo la sua testa «per poter meglio difendere e tutelare» l’immagine della sua famiglia e del movimento. «Il Consiglio Federale – si legge nella nota conclusiva di via Bellerio – all’unanimità, ha chiesto ripetutamente a Umberto Bossi di ritirare le sue dimissioni, ribadendo al contempo l’unanime stima e solidarietà al Segretario Federale, che, però, ha ribadito con fermezza di ritenere irrevocabile la sua decisione».

Accettate le ultime volontà del capo, l’assemblea si è messa subito al lavoro in attesa del congresso federale che sarà indetto entro ottobre. Bossi è stato nominato presidente del movimento «con la richiesta di proseguire la sua attività politica con una determinazione e convinzione se possibile ancora maggiori». E con tanto di applauso commosso. Alla testa del Carroccio è stato nominato un triumvirato composto da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago. Ed è stato anche scelto un nuovo tesoriere, si tratta dell’onorevole Stefano Stefani.

E’ la vittoria finale dei maroniani. Nei primi minuti al posto della veneta Dal Lago si era parlato del segretario lombardo Giancarlo Giorgetti, un altro maroniano, un altro lombardo. Troppo per i veneti che già sono sul piede di guerra e che da più parti minacciano la secessione della Liga Veneta (ma sono tenuti a freno dal governatore Luca Zaia). Questa infatti è la sfida più insidiosa per la Lega che nasce oggi. Riuscire a superare il più grosso trauma della sua storia senza finire a pezzi. La bufera giudiziaria ha anticipato un processo di successione che era in corso ormai da tempo. Bossi ha sempre mantenuto l’affetto di tutto il popolo padano. Anche gli «uomini nuovi» – Maroni, Tosi, Zaia – fino a ieri non avevano né il coraggio né la forza per farlo fuori, la sua icona era garante dell’unità del movimento. Ma i figli del capo, il suo entourage legato alla famiglia e i dirigenti che si erano ricavati la loro nicchia di potere dentro il cerchio magico erano ormai sotto assedio. E adesso per loro si annunciano tempi durissimi.

Il rischio, però, è che le tensioni che covano da anni, adesso che il grande capo non c’è più, finiscano per deflagrare e sfasciare tutto. Non a caso nessuno si accanisce contro lo sconfitto. Anzi, Bossi è esaltato come un eroe tragico che si è sacrificato per il movimento e per la famiglia. Una specie di semidio da relegare nel pantheon leghista ma solo perché non tramonti mai il Sole delle Alpi. «Per non dare spazio a queste mitragliate contro la Lega Umberto Bossi ha fatto un passo indietro. È un grande uomo», ha annunciato al popolo dai microfoni di Radio Padania Matteo Salvini «Un passo indietro – ha aggiunto – o un passo avanti o a lato. Vedete voi. Ragazzi adesso basta piangere andiamo ad attaccare i manifesti alla faccia di quei coglioni che vogliono fare il funerale della Lega». E ancora: «Umberto Bossi e Roberto Maroni, commossi ma determinati, si abbracciano alla fine di questa importante giornata. Solo un cretino può non capire che è questa la forza della Lega». All’uscita da via Bellerio però i fan di Bossi fischiano Bobo e gli danno del Giuda. Eppure tanti leghisti adesso sperano che sia proprio Giuda a guidare il Carroccio fuori dalla tempesta e a resuscitare la Lega che oggi è in croce.