Il cambiamento deve partire dalle Regioni

pcdidi Giorgio Raccichini, PCdI Federazione di Fermo

In questi ultimi anni ci siamo abituati ad una spirale perversa e recessiva che parte dall’alto, dalle politiche di austerità volute dall’Unione Europea e soprattutto dalla grande borghesia tedesca, passivamente accettate dallo Stato italiano, il quale le ha fatte pesare direttamente sugli Enti locali e sui lavoratori.

Oggi si assiste sempre di più ad una polarizzazione della ricchezza nel nostro Paese. Da una parte la disoccupazione viaggia ad una percentuale spaventosa che raggiunge quasi il 13% e la povertà aumenta, dall’altra si arricchiscono sfacciatamente soggetti che godono evidentemente di particolari privilegi fiscali. Se nel 2016 – stando ad un rapporto dell’Oxfam – l’1% della popolazione mondiale arriverà a possedere più del restante 99%, in Italia la situazione non è certamente migliore: il 10% della popolazione possiede più del 50% della ricchezza totale.

Insomma, in questi anni i banchieri, gli speculatori, gli azionisti e gli amministratori delegati delle grandi imprese, i mafiosi e soggetti simili hanno trovato nella situazione di crisi la possibilità di aumentare i propri già lauti profitti, facendo intorno a sé il deserto: i lavoratori sono sempre più poveri e precari, le piccole e medie imprese produttive e commerciali soffrono una crisi profonda (dal momento che sono le più sensibili alla compressione della domanda interna), gli Enti locali – in particolare i Comuni – sono stati messi nelle condizioni di scegliere tra aumento delle tasse o riduzione dei servizi.

Le prossime elezioni regionali rappresentano per chi vuole cambiare radicalmente gli attuali indirizzi di “sviluppo” una battaglia importante. È evidente infatti che le Regioni, per il loro peso politico, possono mettere in atto le dovute pressioni sulle istituzioni centrali, affinché modifichino le politiche favorevoli ai grandi gruppi industriali e finanziari; ma queste pressioni possono esserci a patto che le Regioni vengano finalmente rette da forze che non hanno nulla a che vedere con chi ha governato l’Italia negli ultimi anni. Per esempio, il Governo Spacca e il Partito Democratico marchigiano non hanno praticamente fatto nulla per scongiurare politiche centrali recessive: e come potevano se erano e sono parte integrante di un partito di maggioranza che, fin dal 2011, è stato ligio servitore dell’austerità europea?

Anche quest’anno vi saranno tagli dei trasferimenti erariali alle Regioni e ai Comuni, che si ripercuoteranno pesantemente sulla vita quotidiana dei cittadini, sul loro lavoro e sulla qualità e l’onerosità dei servizi di cui avranno bisogno. Vedremo contrarsi ancora di più la domanda interna e aumentare la crisi delle piccole e medie aziende, come sta capitando pesantemente nel distretto Fermano. E qual è l’unica risposta che viene data a questa crisi occupazionale e produttiva? La speranza negli investimenti di multinazionali, incentivata anche dalla riduzione dei diritti e dei salari dei lavoratori determinata, da ultimo, dal cosiddetto Jobs Act, che sancendo la quasi piena libertà di licenziare rende tutti i lavoratori precari ed estremamente deboli in fase di contrattazione. Tuttavia le multinazionali non hanno a cuore le sorti di un territorio, sono guidate esclusivamente dalla tutela degli interessi degli azionisti e perciò, laddove investono, all’occorrenza possono pure disinvestire lasciando il deserto. Va da sé quindi che la Regione Marche dovrà supportare in vario modo tutte quelle aziende che hanno radici nel territorio, che vivono a diretto contatto con esso, che legano il proprio profitto alla qualità di vita dei lavoratori e dei cittadini dei territori marchigiani. Bisognerà inoltre investire fortemente nella salvaguardia e nella valorizzazione, anche economica, dei beni culturali, naturalistici e paesaggistici diffusi, che possono essere fattori propulsivi per una vasta serie di attività economiche. Tuttavia occorrono soldi che richiedono una ferrea battaglia contro le imposizioni dell’austerità.

Che cosa può fare un Governo regionale di fronte a politiche estere che contribuiscono a mettere a repentaglio il già fragile tessuto economico e produttivo delle Marche? Tanto, se è guidato da forze politiche che vedono nella cooperazione economica, scientifica e culturale la forma normale dei rapporti internazionali; poco, se è retto da coloro che in questi quindici anni si sono piegati a qualsiasi forma di aggressione militare, politica o economica voluta dalla NATO a guida statunitense. Si pensi alle vergognose sanziosi contro la Russia volute dagli Stati Uniti e accettate anche dal Governo italiano, sebbene esse siano dannose per la nostra economia, come sta a dimostrare la forte riduzione dell’export italiano in quell’importante mercato. Che cosa ne pensano l’agricoltore e l’imprenditore marchigiani? Sono sicuri di volersi mettere nelle mani delle stesse forze politiche che fanno i fatti contro i più deboli, cioè contro i lavoratori, e piegano la testa di fronte al volere del grande capitale europeo e statunitense?

Infine, va ricordato che l’attuale riforma del Senato, nel quale avranno un peso non irrilevante gli esponenti delle Amministrazioni regionali, è tesa a facilitare le modifiche alla prima parte della Costituzione, laddove vengono espressi i principi socialmente e democraticamente molto avanzati che dovrebbero – il condizionale, ahimè, è necessario – informare l’azione della nostra Repubblica fondata sul lavoro. Vogliamo che il futuro Senato venga dominato da coloro che ostacolano convintamente l’applicazione dei principi costituzionali e vogliono modificarli in un senso favorevole agli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari? Pensate a quanto ha espresso JP Morgan – “le costituzioni europee, nate dall’esperienza della lotta al fascismo” vanno modificate perché “mostrano una forte influenza delle idee socialiste” – e andate a votare riflettendo su chi in Italia sta rispondendo a questo preciso ordine proveniente da uno dei più importanti centri finanziari del mondo.

Contro tutto questo nelle Marche c’è l’alternativa di una Sinistra finalmente unitaria che, lungi dal rappresentare un cartello elettorale, lancia a tutta l’Italia l’esempio di un progetto unitario e aperto che ha le sue radici negli alti principi sociali presenti nella Costituzione italiana. Un progetto chiamato “Altre Marche”.