I reazionari

napolitano seriodi Giorgio Langella, segretario regionale PdCI Veneto

Il rieletto presidente della Repubblica, Giorno Napolitano, dice la sua sulla cosiddetta “riforma del lavoro” annunciata da Renzi e si schiera decisamente dalla parte delle (im)posizioni del governo. Si esprime, infatti, con un “basta conservatorismi e corporativismi, ci vuole coraggio” che la dice lunga.

Renzi, da San Francisco (ma che sia andato negli Stati Uniti anche a prendere ordini?), afferma che “l’Italia ha bisogno di una rivoluzione sistematica su tutti i principali punti, serve un cambiamento violento”.

Frasi che, se le avesse dette tempo fa il pregiudicato Silvio Berlusconi, avrebbero scatenato la giusta indignazione e la doverosa protesta di molti. E invece adesso (dal momento che Berlusconi, di fatto, sostiene Renzi e che i due fanno patti per modificare la costituzione) le cose vengono riportate esaltando il “coraggio” di chi vuole “modernizzare” il paese. Una strana modernizzazione, quella di Renzi, che significa cancellare normali diritti conquistati dai lavoratori con decenni di lotte (come il reintegro nel posto di lavoro qualora si sia stati licenziati senza giusta causa e l’incentivazione al precariato come forma normale di lavoro), mantenendo inalterati i privilegi di “lorsignori”.

Evidentemente per governanti “così moderni” il profitto viene prima di ogni altra cosa. Per lorsignori il primo articolo l’Italia non può più essere una Repubblica fondata sul lavoro, ma un’oligarchia che garantisce profitto e privilegi a pochi. Del resto, di lavoro vero, di fatica, di catene di montaggio, Renzi e soci ne hanno solo sentito parlare. Le volte che hanno varcato i cancelli di qualche fabbrica l’hanno fatto per stringere la mano ai tipi come Marchionne, dire qualche parola di circostanza e nulla più. Sono dalla parte di lorpadroni. Di quei capitalisti italiani spesso furbetti che, come fa il capo di confindustria Squinzi, si affrettano a esigere l’abolizione dell’articolo 18 con la scusa che frenerebbe gli investimenti. Lo dicono proprio loro, quella esigua minoranza che detiene la stragrande maggioranza della ricchezza e che ha spostato capitali enormi dalla produzione alla speculazione, che hanno delocalizzato, licenziato, spesso evaso e corrotto. Una teoria bizzarra secondo la quale per aumentare l’occupazione si può e si deve licenziare. Il problema italiano è che manca un piano industriale degno di questo nome e che lo Stato ha abiurato ormai da tempo al suo ruolo di progettista, produttore e controllore serio delle scelte industriali del paese. Gli investimenti, pubblici e privati, per l’innovazione e la ricerca sono ridotti al minimo, briciole che non garantiscono alcunché. Nel mondo del lavoro mancano direzione, progetto e sicurezza necessarie per essere all’avanguardia. Quelli che vogliono togliere i diritti dei lavoratori sono gli stessi che voglio ridurre l’industria italiana a una funzione di manovalanza dove non valga né la competenza né la capacità di chi lavora e dove, proprio per questo motivo, sia normale considerare il lavoratore un “pezzo di ricambio” che si può rimpiazzare scegliendo quello col “prezzo più basso”. Così siamo destinati alla sconfitta definitiva, a un declino irreversibile e a una povertà crescente.

Non c’è nulla di moderno, quindi, nelle dichiarazioni e negli annunci che vengono fatti, ma tanto di vecchio. Una visione ottocentesca dei rapporti di lavoro. Una volontà di tornare a forme di servitù generalizzate per chi vive del proprio lavoro. Le parole di Napolitano “basta conservatorismi” devono essere lette come “si devono restaurare le ingiustizie” vietando opposizione e dissenso. Unite a quelle di Renzi (e a quelle di Squinzi) evidenziano una prospettiva reazionaria e cupa della società dove potrebbe anche essere necessario usare la violenza per reprimere il dissenso e raggiungere gli scopi che “lorsignori” desiderano.