I “padri nobili” della sinistra? Invecchiano male, anzi peggio

da contropiano.org

C’era stato il tempo di Vittorio Foa e poi quello di Pietro Ingrao, non poteva mancare quello di Fausto Bertinotti. Il primo è servito a picconare in nome del realismo i diritti acquisiti dal movimento operaio. Il secondo a fungere da figura consolatoria mentre intorno a lui i partiti ai quali era iscritto mutavano geneticamente. Infine, e non poteva mancare, è arrivato il turno di Fausto Bertinotti, anagraficamente più giovane ma ideologicamente figlio dei primi due, delle loro ambiguità e delle innumerevoli interviste con cui per anni hanno occupato le pagine de Il manifesto, “dando la linea”.

L’intervento di Bertinotti al Festival di Todi, in un dibattito con un titolo di per se preoccupante ed emblematico – “I vinti giusti, un certo sguardo del futuro”, ha messo insieme tutti i luoghi comuni della traiettoria di chi negli anni passati ha sempre “parlato a sinistra per andare a destra”. Per finire dove? Nel limbo ideologico, politico e storico che alla fin fine riconosce come valori positivi solo quelli dominanti: i liberali e i cattolici. L’unica ideologia ad aver fallito? Quella comunista ovviamente, sostengono i “padri nobili della sinistra”.

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