Elezioni, il buco nero di una politica finita

di D.B. | da www.contropiano.org

Il minimo storico di partecipazione al voto, con un meno 13% medio rispetto a soli tre mesi fa, in un paese serio susciterebbe riflessioni importanti. Imporrebbe un po’ di serietà. Qui no.

Parliamoci chiaro: il rito elettorale ha molte ragioni storiche e rappresenta, fin qui, l’unico modo pratico di raccogliere il parere di tutti o quasi gli abitanti di un paese. Chiamare tutto ciò “democrazia” è certamente esagerato (“il popolo”, in questo schema, non governa affatto; si limita a scegliere chi deve farlo, in base a informazioni di dubbia veridicità, “senzazioni” non suffragate da alcun fatto, incomprensioni, promesse clientelari, interessi materiali, ecc). Ma è un modo storicamente determinato di “misurare la febbre” di un paese e dosare i medicinali.


Il 38% di astenuti dovrebbe indicare che il meccanismo non funziona più tanto. Che quasi metà del paese non trova di alcuna utilità la partecipazione a questo rito. Cosa significa inutilità? Una cosa semplice: farlo o non farlo non cambia nulla.

I partiti vecchi e nuovi, invece, commentano i risultati scotomizzando proprio il dato più rilevante (relegato nella cassapanca delle “preoccupazioni” di cui prima o poi – meglio poi – bisognerà occuparsi). Per attribuirsi “vittorie”, “tenute”, “arretramenti minori del previsto” o di quanto enfatizzato dagli avversari, ecc.

Anche la “sinistra radicale” non sembra ancora cogliere appieno che questa tornata elettorale conferma un fatto che a noi sembra da tempo accertato: questo gioco è finito.

Noi non siamo astensionisti per principio o ideologia, lo diciamo sempre. Però ci sembra evidente che da molti anni a questa parte il rito delle elezioni non serve più a selezionare una “classe politica” incaricata di dare, in qualche misura e con molti compromessi, risposte ai “problemi della popolazione”. A far data dagli accordi di Maastricht (1992, insomma), il quadro delle compatibilità è stato tale da espellere tutto ciò che era estraneo al programma di costruzione di un’Unione Europea costituzionalmente sagomata sulla centralità dell’impresa (in primo luogo finanziaria). Qualunque fosse il “colore” della coalizione al governo.

I “comunisti” hanno consumato in questa incomprensione le loro rancorosissime scissioni, sempre giocate sull’irrisolta tensione tra “identità antagonista” e “realismo politico”, tra aspirazioni di mutamento radicale e volgare necessità di sbarrare la strada a Berlusconi. Persino dopo l’ultima e più devastante sconfitta (el 2008), e la successiva dolorosissima scissione finale, il “meccanismo” della partecipazione elettorale non è stato inquadrato diversamente. Anzi, la “partecipazione alle elezioni” – tramite “cartelli” sempre meno credibili – è diventato un imperativo motivato soprattutto dalla brutale necessità di recuperare finanziamenti pubblici, per mantenere in vita una macchina (disorganizzata) e la gente che ne traeva di che vivere. E ancora non si sono spenti i fuochi di paglia – molto propagandistici – delle “vertenze” giocate intorno ai “licenziati” (da Liberazione e dalla stessa Rifondazione). Comprensibile, perché ognuno ha giocato il suo ruolo obbligato in una coazione a ripetere con forti motivazioni “materiali” (senza soldi pubblici o finanziatori privati è difficile far politica, lo sappiamo). Ma devastante fino all’annichilimento.

Questa è una constatatazione.

Ma nella popolazione italiana si è rotto oggi qualcosa. Dopo la tornata di febbraio ognuno l’ha capito, per subito metterlo tra parentesi. Oggi i “partiti di governo” si concentrano per celebrare se stessi, i propri “consensi popolari”, cercando di nascondere il crollo in cifra assoluta dietro percentuali comunque ballerine. I “grillini” si leccano le ferite, sorpresi dalla caduta quanto lo erano stati dall’ascesa. La loro “spinta propulsiva” sembra già esaurita. Lo spettro di Giannini e dell’Uomo Qualunque si staglia inquietante alle spalle di Grillo e Casaleggio.

Quello che si è rotto è il meccanismo della rappresentanza, o perlomeno il “modello di rappresentanza” che domina dall’inizio degli anni ’90. Un modello “di mercato”, per cui “partiti leggeri” (ovvero senza radicamento sociale e territoriale) si comportano come venditori di una merce (non a caso le campagne eletorali sono ormai obbligatoriamente appaltate a dei pubblicitari di professione). A fine rito si contano i guadagni (i voti) e si procede come prescritto dalla Troika o da altri centri di interesse.

A destra, questo schema corrisponde in qualche misura alla natura del “blocco sociale”, gente che ciede di non esser disturbata mentre si appropria più o meno legalmente di beni pubblici, appalti, subappalti, lavoro nero o precario, speculazioni edilizie, ecc. A far massa provvedono poi gli abbindolati massmediatici, avvolti in sogni davanti al teleschermo, oppure i dipendenti delle innumerevoli “clientele”.

Ma anche in “area Pd” il meccanismo è ormai metabolizzato, è simile. In fondo, quel che c’è da fare sul piano amministrativo viene deciso sempre altrove (a Bruxelles nel caso del governo nazionale, a Roma in quello della amministrazioni locali), e quindi le maggiori preoccupazioni del “politico” restano gli equilibri interni al proprio schieramento, l’arricchimento personale, la manutenzione attenta del pacchetto di voti che lo tiene a galla. Fiorito è il campione di una razza alquanto trasversale. Sel non è molto differente, se non per la parte che gli tocca recitare (“contenitore a sinistra”), del tutto speculare a quella della Lega (contenitore a destra).

Ma per chi pretende di rappresentare bisogni di mutamento sociale radicale lo schema deve obbligatoriamente essere un altro. Diciamola così: solo chi organizza conflitto può rappresentare strati sociali. Nessuno può più chiedere voti senza aver prima, per anni, svolto un ruolo di organizzazione sociale, politicamente orientata.

Facciamo un esempio. A Roma Sandro Medici era probabilmente il miglior candidato che “la sinistra” potesse trovare. Abbastanza conosciuto in città, a lungo consigliere comunale e presidente di Municipio, protagonista di molte iniziative amministrative controcorrente, sicuramente onesto e aperto al confronto, ecc. Eppure il risultato è disperante. Perché?

La campagna elettorale che gli è stata confezionata addosso era “molto sinistrese”, fatta di decine di appuntamenti nei luoghi sacri della sinistra romana, soprattutto di quella – diciamo così – da “ceto medio riflessivo”, fatta di giovani o vecchi “so tutto io” ma senza cognizione delle “viscere sociali”. Poche iniziative nei quartieri “pesanti”, da Tor Bella Monaca a Pietralata, da Casalotti al Laurentino, da San Basilio alla Bufalotta, ecc. Ma anche se ci fossero stati più “eventi” in questi luoghi pieni di “voti potenziali”, quale credibilità avrebbero potuto avere se – lì – non funziona più da anni un intervento politico-sociale al fianco di chi ci abita e/o lavora? Non è insomma un problema di facce da mettere sui manifesti, o di slogan “che funzionano”. È questione di presenza quotidiana nei problemi, di credibilità personale di centinaia o migliaia di militanti (non “iscritti”). Altrimenti, sul piano della pura “pubblicità elettorale”, chi ha più potenza finanziaria – vedi Marchini – farà comunque meglio di te.

Per questo è l’ora di una politica “radicale” radicalmente diversa. [email protected] sta muovendo i primi passi, ma deve temere come la peste i “riflussi esofagei” di sconfitte mal digerite. Deve irrobustirsi aggregando militanti nel conflitto, alimentarsi della loro saggezza da “maestri di strada”. E al tempo stesso – ma senza alcuna separatezza – concentrare conoscenza scientifica dei processi in atto. Le centinaia di compagni che “si sono sbattuti”, in questa come in tante altre deprimenti campagne elettorali, devono “semplicemente” cambiare modalità e tipologia del proprio impegno. Che è tanto, è serio, è utile. Ma non va più sprecato.

Vogliamo dar vita a una sfida alta, non riassemblare un “cartellino” in cerca di strapuntini.