Democratici con Monti, Iva inclusa

di Daniela Preziosi | da il Manifesto

 

bersani-w350Inizia da martedì il periodo di passione, più che altro in senso evangelico, per il Partito democratico. Il consiglio dei ministri ha annunciato per quel giorno il varo del primo pacchetto anticrisi, quello «impressionante» (espressione di dubbia interpretazione della cancelliera tedesca Merkel). E le polemiche di questi giorni, dentro il Pd, proprio sui temi economici, rischiano di piombare nelle aule parlamentari. Ieri Bersani ha messo le mani avanti: Monti non realizzerà «al 100 per cento» le cose messe in cantiere dal partito. I fedelissimi del segretario sono sicuri che il governo comunque non farà provvedimenti «impotabili» per il Pd, un partito che sostiene l’esecutivo fino ai limiti dell’auyolesionismo. Ma sempre ieri a Monza, alla conferenza sul lavoro autonomo, sono partite scintille fra Stefano Fassina e Enrico Letta. Fassina, il responsabile economico di cui i liberal chiedono la testa, ha avvertito che «l’aumento dell’Iva sarebbe iniquo e regressivo». Per il vice di Bersani invece il Pd «sosterrà il governo Monti e le manovre finanziarie che presenterà». Iva inclusa, è il caso di dire.

(Quello che pensa Letta di Monti, del resto, lo abbiamo appreso da un biglietto inviato da lui al premier: «Un miracolo», «Io e Letta abbiamo religioni diverse», ieri ha puntualizzato Nichi Vendola).

Da martedì, dunque, per il più grande partito dell’ex opposizione inizia l’ora della verità. Nel frattempo il coté bersaniano è impegnato nel complicato tentativo riempire il vuoto che si sta facendo intorno al segretario, mentre i suoi liberal corrono alla nuova corte di Monti. Così martedì a Roma, alla sede Pd, quello stesso Fassina flagello di Ichino organizza un seminario su (niente di meno che) «Il lavoro nella riflessioni della Chiesa di Benedetto XVI». Presente in forze buona parte dell’ala cattolica Pd, conclusioni di Franco Marini. Uno degli argomenti di studio è la proposta del Pontificio consiglio Justitia et Pax di un’autorità pubblica mondiale per la finanza e l’economia.

A iniziare dalle primarie del Lazio

Ora tutti le vogliono, ma fino a tre giorni fa non era così. E comunque le primarie del Lazio si faranno il 12 febbraio, ha annunciato ieri il commissario Vannino Chiti. Bersani ne avrebbe fatto volentieri a meno, a vantaggio di un accordo fra anime e big del Pd regionale (commissariato da un anno e mezzo) sul nome dell’ex presidente della provincia Enrico Gasbarra. L’accordo non si è trovato per merito – o colpa, con altri punti di vista – del bindiano Giovanni Bachelet, che in pratica si è opposto al modello Monti su scala regionale: ovvero un segretario che non passa per l’investitura popolare. A mettersi di traverso anche gli uomini di Franceschini e la sinistra di osservanza bersaniana. Insomma, a Roma si segnalano i nuovi disobbedienti contro quello che è apparso un inciucio dall’alto, al di là delle buone intenzioni di Gasbarra. Messaggio ricevuto? Forse sì, se immediatamente Zingaretti, il presidente della provincia che al Campidoglio non avrebbe rivali (e che pure aveva ‘incoronato’ Gasbarra) ha fatto sapere che le primarie saranno «strumento principale» per la scelta del candidato sindaco a Roma. A scanso inefficaci e autolesionisti accordicchi.