Dal voto regionale i rischi di una spirale reazionaria

di Francesco Valerio della Croce, Comitato Centrale PdCI

“Al bando il suffragio universale”. Spesso, ironicamente ma non troppo, nel corso degli anni, al susseguirsi di insuccessi elettorali della sinistra o comunque di risultati elettorali imprevisti da certi osservatori che, appunto, osservano la realtà ma da un comodo salotto e non nel vivo della contraddizioni e delle pieghe sempre più molteplici della società, si è ricorso a questa boutade. Tanto per dirne una, su facebook, luogo che sempre più ospita dibattiti e discussioni sulle prospettive politiche, ahinoi, la pagina “Abolizione del suffragio universale” conta circa 32 mila “mi piace”. Ironia si dirà. Certo. Ma, al fondo, simili uscite tradiscono una certa superficialità o persino un rifiuto di analizzare la realtà delle cose. Una realtà che, di per sé, diviene sempre più fluida e difficile da afferrare e rappresentare in uno schema di pensiero già definito, una realtà che pone di discussione molte certezze, soprattutto quando queste poggiano su basi fragili.

Questa premessa si attaglia bene, ad avviso di chi scrive, al susseguirsi di commenti de dato elettorale emerso dalle regionali di domenica scorsa. Le analisi proposte convergono, in particolare, su due punti, i quali risultano oggettivamente non contestabili: un picco d’astensione dal voto senza precedenti (hanno preso parte al voto il 38% degli aventi diritto in Emilia-Romagna ed il 44% in Calabria), con contestuale trasferimento, più che sensibile, del voto di protesta da Movimento 5 Stelle alla Lega Nord in Emilia e all’astensione in Calabria (M5S calabrese passa da 160 mila voti circa di maggio e 38 mila circa di domenica scorsa); in secondo luogo, un segnale di distacco dal governo Renzi, come risposta all’offensiva antipopolare lanciata da mesi di controriforme, riuscite persino a risvegliare nella CGIL tutta una conflittualità sindacale accesa.

PER UN’ANALISI PIU’ PROFONDA

Ma può fermarsi a questo un’analisi del voto, se non esaustiva, almeno generale? No. In particolare, il significato di questa astensione ed il suo rapporto con le sorti del governo paiono necessitare d’ulteriore approfondimento. Si è detto e scritto che l’astensione, a livelli mai registrati prima, marca un allontanamento tra i cittadini e Istituzioni, popolo e vita pubblica. E’ un parere che merita d’essere accolto, ma inquadrato in uno ragionamento più ampio: 25 anni quasi di attacco spinto alla Costituzione, alle organizzazioni partitiche quali strumenti associativi utili a concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (secondo quanto sancito dall’art. 49 Cost.) ed alla rappresentanza democratica e repubblicana attraverso leggi elettorali maggioritarie (che nelle loro specificità regionali esprimono “al meglio” tutte le peculiarità di questo tipo di sistema elettorale) hanno prodotto una trasformazione della partecipazione diretta delle masse alla vita pubblica ed al conflitto di classe espresso anche attraverso il voto, dapprima in una ritualità da espletare a date cadenzate ogni 5 anni, con una mutazione della funzione elettorale da diretta espressione della “sovranità popolare” (come all’art. 1 Cost.) a “delega di sovranità”. In più, la campagna martellante prodotta in questi anni (più che col benestare, bisognerebbe dire con spinto apporto d’avanguardia dei poteri forti massmediatici) contro la “casta” ed i suoi “privilegi” in maniera generalizzata, tanto da arrivare persino a porre in discussione la stessa legittimazione dei partiti ad esercitare una funzione rappresentativa e, dunque, legislativa, così come inquadrata in Costituzione ha prodotto, in una prima fase, la messa al bando della forma partito tradizionale la quale, più che archiviata per poca funzionalità rispetto al sorgere nella società di istanze nuove rispetto al Novecento, è stata ridotta ad impaccio impresentabile, ed oggi invece si giunge a registrate una diffusa percezione di inutilità ed impermeabilità dell’organizzazione politica in partiti rispetto alla vita dei cittadini-elettori.

Se è vero, dunque, quanto detto sopra, il picco dell’astensione certamente registra un distacco tra cittadini e Istituzioni (segnatamente, nel caso di specie, un segnale di distanza dalla funzione esecutiva rappresentata dal Governo ed una risposta alla sua politica “interventista”, sulla falsa riga dell’immagine che il Presidente del Consiglio sta costruendo di sè), è possibile, però, fare un passo in più e affermare che questo picco danneggia il governo Renzi e la sua politica? A parere di chi scrive, un’affermazione di questo genere non è sostenibile. Chiarisce molto già il commento dello stesso Matteo Renzi sul dato dell’astensione: “La non grande affluenza (stiamo parlando di poco più di un terzo degli aventi diritto recatisi al voto! Ndr) deve preoccupare ma è secondaria”. Questo afferma il capo del governo come riportato dal Corriere della Sera del 25 novembre. Da un lato, questa affermazione è in linea con l’immagine di “uomo del fare” e del “non preoccuparsi e fermarsi mai”, dall’altro questo commento chiaro e netto esprime in pieno un rischio evidente: quello rappresentato dalla stabilizzazione di un sistema politico formalmente legato a istituti tipici delle democrazie occidentali tradizionali ma che, de facto, si sostanziano in modelli primo novecenteschi in cui il bacino elettorale risulta assai limitato, a discapito delle masse popolari, con caratteristiche elitarie. Sarebbe sbagliato parlare di ritorni al fascismo ed, in generale, impiegare formulazioni propagandistiche (memori delle lezioni, a riguardo, di Palmiro Togliatti): si è in presenza di una restrizione di spazi di democrazia, che sono funzionali alle completa revisione su spinta reazionaria dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e d alla cancellazione del prodotto del conflitto novecentesco, vale a dire la fine dei diritti, dello stato sociale e di forme di equilibrio nella redistribuzione delle ricchezza. Ai cultori della battuta citata in premessa, andrebbe poi fatto notare che la restrizione del bacino elettorale ha prodotto nuovamente la vittoria di un Pd assestato su posizioni antipopolari (distinguendo, ovviamente il quadro politico territoriale e tenendo ben in conto la presenza di aree in cui il centrosinistra presenta profili politici molto più avanzati di quello nazionale) e un consenso tutt’altro che marginale per le forze moderate e di centrodestra. Ergo, non è con gli slogan e con la superficialità che si può cogliere il vero insegnamento di questa tornata elettorale: in Italia assistiamo ad un progetto forte di restrizione di spazi di democrazia, che tendono alla stabilizzazione (dopotutto, i risultati di astensione sono in linea ed in crescendo rispetto alle comunali ed ai ballottaggi di maggio-giugno). Di più, è necessario essere consapevoli che il rifiuto della partecipazione al voto, per un verso è legato ad una critica nei confronti dei provvedimenti del governo Renzi (in particolare contro il JobsAct, sulle riforme elettoral-istituzionali la sensibilità è scarsa, per non dire che l’accondiscendenza non è minoritaria), ma essa rappresenta una frazione non maggioritaria degli astenuti: il Corriere del 23 novembre scorso informava, a mezzo di un sondaggio, che il 50% dell’opinione pubblica non conosce nemmeno i contenuti minimi della riforma del lavoro. Il fenomeno va valutato, allora, con più profondità. Non può essere un ardire, perciò, sostenere che una parte consistente dell’opinione pubblica ritenga che l’operato dell’attuale governo e dell’attuale suo capo certamente non produca effetti ma non è detto che essa contesti nel merito le sue politiche. La critica mossa dunque a Renzi non starebbe nel merito delle sue politica, ma alla sua incapacità di superare ostacoli, lacci e lacciuoli, ora rappresentati da garanzie costituzionali, ora dall’opposizione interna del suo partito.

L’insegnamento di Togliatti ritorna prepotentemente sotto i nostri occhi: nelle venature della società italiana, già dal secondo dopoguerra, la tensione all’uomo forte, all’autoritarismo ed al corporativismo sono vive e vegete. La personalizzazione oramai totale della politica, gli stessi esiti favorevoli alle forze moderate e conservatrici sono lì a darne conferma.

LA FASE ATTUALE

Sulla base del tentativo di analisi sopra esposto, si può delineare una fase politica di “spirale reazionaria”. Con questa definizione, chi scrive intende mettere in luce che la situazione politica è sicuramente fluida e caratterizzata da grandi mutamenti politici e sociali, tanto quanto grandi sono gli sconvolgimenti in atto nel quadro capitalistico continentale e mondiale, ma queste trasformazioni, queste oscillazioni, questi flussi, sono risucchiati in un centro reazionario, che ha cominciato a generarsi già dagli anni Ottanta è che oggi si allarga a vista d’occhio. Una fase segnata da uno scontro molto forte a livello internazionale tra il capitalismo occidentale che sta disseminando il mondo di conflitti, guerre, sangue ed ancora nel pieno della propria crisi sistemica, e le forza che si oppongono al giogo della finanza internazionale e dei grandi interessi monopolistici. In Italia si assiste ad un braccio di ferro di notevole rilievo politico e storico: lo scontro che si sta consumando attorno alla riforma del lavoro rappresenta non solo il tassello decisivo attraverso cui sancire la sconfitta storica delle ragioni del movimento operaio italiano, ma diventa una prova decisiva per lo stesso Renzi e per il blocco politico costituitosi attorno a lui; una prova che, se superata, garantirà all’attuale Presidente del Consiglio il sostegno duraturo dei più forti poteri nazionali e sovranazionali (UE, Fmi, Ecc…).

LA SINISTRA E I COMUNISTI

In questo contesto, la sinistra politica giustamente evidenzia che la crescente disaffezione al voto si accompagna alla ripresa di una prospettiva conflittuale del sindacato, con la CGIL in testa. Questa può essere un’occasione preziosa: a partire da questa prospettiva di lotta, in cui si è chiamati ad una sfida frontale dall’avversario di classe, i partiti della sinistra hanno la possibilità di fare blocco comune, smettendo di delegare al sindacato quella che dovrebbe essere la principale preoccupazione proprio dei partiti legati al mondo dei lavoratori: dare una prospettiva politica ed una piattaforma programmatica al conflitto sorgente.

La stessa CGIL ha offerto contributi significativi su questo versante attraverso le proposte elaborate nel Piano del Lavoro, un testo del 2013, certamente da aggiornare e che presenta aspetti da approfondire, ma che rappresenta un buon punto di partenza per poter affrontare una discussione ampia ed uscire dall’angolo.

In questo momento, discussioni a proposito di “alchimie elettorali”, come giustamente le ha apostrofate Nicola Fratoianni, coordinatore naz.le di SEL, non possono e non devono essere l’ordine del giorno urgente. Di più: l’insistenza con cui queste argomentazioni sono poste nella discussione pubblica rischiano di dare una prospettiva perdente alla stessa battaglia contro il JobsAct (su questo, i tentativi da parte di governo e mass media di ridurre il conflitto promosso dalle organizzazioni sindacali ed in maniera più accentuata dalla FIOM-CGIL guidata da Maurizio Landini ad una “manovra” per la creazione di un partito di sinistra con lo stesso sindacalista a capo, dovrebbero metterci sull’attenti).

La sinistra può e deve unirsi a partire dalla lotta e dai contenuti che necessitano una discussione appassionata, franca e approfondita: l’euro, l’immigrazione, la riforma degli ammortizzatori sociali, il reddito minimo, forme di partecipazione dei lavoratori nelle decisioni aziendali, in generale il tema della programmazione e dell’intervento pubblico nell’economia, sono oggi alcuni dei nodi più importanti e che interessano una platea di interlocutori enorme. Si tratta di temi su cui vi sono alcune delle sfumature di discussione più interessanti a sinistra e su cui la discussione pubblica sta assumendo evoluzioni significative e degne di nota (vedasi, in particolare, quello a proposito dei destini dell’euro). E’ velleitario credere di poter avvicinare gran parte dei lavoratori e della povera gente che si è astenuta dal voto a partire da questi temi, più che sulle forme unitarie, sui nomi dei leader e sulle eterne colpe della sinistra che non capisce il mondo? Chi scrive crede di no. Chi scrive crede che questo sia l’unico modo per mettere la sinistra a contatto col mondo, nel tentativo di ristabilire la “connessione sentimentale” gramsciana con le masse e con i lavoratori, sempre più soli nella spirale della crisi senza fine e nella miseria totale. Chi scrive ritiene che questa pratica sia l’unica che permetterà alla sinistra di unirsi, a tutti i livelli possibili, nel rispetto delle diversità dei pensieri e delle organizzazioni e mettendo, per davvero, a fondamento dell’unità la ricchezza di proposte che possano convergere su di un punto: aprire una prospettiva nuova e spezzare la spirale reazionaria.

Per questo i comunisti, nella prospettiva di ricostruire il partito comunista e la sinistra di classe, devono lavorare e battersi.