Confusione elettorale

di Valentino Parlato | da il Manifesto del 11 settembre 2012

schede-elezioni1La data delle elezioni, praticamente è stata già fissata per il prossimo aprile e la campagna elettorale è già in avvio. Ma tutto ancora nella massima confusione, non solo sulla legge elettorale (conserveremo il porcellum?), ma anche e soprattutto sui programmi della sinistra. 

L’Unità di sabato scorso ha utilmente titolato: «Non ci serve un Monti-.bis». Bersani, domenica, alla festa di Reggio Emilia ha detto che il Pd «è pronto a guidare il governo» e che rifiuta «il governo delle banche». Bene, ma tutto questo resta piuttosto vago e anche impasticciato, con preoccupante attesa delle primarie, che sono – sempre a mio avviso – la negazione di un partito che abbia un funzionamento democratico. Ci pensate alle primarie nel Pci o anche nella Dc? 

E, tutto questo, come scrive Ilvo Diamanti su Repubblica di ieri, quando «l’unico vero orientamento che cresce è, non a caso, il disorientamento. Che allarga l’area grigia del non voto e dell’indecisione sopra il 45 per cento. Quasi un elettore su due». Una situazione che esige parole chiare e nette. 

«Deciderà il voto, non i banchieri» ha spiegato Bersani. Ma quale voto e come si impedirà ai banchieri di continuare a decidere? Quale netta discontinuità si annuncia rispetto alla politica di Mario Monti? Come in tutte le elezioni che non vogliono incoraggiare la continuità o l’astensionismo, già presente e forte, ci vuole un programma, che tiri fuori gli elettori democratici e di sinistra dalla palude dell’astensionismo, dalla convinzione che non ci sia nulla da fare e lasciare che le banche continuino a comandare. E’ quindi d’obbligo – per chi si dice ancora di sinistra – definire un serio e credibile programma di governo. 

L’Italia è in una crisi gravissima: cresce la disoccupazione e la miseria, è in corso un processo deindustrializzazione: la Fiat è ridotta al lumicino e quanti sono i nomi di prestigiose industrie italiane che non ci sono più? Dalla recessione non si esce senza il prodotto industriale. Il Pd dovrebbe presentare un programma serio sul quale impegnarsi. Lo Stato, ancorché col debito, deve ritrovare un ruolo positivo. Ricordando una storica crisi del passato, quella iniziata nel ’29, mi torna alla mente il positivo esperimento dell’Iri (Istituto ricostruzione industriale). Oggi non saranno certo i mercati e la finanza (quella che fa denaro con il denaro) a salvare l’industria italiana (pensiamo ai lavoratori dell’Alcoa venuti dalla Sardegna a Roma e a quelli dell’Ilva di Taranto). Oggi forse, ma più che forse, sarebbe necessaria la ricostituzione dell’Iri. 

Il Pd e Bersani, del quale ho stima e rispetto, se la sente di mettere ai primi posti nel necessario programma del suo partito un Iri adatto ai tempi nostri? Bisogna fronteggiare la disoccupazione e il motore industriale può servire anche a pagare il debito. Quel debito il cui divieto abbiamo follemente messo anche nella Costituzione.