Fmi, una poltrona che costa all’Italia 37 miliardi

di Marco Mostallino | da www.lettera43.it

Tanto spende il nostro Paese tra quota di voto e tranche di aiuti anti-crisi stipulati da Bruxelles

fmi sedeIl Fondo monetario internazionale costa allo Stato italiano 37 miliardi di euro. Soldi dei contribuenti che l’Italia versa in due modi: il primo attraverso la quota di partecipazione, che fino all’anno scorso ammontava a 5,43 miliardi e che, con l’ultimo decreto mille proroghe, è stata integrata con altri 8,1 miliardi fino a raggiungere il tetto di circa 13,53 miliardi stabilito dal board del Fondo e dai più recenti accordi tra governi.

IL PRESTITO ANTI-CRISI. Il resto dei quattrini finisce nel prestito che l’Italia concede all’Fmi per fare fronte alla attuale crisi mondiale: 23 miliardi e 480 milioni di euro.

Si tratta della tranche italiana di un prestito complessivo da 150 miliardi che i Paesi dell’Eurozona hanno stabilito di stipulare con l’Fmi durante il vertice dell’Eurogruppo tenutosi il 19 dicembre 2011. Un finanziamento che, ha osservato l’economista Giulio Sapelli a Lettera43.it, «è particolarmente doloroso, soprattutto ora. Ma queste sono le condizioni da rispettare quando si aderisce a un organismo internazionale».

NUOVI IMPEGNI PER OLTRE 30 MLD. Dunque, tolti i 5,43 miliardi già versati in passato, l’Italia ha assunto nuovi impegni con l’Fmi per un totale di oltre 30 miliardi da versare quest’anno, nonostante la gravissima crisi. 

Per dare l’idea, basta ricordare l’entità della manovra lacrime e sangue dell’esecutivo di Mario Monti: Imu, ticket, bolli e nuove tasse costeranno agli italiani, secondo le stime della Cgia di Mestre, circa 16 miliardi solo nel 2012, con un peso di circa 635 euro per famiglia.

Contributo erogato attraverso la Banca d’Italia

Questo salasso da 30 miliardi a favore del giudice delle economie nazionali, dell’organismo che impone tagli, politiche di austerità e paletti agli Stati e ai popoli, curiosamente però non viene contabilizzato.

L’impegno a pagare gli 8,1 miliardi di euro come aumento della quota, pur formalizzato lo scorso anno, era stato preso nel 2010 dal governo Berlusconi.

L’ARTIFICIO DI PALAZZO KOCH. Nella relazione sui rapporti tra Italia e Fmi che il Tesoro ha consegnato al parlamento nello stesso anno, si legge che «il contributo italiano sarà erogato dalla Banca d’Italia e non graverà sul bilancio dello Stato».

Un artificio da ragionieri, visto che i depositi di Palazzo Koch non sono risorse private bensì soldi pubblici o, comunque, gestiti dallo Stato. Una sorta di «fuori sacco» che non permette ai cittadini di capire le vere cause degli aumenti delle tasse né la destinazione ultima dei loro pagamenti. Basta non mettere nulla in bilancio e nessuno se ne accorge.

IL PESO DEL VOTO NON CAMBIA. Ma c’è di più. Pur avendo raddoppiato il proprio impegno economico, l’Italia resta sempre marginale all’interno dell’Fmi dove non vige il principio di «uno Stato, un voto». Il potere decisionale infatti è pari alla percentuale di quote versate rispetto al totale. Così, siccome tutti hanno duplicato le quote, il voto del nostro Paese continua a pesare per un piccolo 3,016%.

La trasformazione dell’Fmi: dalla crescita all’austerity

Costi italiani a parte, secondo Sapelli, il problema è che «negli ultimi 25 anni l’Fmi ha tradito la sua origine». «Il mondo non ha memoria», ha sottolineato l’economista, «altrimenti ricorderebbe che l’idea di creare questa banca mondiale nacque negli Anni 30 per far fronte alla grande crisi. A proporla fu il presidente francese Pierre Mendés France. Poi gli americani la fecero propria trasformandola».

NATO PER ORIENTARE LA SPESA PUBBLICA. L’Fmi in origine doveva favorire una politica di spesa pubblica e di orientamento degli investimenti diretti alla crescita.

Negli ultimi 25 anni invece si è andati incontro a una vera e propria deriva. I grandi economisti neokeynesiani che ne facevano parte sono stati sostituiti «dai nani di Harvard e Chicago, seguaci delle teorie neoclassiche», ha osservato Sapelli. «Così l’Fmi è diventato un istituto deflattivo che impone politiche di austerità a Paesi già in recessione, con gli effetti devastanti che tutti vediamo».

L’ECCEZIONE DI DSK. Solo Dominique Strauss-Kahn, ha fatto notare Sapelli, «aveva impresso una parziale inversione di tendenza Per questo credo che lo scandalo in cui è stato coinvolto non sia tanto legato alle presidenziali francesi (in cui era candidato socialista in pectore, ndr) quanto alla sua politica alla guida del Fondo. La signora Christine Lagarde, attuale direttore generale, è invece un avvocato d’affari e quindi ha riportato il timone nella direzione precedente a quella voluta da Strauss-Kahn».