Legge elettorale, tra bipolarismo e mutazioni genetiche

di Anna Migliaccio, Comitato regionale PdCI Lombardia

Riceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione

tessere elettorali timbroIl quadro politico degli ultimi due anni ha visto una serie di eventi di portata epocale, sui quali forse difettiamo dal riflettere a sufficienza.

Mutazioni genetiche profonde, probabilmente irreversibili, sono avvenute non solo nel PD, che con l’elezione di Renzi alla segreteria ha liquidato definitivamente ogni retaggio post comunista, ma anche a destra, dove da tempo si combatte una battaglia strenua per l’emancipazione da Berlusconi.

Gli eventi epocali a cui mi riferisco sono il governo Monti, la prima scissione dal PDL di Fini, l’emergere del Partito di Grillo, e poi, in sequenza cronologica, la rielezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica, la nascita delle larghe intese con Enrico Letta, la decadenza di Berlusconi, la seconda scissione del PDL di Alfano, la sentenza della Corte Costituzionale che ha soppresso il Porcellum, ed infine la conquista del PD da parte di Matteo Renzi.


Ora sul campo di battaglia ci sono la legge elettorale, le così dette riforme costituzionali, che potremmo tradurre renzianamente come progetto di rottamazione della Costituzione.

Sullo sfondo, un paese provato dalla grande depressione, messo a ferro e fuoco da una rinnovata strategia della tensione, i cui capobastone sono elementi di estrema destra, da Forza Nuova a Casa Pound, in grado di animare, dietro mentite spoglie, sedicenti movimenti dei Forconi e altre formazioni apparentemente apolitiche, prendendo in carico e manipolando tutto il possibile antagonismo presente nel Paese e spingendolo verso uno sbocco minacciosamente eversivo. Che torna assai comodo quando la politica sta lavorando ad un’involuzione autoritaria dell’assetto istituzionale.

Che c’è meglio di un uomo forte quando minaccia il caos? E’ un istinto ancestrale, che forse abbiamo ereditato dalle grandi scimmie antropomorfe.

Il primo Governo delle larghe intese, quello che comprendeva Berlusconi, non nacque forse col battesimo di uno sparo?

Oggi, Renzi e il nuovo PD renziano, spingono per modificare in fretta la legge elettorale. La notizia di stanmani è che la riforma è stata calendarizzata alla Camera, che forse metterà il turbo e che ha già suscitato allarme in una delle due componenti fondamentali del Governo: la destra di Alfano.

Che fai, ci cacci? Se fossi nei panni dei renziani non farei dello spirito con Quagliariello, perché sì, ebbene sì, qualcuno potrebbe arrabbiarsi sul serio e far saltare il banco prima che il sindaco d’Italia veda la luce.

La parola d’ordine con la quale Renzi ha vinto le primarie era: salvare l’assetto bipolare e maggioritario della politica del Paese.

Il modello di riforma elettorale che propone è il Sindaco d’Italia, cioè un sistema a doppio turno dove nella seconda fase si sfidano i primi due classificati.

Gli altri se ne vanno casa, squalificati. E’ chiaro che così si sa chi ha vinto, ma chi vince può anche rappresentare solo il 30% del Paese.

Ora, lasciamo pure da parte ogni considerazione sul fatto che sull’altare della governabilità, della stabilità, verrebbero definitivamente sacrificate la rappresentanza ed il consenso. Queste oggi sono nozioni superate. Anzi, populiste. A noi preme piuttosto capire quali sarebbero le conseguenze pratiche e politiche di un simile esperimento. E soprattutto provare a pronosticare chi vincerebbe, dando un’occhiata agli ultimi sondaggi Demopolis e IPR datati proprio oggi.

Prima, però, occorre fare qualche riflessione su quelle che sono state in questi anni le particolarissime caratteristiche del sistema bipolare in Italia; un sistema dove la parola bipolarismo piuttosto che evocare una caricatura ancora più brutta del già brutto modello anglosassone, richiama piuttosto il nome di una patologia psichiatrica, la sindrome bipolare, maniaco depressiva, quella che alterna fasi di delirio maniacale istrionico e fasi di depressione catatonica.

Se si vuole provare a diagnosticare lo stato clinico di questo quadro politico, e prevederne i possibili sviluppi così da assumere azioni lungimiranti, il quadro anamnestico va prima di tutto mantenuto insieme, in modo organico.

Credo che la visione organica sia essenziale a qualunque clinico.

I fatti epocali che abbiamo elencato più sopra vanno analizzati tutti assieme, perché nessuno di essi sarebbe stato possibile da solo, senza il verificarsi degli altri. Il bipolarismo di modello anglosassone, basato sull’esistenza di due sole forze politiche, è cosa radicalmente estranea alla storia e alla cultura politica del nostro Paese. E’ un vecchio vizio italico quello di assumere modelli esteri, e peggio ancora di assumerli quando i loro inventori li hanno già sperimentati trovandone le criticità e hanno magari già intrapreso la via di provare a riformarli. In Inghilterra il sistema bipolare è entrato parzialmente in crisi con l’arrivo di un terzo incomodo. In Italia le cose vanno altrimenti e in modo ancor più complesso. L’Italia è un Paese giovane, dove la nascita di uno Stato moderno unitario ha appena compiuto 150 anni a furor di polemiche e figuracce.

Il processo di unificazione e armonizzazione del territorio non si è mai totalmente compiuto. Anzi, ci pare che ad un certo punto quel processo unitario sia come abortito, e quel punto lo fissiamo esattamente nel momento in cui lo Stato ha smesso di esercitare intervento diretto e di programmazione sull’economia, quando, cioè, con la fine delle partecipazioni statali e l’avvento delle privatizzazioni, è definitivamente fallita ogni azione pubblica volta allo sviluppo del Paese e del sud, mentre il nord e il nord est cominciavano a subire il declino a causa delle delocalizzazioni seguite alla caduta del Muro di Berlino.

E’ là, in quel momento storico, che nel Paese sono resuscitate spinte secessioniste. E’ in quel momento che datiamo la fine della prima Repubblica, la nascita del berlusconismo, la crisi dei veri Partiti politici.

Ma quando la politica italiana si ammala di questa sindrome bipolare?

Quando Berlusconi dimostra di essere in grado di aggregare, annettere, risucchiare una serie di altre forze politiche di destra, nazionalista o secessioniste Tenere insieme tutto e il contrario di tutto, i fascisti patrioti e i secessionisti
padani. Il grande nord e il grande sud e ben vengano le grandi isole, soprattutto la Sicilia, fare una grande e davvero gioiosa macchina da guerra.

L’arte della guerra non è mai stata faccenda da romantici.

Dall’altra parte, la sinistra post-ideologica, e post comunista si lasciava sempre più attrarre dal modello americano. Maggioritario, antidemocratico, bipolare.

Del resto, che risposta si poteva dare alla polarizzazione berlusconiana dopo aver distrutto le basi sociali, culturali e democratiche che sorreggono i Partiti politici?

L’Ulivo di Prodi sembrò l’esperimento riuscito di un polo a sinistra, e riuscì effettivamente a sconfiggere Berlusconi nelle urne, usando la sua stessa strategia: mettere insieme tutti. Unire tutta la sinistra in un polo.

Poi sappiamo come è andata a finire. Prodi fu sconfitto, probabilmente con metodi eversivi. Ce lo dirà il processo di Napoli. Veltroni si impadronì del PD riuscendo in una volta sola ad espellere i comunisti dal Parlamento e a perdere le elezioni. Berlusconi e la Lega di Bossi videro in quella fase, cioè fino alla nascita del governo Monti, il massimo dello splendore e dello strapotere.

Quegli anni sono stati, a parere di chi scrive, anche espressione del massimo del malgoverno, della volgarità, dello sfilacciamento culturale e politico che questo Paese abbia mai sperimentato, tra il dito medio e il bunga bunga.

Tutto questo è il frutto amaro della sindrome bipolare e del Porcellum.

Il primo a ribellarsi è stato Fini, intuendo che la salvezza sarebbe venuta dalla messa in discussione del bipolarismo muscolare. Per quanto ci riguarda, togliamo pure l’aggettivo muscolare. Probabilmente oggi lo toglierebbe anche Fini. Magari sarebbe disposto a mettere in discussione anche le soglie di sbarramento, che sono certamente incostituzionali.

Ma i tempi per l’emancipazione della destra da Berlusconi non erano maturi.

Il Cavaliere possedeva ancora i mezzi per distruggere l’avversario, anche scatenando oscuri faccendieri e servizi segreti deviati.

Non che oggi egli abbia perduto proprio tutti quei mezzi, ma non c’è dubbio che i momenti cruciali, cioè le dimissioni, il passaggio nel purgatorio sacrificale del governo Monti, la sconfitta elettorale ed infine la decadenza da Senatore, lo abbiano quanto meno indebolito.

Tutto ciò è stato opera di una parte della grande borghesia, che taluni dei nostri compagni saranno pronti a considerare un nemico anche peggiore dello stesso Berlusconi. E’ possibile, ma è uno dei molti esempi dove i vantaggi vengono tratti dalle contraddizioni degli avversari. Ciò che difetta è la capacità di approfittarne.

I tempi per una destra non polare, non più incardinata su Berlusconi, interessata a costruire un progetto neo centrista con una parte del PD, sono stati maturi oggi. E il frutto è venuto a maturazione, con la scissione di Alfano.

Tutto questo è stato possibile perché il centro di Monti e il Partito di Grillo avevano già fatto saltare l’assetto artificiosamente bipolare del quadro politico alle ultime elezioni. Che cosa intendono fare ora i neocentristi, dopo la vittoria di Renzi sul PD e l’acceleratore schiacciato sulla riforma elettorale?

Senza la fine del bipolarismo, combattere Berlusconi era e rimane impossibile.

Ecco perché ritengo che tutti quegli eventi epocali stiano insieme in un grande affresco, ormai piuttosto chiaro, che la Renzomachia rende tuttavia incerto nel risultato finale. Simul stabunt simul cadent, riassettare per decreto la politica italiana su un sistema forzatamente maggioritario bipolare significa resuscitare Berlusconi e mandarlo, quasi con certezza matematica, nuovamente al Governo. Non lui, è chiaro, perché è ineleggibile, ma per esempio un prestanome, che potrebbe anche essere uno dei suoi figli. Questa volta da vero vincitore, con un sistema autoritario, legittimato a non sedersi ad alcun tavolo di discussione con altre forze politiche. Renzi appare assai ben disposto a pagare questo prezzo sull’altare di un bipolarismo maggioritario rafforzato dal doppio turno. Un sistema dove la sinistra sarebbe emarginata definitivamente dalle istituzioni. Tutta la sinistra. Così ben disposto da accordarsi con Grillo e Berlusconi per far passare una riforma che lo porterà quasi certamente a perdere le future elezioni, soprattutto se anticipate. Cioè ripetendo lo schema di Veltroni.

E’ ciò che ora vogliamo dimostrare. Prendiamo in esame i sondaggi di oggi sulle intenzioni di voto di Demopolis e IPR Marketing. Facciamo finta (è chiaro che è una simulazione) che essi permangano validi dopo la riuscita della riforma elettorale.

Vediamo che la destra, se fosse costretta a ripolarizzarsi con Berlusconi in un sistema bipolare a doppio turno starebbe su un complessivo 36,3%.

Potrebbe anche aumentare in caso di vere elezioni, vuoi con l’apporto di pezzi di centro, dove già si consumano scontri tra Monti e Casini, vuoi perché la polarizzazione a doppio turno spingerebbe i meno fessi dei piccoli partiti a non perdere tempo e polarizzarsi subito per garantire l’approdo al secondo round.

Grillo è dato al 21% dal sondaggio IPR di oggi. I suoi voti, in caso di ballottaggio con doppio turno confluirebbero sulla destra in larghissima maggioranza. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su quest’ultimo aspetto potrà fugarli nei prossimi mesi. La confluenza tra i due, Grillo e Berlusconi, all’opposizione del governo Letta, è già in atto e lo si vede con il comune sostegno dato al movimento dei Forconi.

Tra parentesi dirò che agli attenti osservatori non sarà sfuggito un braccio destro con un tatuaggio (l’effige di Mussolini) che si trovava ieri nella piazza dei Forconi, e qualche tempo fa sotto palazzo Grazioli a sostenere Berlusconi il giorno della decadenza.

Il polo di sinistra è dato al 36%, cioè già sotto rispetto alla destra;

Questo, naturalmente, se lo si considera come polo dove confluisce almeno SEL, che è un’ipotesi, non una certezza. Vendola ha già messo in conto questa ipotesi.

Molto dipende anche da ciò che accadrà nei prossimi mesi all’interno del PD.

Lo scontro è in atto, con la nomina della segreteria e del tesoriere.

Qualcuno si è già sfilato, e anche se non credo molto nell’ipotesi di scissioni, ritengo probabile un processo di progressivo svuotamento, come pronosticato da Massimo D’Alema. Perciò il PD potrebbe ambire al ballottaggio, ma non è certo che superi il primo turno. Al ballottaggio potrebbe arrivarci per assurdo anche Grillo, che a quel punto vincerebbe il secondo turno coi voti della destra.

Il sindaco d’Italia come il sindaco di Parma.

Se Renzi non è in grado di dare impulso ad un nuovo Ulivo, che aggreghi tutti, impegnato com’è sulle epurazioni e rottamazioni nel PD.

Se la sinistra, sfiancata, disgustata dopo anni di emarginazione e sconfitte, radicalizzata sempre più su posizioni massimaliste, tentasse di creare un polo autonomo al primo turno, sarebbe eliminata come avviene in Francia.

Poi non è detto che sarebbe disposta a regalare i suoi voti al PD di Renzi in un ipotetico secondo turno. Dopo la mutazione genetica anche questo va messo in conto. Del resto Hollande in Francia è l’esempio eclatante dei pericoli e dei mali di quel sistema elettorale: già a picco nella fiducia, dopo una breve esperienza di governo, con il terzo incomodo al bipolarismo che è l’estrema destra di Marine Le Pen. Un quadro assai fosco.

Vogliamo sperare, anche se è tristissimo dirlo, che la salvezza dalla sindrome bipolare, la pietra d’inciampo sul cammino della riforma folle di Renzi, arrivi per mano dei mesti, grigi, Enrico Letta e i suoi borghesi neocentristi. Cioè quegli stessi che sono riusciti, almeno in parte, nell’impresa di “smacchiare il giaguaro”.