La casa della democrazia

 di Giovanni Turris, Segretario PdCI Cinecittà sez.Gramsci-Berlinguer

costituzione resistenzaRiceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione

Le radici storiche e culturali della Costituzione italiana con il contributo del PCI, tra passato e presente. 

L’elemento fondamentale della Costituzione italiana così com’è stato sognato, progettato e realizzato fu l’unita’ nella diversità di pensiero che accomunava storie, tradizioni politiche e ideologie ben distinte, con certamente il sentimento dell’antifascismo; la Costituzione doveva diventare quindi la casa di tutti. Le sue fondamenta hanno radici precedenti ai diciotto mesi in cui fu elaborata; l’idea di un’assemblea costituente nacque durante gli anni dell’esilio forzato da parte del regime fascista, i capi delle forze politiche, coloro che sarebbero poi diventati i padri e le madri costituenti, elaborarono la necessità di collaborazione reciproca, mettendo da parte ogni aspetto ideologico pur di poter ridare piena libertà e dignità ad un popolo che ancora non aveva conosciuto l’orrore della guerra ma che già si poteva intuire. Nessuno si sarebbe poi potuto sottrarre, tutte quelle forze politiche che avevano liberato successivamente il paese dal nazifascismo. 

Durante gli anni del carcere Antonio Gramsci fu il primo che parlo di assemblea costituente, parole trasmesse attraverso i suoi quaderni e riprese poi da Palmiro Togliatti durante la resistenza. Egli scrisse: In oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e casematte, più o meno da Stato a Stato, si capisce, ma quest’appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale. Bisognava trovare parole e un ordine nuovo; la costituente secondo Gramsci doveva diventare un grande momento per parlare alle masse, anche le più lontane, essere i protagonisti di questa stesura, anche perché i limiti degli altri partiti che avrebbero altrimenti elaborato solo riforme parziali, bisognava smascherarli, sottoponendoli ad una critica totale. Come ben abbiamo visto nella storia dell’Italia repubblicana fu il PCI ha utilizzare più di chiunque altro la Costituzione come programma politico, economico e sociale. Repubblica e costituente dovevano diventare le soluzioni sia per il problema del nuovo assetto dello Stato, quanto quello della democrazia operaia. La costituente doveva rappresentare l’inizio di una lotta rivoluzionaria, i desideri, le ribellioni, la volontà di milioni di persone da portare dalla nostra parte. Non dovrà più essere un’illusione ma un fatto compiuto. Da queste parole nacque la nuova strategia di Togliatti, la classe operaia e le masse lavoratrici di avanguardia possono trovare per arrivare a sviluppare la democrazia, strade nuove, diverse rispetto quelle che sono state seguite fino a quel momento; serviva un partito nuovo di massa e nazionale, non propagandistico, con un programma preciso per tutti i problemi della vita nazionale, di governo. Vengono poste queste basi al V congresso del PCI con un patto di unità nazionale senza distinzioni di razza, le convinzioni filosofiche e fede religiosa (comunisti, socialisti, cattolici). Sulla questione religiosa fu evidente lo sforzo di far uscire una grande parte dell’elettorato comunista dall’isolamento ideologico e a tal proposito furono due i casi più significativi: il primo fu la stesura dell’articolo sette in cui Togliatti sorprese tutti, compresi vari dirigenti del PCI stesso, approvandolo; fu quello che accolse i Patti Lateranensi siglati da Mussolini tra Stato e chiesa. Fu un articolo posto tra i principi fondamentali della nuova Repubblica; Togliatti per l’appunto affrontò la questione cattolica con grande responsabilità, tenendo conto di centinaia di migliaia d’iscritti al suo partito, tagliando il vecchio elemento anticlericale. Il secondo elemento fu un manifesto del 1946 in cui si affermò che il PCI non era un partito ateo, non poneva l’ateismo come condizione per iscriversi e di come la sua maggioranza d’iscritti era di fede cattolica e praticante, evidenziando inoltre una ferma condanna a ogni forma d’intolleranza religiosa e anticlericale. Questi due elementi avrebbero accelerato nel corso dei successivi trenta anni quel processo di compimento del PCI all’interno dei movimenti operai cattolici. A testimoniare questo fu il grande balzo in avanti del PCI che passo dal 27,2% del 1972, arrivando al 34,4% del 1976; fu uno dei grandi meriti di Enrico Berlinguer ma questo processo cominciò certamente dal partito nuovo elaborato da Togliatti e ancor prima dall’egemonia culturale e politica di Gramsci. Tornando indietro nel tempo e agli anni del regime fascista, Gramsci elaborò una grande lezione in cui occorreva mutare la società interpretando la storia d’Italia e l’evoluzione dei gruppi dirigenti, cambiare il rapporto tra intellettuali e popolo, una grande iniziativa culturale, cambiare radicalmente il pensiero di cultura che diede vita al fascismo, una democrazia di massa. Partiti così diversi tra loro, partecipi per un momento così decisivo per il futuro del popolo italiano e per le generazioni successive, dalle masse lavoratrici, la classe operaia, contadini, braccianti, impiegati, studenti, avevano l’obbligo etico e morale di trovare una convergenza totale, e così fu. Uno dei concetti principali di Togliatti tratto dal discorso dell’11 marzo 1947, era che la dignità della persona umana doveva essere il fondamento dei diritti dell’uomo e del cittadino. Questo passaggio non poteva creare alcun ostacolo e di adesione tra le diverse anime della costituente, in particolare con la corrente solidaristica cristiana e la priorità era quella che bisognava far uscire l’Italia dalla guerra instaurando le libertà democratiche. 

Così nacque uno spirito del tutto nuovo all’interno del lavoro dell’assemblea costituente, il momento più alto dell’intera storia d’Italia per quanto riguarda l’unita’ nazionale, nonostante le discussioni aspre e gli scontri ideologici. Si può fare l’esempio di una mattinata di lavoro, piena di dubbi e contrasti, dove tutto veniva messo in forte discussione, però poi si arrivava alla sera, con un lavoro portato al suo compimento, il quale portava la firma di una sola mano, affermando il concetto dell’unita’ nella diversità di pensiero, per un bene superiore; la Repubblica degli Italiani. Fu un evento eccezionale dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale e dopo oltre un ventennio di fascismo, con un paese coperto da cicatrici e ridotto allo stremo; la produzione agricola era dimezzata, quell’industriale ridotta a un terzo e i servizi pubblici come strade e ferrovie non funzionanti. Un Popolo intero però poteva finalmente parlare dopo oltre venti anni di silenzio e soprattutto per la prima volta le donne avevano la possibilità di partecipare alle operazioni di voto che avrebbe eletto l’assemblea costituente, formata non solo da uomini ma per l’appunto anche da donne. Spetterà alla costituente scrivere la nuova Costituzione; giuridicamente il popolo non aveva una casa dopo il crollo del fascismo. Il popolo non poteva vivere se mancava una piattaforma che segnava i limiti dei rapporti di ciascuno, delle istituzioni di una potestà che non indichi questa casa costituzionale e dove esso poteva sentirsi al sicuro. Questo grande e decisivo passo fu deciso il 21 aprile 1944, quando l’Italia era ancora divisa in due e con Roma occupata dai nazisti. Durante la resistenza lo statuto del regno era morto, ma ancora vigente; si può fare l’esempio di quando si elabora una nuova legge, ma non è ancora stata approvata, quindi la vecchia legge mantiene tutto il suo potere. Una caratteristica del vecchio statuto, quello Albertino, fu quella di rivolgersi alle persone non con l’appellativo cittadino ma suddito. Con la Repubblica cambia il rapporto tra cittadini e Stato. Al termine della resistenza che libero il Paese, quasi tutto era distrutto dalla guerra, tuttavia il morale degli italiani era alto, erano sopravissuti e volevano rimboccarsi le maniche, consci che dopo aver toccato il fondo tutto poteva migliorare; è vero non c’era da mangiare, ma dopo oltre venti anni c’era di nuovo la libertà di parola. La nostra Costituzione doveva essere diversa da tutte le altre, in cui il mondo del lavoro e la dignità dei lavoratori doveva diventare il suo perno, con un profilo nettamente antifascista, in cui la sovranità doveva partire dal basso e non scendere dall’alto e che garantisse piena dignità a tutti i cittadini. Come differenziare la carta costituzionale dalle altre come ad esempio quella individualista? Bisognava affermare sì i diritti individuali, quelli sociali, ma anche i diritti intermedi come quelli della famiglia e la comunità internazionale. Nella prima seduta del 25 giugno 1946 Piero Calamandrei disse che questo progetto di Costituzione non era l’epilogo di una rivoluzione fatta, ma il preludio, l’annuncio di una rivoluzione in senso giuridico e legalitario ancora da fare. Il motto introduttivo era quello di una rivoluzione da fare con la legge. Umberto Terracini disse: non c’e alcun dubbio che la Costituzione come corpo nel suo complesso mira a una totale trasformazione in senso democratico e progressivo dello Stato, al godimento delle libertà da parte dei cittadini senza limiti che non fossero giustificati dalla stessa necessità della loro applicazione. La Costituzione come primo atto doveva restituire tutti i diritti che le grandi masse lavoratrici avevano conquistato prima dell’avvento del fascismo. 

Bisognava partire con il piede giusto e così l’articolo numero uno della Costituzione, dopo diverse proposte fu approvato il 22 marzo 1947. La prima parte recita il passaggio di una Repubblica democratica fondata sul lavoro; fu un principio del tutto nuovo e che la differenziava dalle altre costituzioni in Europa. La stesura di questo primo articolo fu un percorso lungo e non semplice; il nuovo assetto repubblicano doveva, anzi aveva l’obbligo di mettere in condizioni i cittadini a un’esistenza dignitosa. Bisogna però affermare che le prime proposte di articolo non contenevano riferimenti al lavoro; la bozza del novembre 1946 affermava che lo Stato italiano è una Repubblica democratica di stampo liberale, tuttavia alcuni padri costituenti come Togliatti e Aldo Moro proposero sin da subito di aggiungere un riferimento al lavoro e ai lavoratori. Successivamente i partiti di sinistra (comunisti e socialisti) con a capo gli stessi Togliatti e Pietro Nenni proposero il seguente articolo: L’Italia e’ una Repubblica democratica di lavoratori. Questo emendamento fu battuto per pochissimi voti. Non dimentichiamo, infatti, che Socialismo e Comunismo tendono a una piena valutazione della persona umana, ritenendo che non si possa realizzare se non quando saranno spezzati definitivamente i vincoli della servitù economica che allora quanto oggi opprimevano e comprimevano la grande maggioranza degli uomini e delle donne: i lavoratori e le lavoratrici. Alla fine fu decisivo dopo una serie di proposte, quella di Amintore Fanfani che propose quello che poi è diventato il testo definitivo, approvato dagli stessi Togliatti e Nenni, con definizione di Repubblica, concetto di sovranità e centralità del lavoro come condizione fondamentale; doveva avere allo stesso tempo un contenuto concreto ma anche uno stile chiaro e diretto. Il lavoro era la base democratica e non il privilegio. Fu molto efficace anche il pensiero di Giorgio Amendola che disse: se credete nel lavoro, proclamatelo nella prima riga del primo articolo della Costituzione; avrebbe un grande significato e illuminerebbe i nostri lavori all’interno dell’assemblea costituente, permetterebbe a tutti noi di affrontare insieme e con grande spirito di unità le difficoltà che andremmo certamente a incontrare durante la stesura degli articoli successivi. Certamente la stesura dell’articolo uno fu un passaggio fondamentale della nuova carta costituzionale; anche i socialdemocratici e gli azionisti erano favorevoli all’affermazione fondata sul lavoro, bisognava onorarlo e promuoverlo. La prima parte della Costituzione sarà alla fine composta di una serie di diritti, una lista per cittadini: vanno certamente ricordati alcuni articoli come ad esempio il terzo in cui Giorgio La Pira, Lelio Basso, gli stessi Togliatti e Moro consideravano tra i più importanti, in particolare la seconda parte che si differenzia da tutte le costituzioni occidentali, quelle che si preoccupavano solo di diritti formali ma non come poterli realizzare. Bisognava in sostanza rimuovere ogni disuguaglianza economica e sociale e mettere in condizioni reali i cittadini a svolgere il proprio ruolo all’interno della società. Altri articoli da prendere in grande considerazione sono quelli che affermano la libertà personale e il domicilio sono inviolabili. Una novità assoluta fu la libertà di riunione e di pensiero, negato con il fascismo ma anche prima del fascismo stesso. Il diritto a manifestare, associarsi e riunirsi sono elementi fondamentali dei rapporti civili; vanno certamente ricordati alcuni articoli dei rapporti etico – sociali come il diritto alla famiglia, la tutela alla salute, l’arte, la scienza e in particolare la scuola con l’opportunità’ di chi privo di mezzi e meritevoli di poter accedere ai gradi più alti degli studi. Molto importanti sono i rapporti economici che garantiscono il diritto al lavoro, a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa, diritti riservati ai lavoratori quanto alle lavoratrici. La prima parte della Costituzione termina con i rapporti politici che affermano il diritto al voto, ad associarsi liberamente ai partiti, rivolgere petizioni alle camere per chiedere prevedimenti legislativi o esporre comuni necessità e di essere fedeli alla Repubblica, osservando la Costituzione, le sue leggi e i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempiere queste responsabilità, con disciplina e onore. Infine sulla seconda parte della Costituzione che parla dell’ordinamento della Repubblica, dal parlamento al presidente della Repubblica, il governo, la pubblica amministrazione, la magistratura, le regioni, province e comuni e la corte costituzionale, sono stati consumati negli ultimi anni accesi dibattiti sulla revisione di questi articoli tra cui l’articolo 138, affermando certamente che da oltre venti anni si e’ fatto di tutto per stravolgere la carta, a cominciare dalla forma di governo parlamentare stabilità dalla Costituzione stessa, incompatibile con le esigenze del capitalismo nell’attuale fase dell’ imperialismo transnazionale e delle esigenze dell’economia di mercato. 

Dall’assemblea costituente nacque un impianto complessivo che contrasta l’imposizione di politiche neoliberiste proprie dell’attuale fase del capitalismo finanziario e dell’Unione Europea nata sulla base del trattato di Maastricht; ma l’attività della costituente elaborata dai comunisti e dai partiti antifascisti che ispirò l’intero impianto rende tutt’oggi difficile questo smantellamento. La Costituzione nel biennio 1946-47 fu il condensato di una strategia politico-sociale imposta dai partiti di massa in nome di un’ideologia antifascista, con la forte importanza della forma di governo parlamentare, della centralità del parlamento che presupponeva un sistema elettorale basato sul proporzionale puro senza sbarramenti, con le preferenze e di conseguenza nessuna lista bloccata cosi da esprimere la piena rappresentatività della società italiana.

Questa lunga tradizione lasciata in eredità dai padri e dalle madri costituenti è una lezione morale per tutte le forze politiche democratiche di oggi, la storia di chi ha combattuto e salvato l’Italia dal fascismo, dalle tentazioni autoritarie e difendendo sempre con coerenza gli interessi del popolo italiano, con grande merito dei comunisti; i temi del lavoro, della pace, dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà sociale conservano un ruolo di primissimo piano e di forte attualità. La storia presente deve continuare ma quella passata non può essere dimenticata; L’Italia e il suo popolo hanno ancora bisogno della Costituzione entrata in vigore il 01 Gennaio 1948.

Fonti consultate:

Materiale audiovisivo:

Istituto Luce: dalla caduta del fascismo alla Repubblica (1943-46);

Istituto Luce: i primi anni della Repubblica (1946-1963);
Istituto Luce: storia della prima Repubblica;
La storia siamo noi: la nascita della Costituzione Italiana;
La storia siamo noi: la storia del PCI;
La storia siamo noi: biografia di Antonio Gramsci;
La storia siamo noi: biografia di Palmiro Togliatti;
La storia siamo noi: biografia di Aldo Moro;
La storia siamo noi: biografia di Pietro Nenni;
Correva l’anno: biografia parallela Togliatti e De Gasperi.

Materiale bibliografico:

Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, edizione critica 1975;

La politica di unità nazionale dei comunisti – Palmiro Togliatti Robin edizioni;
Storia della prima Repubblica – Franco Cangini, tascabili economici Newton;
Costituzione della Repubblica Italiana – a cura del comitato per la difesa ed il rilancio della Costituzione – Roma;
Discorsi alla Costituente, Roma, Editori Riuniti, 1958;
Rivista Marx21 numero Settembre 2013.