Io so: alcuni spunti di riflessione

di Fulvio Rossi

ioso ingroiaUna selezione di temi e questioni richiamati nel volume «Antonio Ingroia. Io so» di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Milano, Chiarelettere, 2012).

Alle radici della trattativa

Tutto ha inizio nel 1987. La sentenza di primo grado del maxiprocesso, 16 dicembre 1987, è infatti «il primo segnale di una serie di sintomi di indebolimento del patto stabile che, dal secondo dopoguerra in poi, si era saldato tra il sistema criminale e un pezzo del sistema politico-istituzionale» (p. 21). Un indebolimento di cui Cosa nostra sembra tuttavia esser consapevole già da qualche tempo: le elezioni politiche del 1987, 14 giugno, avevano visto infatti un disimpegno dell’organizzazione malavitosa nei confronti della Dc: a beneficiarne «il Psi e il Partito radicale». Più che di un investimento politico su questi partiti si trattò in realtà di una “punizione” inflitta alla Dc, «una «provata», come si dice a Palermo, ovvero una dimostrazione del proprio potere di influenzare l’esito delle urne». (pp. 26-27) Il patto entra tuttavia in crisi, in primis, per ragioni internazionali. Il progressivo sgretolamento del Muro di Berlino «fa crollare la legittimazione di Cosa nostra in chiave anticomunista». (p. 21) Vi sono poi altri fattori altrettanto importanti: «una più incisiva azione della magistratura antimafia» e «una nuova sensibilità etica, promossa dalla cultura del Paese, che ha reso l’opinione pubblica più attenta, più vigile rispetto al fenomeno mafia» (p.21). [1]


Cosa nostra a questo punto si adopera con tutti i suoi mezzi per arrestare l’iter processuale del maxiprocesso: il 9 agosto 1991 Antonio Scopelliti, titolare della pubblica accusa in Cassazione per il maxiprocesso, viene ucciso. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma le condanne di primo e secondo grado: «è la definitiva consacrazione del fallimento della copertura politica a Cosa nostra» che reagisce dichiarando guerra allo Stato e scatenando la sua strategia stragista. L’omicidio di Salvo Lima, 12 marzo 1992, «azzera le relazioni con il blocco di riferimento, scatenando il panico nel mondo politico». (pp. 26-27) Diverse fonti confermano la presenza in questa fase di una «black list» di politici condannati a morte da Cosa nostra. La trattativa quindi non inizia in seguito alle stragi di Capaci e via D’Amelio ma «subito dopo l’omicidio Lima». (p. 39) Ad avviare il dialogo con Cosa nostra sono alcuni dei protagonisti della Prima Repubblica. In primo luogo Calogero Mannino «che si attiva per sponsorizzare e avviare quest’iniziativa», egli si muove «relazionandosi sia con la struttura dei carabinieri, sia con la struttura della polizia». (p. 28) Una volta avviata la trattativa, Mario Mori del Ros da una parte e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino dall’altra, «lo Stato si attiva per rimuovere tutti i possibili ostacoli al negoziato». (p. 29)

La trattativa iniziata nel ’92 con il generale Mori, «avallata nel ’93 dai massimi esponenti istituzionali come Scalfaro, Mancino e Conso», secondo gli inquirenti, si sarebbe conclusa nel ’94 quando Berlusconi, da presidente del Consiglio, «accetta la proposta che gli fa Dell’Utri per chiudere la trattativa, accetta cioè le richieste del boss Bernardo Provenzano e sigla un patto di «non belligeranza» con Cosa Nostra». Quello siglato da Berlusconi è quindi «un patto di tregua»: «una dichiarazione da parte dello Stato ad accogliere vie d’uscita pacifiche per risolvere la questione mafia» (p. 77).

Tra il ’92 e il ’93, in definitiva, l’Italia rischia il golpe: è lo stesso presidente Ciampi ad averlo esplicitamente denunciato. La stagione delle stragi ha quindi rappresentato «il momento più rischioso per la tenuta delle istituzioni democratiche di tutta la storia italiana. Un sistema di interessi criminali potentissimi ha agito sinergicamente per abbattere le istituzioni». (p. 99) Le stragi sono state quindi «la premessa necessaria», il secondo passo era «la ristrutturazione del rapporto dialettico con la politica» (p. 19)

La cornice eversiva

La trattativa tra lo Stato e Cosa nostra si inserisce in una più ampia cornice investigativa quella tracciata all’interno dell’indagine, conclusasi con un’archiviazione, denominata «Sistemi criminali». L’indagine, esaminando «un arco temporale che partiva dalla seconda metà degli anni Ottanta e arrivava sin quasi alla fine degli anni Novanta», «aveva individuato un sistema criminale non mafioso, costituito da vari settori della classe dirigente del paese: massoneria deviata, finanza criminale, destra eversiva e frange dei servizi segreti». Una lobby al cui vertice era Licio Gelli, il Gran Maestro della P2. La grande intuizione dell’indagine «era data dalla capacità di vedere per la prima volta la coesistenza di tanti sistemi criminali dentro un Sistema criminale complesso», non vi era tuttavia «un rapporto gerarchico tra organizzazione militare e livelli superiori», non vi erano cioè quarti o quinti livelli. I protagonisti di quell’indagine, non a caso, riappariranno negli anni successivi in altre indagini: «le versioni odierne delle varie P3 e P4, e «cricche» annesse, stavano già in quel coacervo di relazioni illecite individuate da «Sistemi criminali»» (p. 24).

Nel momento in cui salta la copertura politica di Cosa nostra, 1987 – 1992, la medesima esigenza di «ristrutturare il rapporto con la politica» viene avvertita anche «all’interno di quel mondo (massoneria, finanza e imprenditoria criminale, destra eversiva) non necessariamente mafioso». Si crea così «una convergenza di interessi tra questi sistemi di illegalità che si ritrovano ad avere il medesimo obiettivo: rifondare il rapporto con la politica, rifondare la politica». (p. 25)

Dopo l’89 quindi, secondo questa ricostruzione, «la finanza criminale legata alla destra eversiva e a Gelli, analizzata la crisi del vecchio sistema istituzionale e il crollo di Dc e Psi, cerca di imporre un nuovo soggetto politico per impedire in Italia l’avanzata dei comunisti e la loro affermazione». Questo gruppo criminale – «che è un pezzo di classe dirigente» – si affianca quindi a Cosa nostra, che vuole vendicarsi per il «tradimento» della politica, «nell’ideare e portare termine il piano stragista». Subito dopo l’omicidio Lima, Dell’Utri ingaggia così Ezio Cartotto a cui affida lo studio di fattibilità del nuovo partito: Forza Italia. Dopo la morte di Falcone e Borsellino crolla il vecchio sistema politico, dalle sue ceneri emerge un leader: è un imprenditore iscritto alla P2, si chiama Silvio Berlusconi. (p.55)

Un ruolo chiave in questa vicenda viene rivestito proprio dal futuro senatore Marcello Dell’Utri, un cosiddetto «uomo-cerniera», dal momento che la sua azione si colloca tra «il mondo della mafia» e «il mondo della massoneria». (p. 65) Costui, dapprima, «è il portatore degli interessi finanziari della mafia nel Nord Italia», successivamente «diventa anche il portatore degli interessi politici di Cosa nostra». E’ lui infatti a sponsorizzare l’idea del nuovo soggetto politico, Forza Italia, un partito «nato anche da un’ispirazione di favore rispetto agli interessi di Cosa nostra». (p. 21) Di questa sua idea, secondo Cartotto, Berlusconi inizialmente non era nemmeno consapevole. L’ipotesi è che «Dell’Utri stava costruendo i presupposti affinché nascesse questo nuovo partito, come nuovo punto di riferimento per Cosa nostra, per il quale poi convinse Berlusconi a scendere in campo». (p. 79)

Il fortissimo ascendente di Dell’Utri su Berlusconi nasce proprio dal fatto che il futuro senatore è «l’uomo di Cosa nostra» (p. 81). «L’origine e soprattutto la causa dei numerosi versamenti che nell’arco di dodici anni (dal 2000 ad oggi) Berlusconi ha fatto a Dell’Utri», per un totale di circa quaranta milioni di euro, va quindi individuata in questo contesto. «L’ipotesi che Dell’Utri sia stato (e abbia continuato a essere fino ad oggi) un collettore di capitali anche e per conto di Cosa nostra è ancora in piedi». (p. 82).

I termini dell’accordo: la legislazione antimafia

La risultante dell’accordo tra Stato e Mafia «è contenuto nella legislazione nazionale che da quel momento [1994] appare coerentemente orientata a favorire costantemente gli interessi mafiosi». (p. 77) A dispetto delle diverse maggioranze di governo che in questo ventennio si sono alternate in Italia anche nella breve parentesi di centrosinistra «il clima politico culturale è rimasto lo stesso, e il caso vuole che le leggi che hanno finito per favorire più direttamente il sistema mafioso siano state emanate proprio in queste parentesi», la legge sui collaboratori di giustizia su tutte. (p. 94)

Tra il ’92 e il ’96, in tema di contrasto alla criminalità organizzata, Ulivo e Polo della Libertà esprimono una perfetta corrispondenza d’opinione in senso garantista. Il 23 dicembre 1996, governo Prodi, il centrosinistra e il centrodestra decidono in parlamento la chiusura delle carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara; il 7 aprile 2000, con un decreto-legge, «il governo di Massimo D’Alema allarga la fase di applicazione del giudizio abbreviato, modificando il regime della custodia cautelare» (p. 96 N.d.AA) , il decreto – di fatto – abolisce l’ergastolo; nel 2000/2001 viene approvata la legge sui collaboratori di giustizia. In definitiva «anche con i governi di sinistra viene consacrato un clima di minore vigilanza». (p. 97)

In particolare nel ’96 nei riguardi del governo Prodi vi erano «aspettative e speranze sul fronte della lotta alla mafia», «ci si aspettava il salto di qualità nell’azione antimafia, e quel salto non vi fu». (p. 97) Borsellino a riguardo spiegava che «il nodo della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia». (p. 56)

1 «L’opposizione politico-sociale più decisa alla mafia fu sferrata proprio negli anni in cui il movimento operaio e il Partito comunista erano più forti e più diffusi sul territorio». (p. 91) Oggi si risente inoltre dell’assenza di una figura di «intellettuale veramente indipendente» (p.121). Permane infatti un «generale conformismo politico-culturale». (p. 123)