Costituzione e Resistenza: le radici del nostro vivere civile.

di Barbara Mangiapane, direzione nazionale Partito dei Comunisti Italiani

costituzione resistenzaRiflessioni sulla Festa della Liberazione*

*Orazione ufficiale per le celebrazioni del 25 aprile 2013 a Stradella (PV) – alla vigilia della manifestazione in difesa e per l’attuazione della Costituzione ripropongo questa riflessione sulla Resistenza e la lotta di Liberazione.

Oggi noi non celebriamo solo una giornata, nè i due anni della guerra partigiana di Liberazione. Noi oggi celebriamo una storia lunga quasi 100 anni, quella storia che inizia a Milano il 23 marzo 1919 con la  nascita del Partito Fascista, come continuazione dei Fasci d’Azione rivoluzionaria, sorti nel 1915 sempre per iniziativa di Benito Mussolini per sostenere l’entrata in guerra dell’Italia. 

Una storia che arriva fino ai giorni nostri, all’Italia del terzo millennio.


Insieme al fascismo nasce anche l’antifascismo, e mentre il primo conquista il potere e si trasforma in regime, ha inizio anche la lotta per la Liberazione: il 25 aprile 1945 e la guerra partigiana seguita alla caduta del regime possono essere compresi solo ripensando ciò che è avvenuto nei decenni precedenti e ciò che avverrà successivamente e che sta avvenendo tuttora.

L’antifascismo inizia a Milano il 15 aprile 1919, quando i fascisti incendiano la sede milanese de L’Avanti; a Viareggio il 16 maggio 1921 quando Nieri e Paolini, due maestri d’ascia e calafati, vengono uccisi dai fascisti; a Stradella il 18 maggio 1921, quando Eugenio Fanoli cade vittima delle violenze fasciste. Insomma, la Liberazione dal fascismo ha inizio nel momento in cui un solo uomo ha il coraggio di opporsi alla violenza fascista di quei primi anni, perché in qualche modo quegli uomini e quelle donne avevano intuito, se non compreso, la natura del fascismo e avevano scelto di stare dalla parte della libertà e della giustizia, mentre altri, classi dirigenti comprese, rimanevano ciechi per non dire complici.

E deve far riflettere il fatto che il primo obbiettivo del fascismo è stato il mondo del lavoro, le sue organizzazioni sindacali, i partiti di massa che si erano ormai strutturati e avevano cominciato ad irrompere sulla scena politica. Ma anche il mondo intellettuale che quel mondo cercava di comprendere e soprattutto la libertà di stampa. 

Questo legame, tra negazione dei diritti e della dignità del lavoro e fascismo, è importante perché Liberazione significa emancipazione economica, sociale, culturale e politica, o, per traslare la celebre definizione che Kant diede dell’illuminismo, l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità. Non può esservi libertà, diceva Sandro Pertini, il mio, il nostro Presidente, senza giustizia sociale e senza eguaglianza: la libertà formale non è altro che un ipocrita simulacro se chi la dovrebbe esercitare non è materialmente e culturalmente libero, se è legato per la propria sopravvivenza materiale e per schemi subculturali a potentati e padroni, se ciò che dovrebbe essere rivendicato come un diritto, viene supplicato come un favore, una prece. 

Ecco perché il fascismo nella sua non – ideologia colpisce duramente il mondo del lavoro, coloro che vivono del proprio lavoro, e colpisce le sue organizzazione sindacali e politiche fino a ridurle alla clandestinità. Quando Hitler andrà al potere in Germania “testerà” i campi di lavoro e di concentramento prima di tutto con gli oppositori sociali e politici, cattolici e comunisti, per poi trasformarli nei campi di sterminio, strumento per il suo aberrante piano di creazione di una razza pura. 

Quando i partiti non fascisti vengono messi fuori legge, la guerra di Liberazione continua sotterranea, lenta, paziente, coraggiosa, in tutti coloro che scelgono la clandestinità e l’esilio, tutti coloro che rifiutano la tessera del partito fascista, con tutte le conseguenze che noi conosciamo, tutti coloro che consentono, a rischio della propria vita, il permanere di organizzazioni antifasciste clandestine. E’ qui che troviamo le radici della guerra di Liberazione: con questi uomini e queste donne che scelgono di continuare a portare sulle proprie spalle la luce della libertà e della giustizia mentre tutt’intorno si fa sempre più buio, il buio della paura, dell’ignoranza, dell’esaltazione bellica. Per questo dobbiamo ricordare il coraggio di Matteotti e Amendola, l’esilio di Togliatti, Sturzo, Salvemini, Turati, Nenni, Di Vittorio, Pertini; l’arresto e la morte di Gramsci. 

E il popolo? Le masse? Sono nel buio: complici, consenzienti, sudditi, indifferenti, piegate, rassegnate. Assuefatte. Nel 1895 Gustav Le Bon pubblica “Psicologia delle folle”, nella quale sostiene che per gestire le folle era necessario prendere atto della forza straordinaria della pubblicità e occorreva dunque promuovere una personalità o linea politica allo stesso modo di un prodotto di consumo, ad esempio un cioccolato. 1895. Inoltre, continua Le Bon ” Il tipo dell’eroe caro alle folle avrà sempre la struttura di un Cesare. Il suo pennacchio seduce. La sua autorità si fa rispettare e la sua sciabola suscita paura”. Vale a dire, per gestire le folle, masse non emancipate, propaganda di regime e imprese belliche e militari. Quale sia la condizione del “cittadino medio” lo possiamo leggere nelle parole di Luchino Del Verme, partigiano stradellino: “L’8 settembre è stata la misura dei non valori nei quali siamo vissuti…crollano i miti e ci si trova senza sicurezza. Fu uno scrollone indispensabile per misurare il vuoto che il fascismo aveva creato in noi: esso aveva creato dei miti, ma non aveva fatto niente per costruire l’individuo. Perciò ci trovammo nel vuoto”.

Poi venne la Spagna: uno dei momenti più alti dell’antifascismo, che permise un’esperienza di lotta unitaria preziosa che sarebbe stata messa a frutto nella Resistenza. Come non ricordare la parola d’ordine di Carlo Rosselli “Oggi in Spagna, domani in Italia”, e i 3.500 volontari arruolati nelle brigate internazionali?

Quando scoppia la II guerra mondiale, il regime fascista registra ancora un forte consenso ed una grande popolarità. In seguito la guerra per le potenze dell’Asse prende una brutta piega, le condizioni di vita del popolo italiano peggiorano, le basi di massa del regime iniziano a sgretolarsi, nelle città e nelle campagne, nel marzo del 1943, quindi ancora prima dell’8 settembre, si hanno i primi massicci scioperi e le prime sollevazioni popolari. ll 25 luglio crolla il fascismo e con l’8 settembre ha inizio la guerra partigiana di Liberazione: 250.000 uomini e donne decidono da che parte stare. La guerra di Liberazione a questo punto ebbe l’appoggio del popolo, della maggioranza della popolazione, ma questo non può essere considerato indice del fatto che le masse popolari avessero acquisito una coscienza politica rispetto a ciò che era accaduto nel ventennio precedente. 

Chi sono i protagonisti quindi della Guerra di Liberazione dal nazifascismo? I partigiani, in parte le masse popolari, gli Alleati. Stati Uniti, Inghilterra, i francesi del generale De Gaulle, e l’Unione Sovietica, che con la battaglia di Stalingrado e i suoi 23 milioni di morti militari e civili ha arrestato la marcia trionfale delle forze dell’Asse: 136 morti sovietici ogni 1.000 abitanti, 10 italiani ogni 1.000, 97 tedeschi ogni 1.000, 7 inglesi ogni 1.000, 3 statunitensi ogni 1.000. 

La guerra di Liberazione non è una guerra che si conclude con vincitori e vinti. Nessuna operazione di riconciliazione può essere valida se non si riconosce in modo unanime che la Liberazione è stata una guerra che si è combattuta e si continua a combattere tra chi lotta per la democrazia e la libertà e chi vi si contrappone, tra chi ha fatto nascere, ha difeso e continua a difendere la Costituzione nata nei luoghi e nei cuori della Resistenza e chi l’ha combattuta e continua a combatterla. Il fascismo non è morto il 25 aprile del 1945. La Costituzione non è solo un’eredità da difendere, ma un patrimonio da agire.

La storia della Repubblica italiana è attraversata da una lunga linea nera, fascista, che parte dalla strage di Portella della Ginestra e arriva alle stragi di Capaci e via D’Amelio, passando per piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus, la stazione di Bologna, e il tentativo di colpo di stato Borghese. Una storia quella italiana che non può essere letta in modo disgiunto dal contesto europeo ed internazionale, quel contesto che ha visto le dittature greche, spagnole e portoghesi arrivare fino agli anni settanta del novecento, quel contesto che ha visto nascere le sanguinose dittature latinoamericane: i legami tra Videla e Licio Gelli e la P2 sono ben noti.

Una storia che ci porta a guardare con occhi diversi e più critici ciò che sta accadendo ai giorni nostri: mai come in questo momento dobbiamo lavorare per ripristinare, non è sufficiente rinsaldare, i baluardi democratici che per decenni abbiamo abbandonato, considerandoli scontati. 

Sono 4 i punti nevralgici attraverso i quali passa l’attacco alla democrazia, un attacco che ce la fa percepire sempre più formale e sempre meno sostanziale:

1. l’attacco al mondo del lavoro. L’articolo 36 della Costituzione così recita “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza LIBERA E DIGNITOSA”. Lo statuto dei diritti dei lavoratori, che purtroppo si è iniziato a smantellare, altro non è se non l’applicazione concreta di un diritto costituzionale. 

2. il venir meno delle organizzazioni politiche di massa, che nei decenni immediatamente successivi alla guerra erano state in grado di far acquisire una base di coscienza civica e politica alle masse…il popolo si è nuovamente trasformato in folla. Attraverso la militanza dei singoli e il senso di appartenenza e di condivisione, si potevano coniugare libertà e responsabilità, rivendicazione di diritti ed espletamento dei doveri, .

3. il proliferare di formazioni neofasciste che negano la validità della Costituzione repubblicana: è costituzionalmente vietata la ricostituzione, in ogni sua forma, del partito fascista, così come, secondo quanto stabilito dalla legge Scelba, l’apologia di fascismo è reato. Il Ministro dell’Interno ha quindi tutti gli strumenti per decretare lo scioglimento di Casa Pound, così come i prefetti hanno gli strumenti per vietare le manifestazioni anche solo velatamente neofasciste e neonaziste.

4. un sistema politico debole, sul quale potremmo dire tantissime cose, a cominciare dall’antidemocratica legge elettorale o dallo slittamento della   repubblica parlamentare in repubblica presidenziale. Ma l’aspetto che qui mi preme sottolineare è la crescita vertiginosa dell’astensionismo: milioni di cittadini si sentono privi di rappresentanza sociale e politica, sono politicamente emarginati, forse perché lo sono anche socialmente?

Tutto ciò non deve farci gridare al golpe, sarebbe imprudente: dobbiamo restare lucidi per essere inflessibili. 

Per concludere, vorrei citare due “fari” che possono aiutarci nella navigazione: Ernesto Che Guevara e Antonio Gramsci. Il primo ci ricorda “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”. Di Gramsci vorrei rileggere una pagina molto nota, ma che abbiamo bisogno di comprendere più a fondo: 

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.