Dalla Costituzione alla “democrazia” atlantica

di Norberto Natali

Il parlamento che ha votato per il Quirinale la scorsa settimana, è stato eletto con una legge conseguenza di un altro parlamento (di oltre un decennio fa) che venne definito “incostituzionale”, a causa delle norme che ne avevano regolato l’elezione, proprio dalla Corte Costituzionale.

Dopo la fine del PCI e dell’URSS, nel nostro Paese sono stati forzosamente introdotti (avviati con i cosiddetti referendum di Segni) cambiamenti sempre più convulsi del sistema elettorale.

Via via è stato ottenuto il contrario degli obiettivi che si promettevano con tali cambiamenti: è aumentata la frammentazione dei partiti, l’instabilità parlamentare e governativa, la “transumanza” di oltre un quarto degli eletti ogni legislatura da uno schieramento all’altro; non mi sembra siano calate la corruzione e l’influenza delle mafie. In definitiva dopo ogni elezione non si ha affatto la “certezza” su chi ha vinto e chi governerà per cinque anni.

Nel frattempo è anche aumentato il caos per le consultazioni elettorali di ogni livello, sicché gli elettori -sempre più confusi- ogni volta che si vota, devono attenersi a complicate regole o criteri assai diversi da quelli delle elezioni precedenti e successive.

La gente vota per partiti e candidati i quali, poi, sostengono forze, governi e programmi diversi da quelli per cui sono stati votati. Un esempio per tutti, è quello di chi, nel 2013, votò per il PD e i suoi alleati: quasi tutta la legislatura governarono Renzi e poi Gentiloni, realizzando misure (come il jobs act) che non facevano parte del programma presentato dal PD agli elettori. È ragionevole supporre che molti cittadini, se avessero saputo come sarebbe stato impiegato il loro voto nei cinque anni successivi, forse non avrebbero votato per quel partito.

Tanti altri esempi simili si possono fare a riguardo della destra ed anche dei 5Stelle. Questi ultimi hanno fatto molte scelte opposte a quelle per cui avevano chiesto il voto: per esempio avevano detto che non si sarebbero alleati con nessuno (giusto o sbagliato che sia) e poi hanno governato con tutti facendo qualsiasi cosa anche contraddittoriamente.

La continua modificazione del sistema elettorale, dunque, aveva scopi ben diversi da quelli annunciati per ingannare la gente onesta e precisamente costituire il versante istituzionale dello smantellamento (ormai siamo prossimi al rovesciamento) dei valori e dei principi della Costituzione.

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Il suo valore più autenticamente scaturito dalla Resistenza, era l’attribuzione al proletariato del diritto di competere per la direzione del paese e -prima ancora- il conferimento ad esso di un sostegno che compensasse la posizione di maggior vantaggio delle sue controparti, dei capitalisti.

Gli articoli 3 e 4 della Carta, non solo esprimono il noto principio che la Repubblica deve rimuovere tutti gli ostacoli (economici e di altro genere) alla piena uguaglianza di tutti i cittadini con il fine di consentire ai lavoratori di partecipare alla direzione del paese ma si identifica anche il “cittadino” con chi partecipa effettivamente al progresso materiale e spirituale del paese: coniugando ciò con l’art. 1, si capisce perché la Repubblica punta alla sovranità del popolo-lavoratore.

Essa si fonda sul lavoro che è la fonte -secondo questi articoli- del progresso materiale e spirituale del paese, dunque il “cittadino” soggetto centrale della Costituzione è il lavoratore: è questa la caratteristica più peculiare che la Resistenza ha riversato nella nostra Carta e che la distingue da tante altre Costituzioni liberali e borghesi.

In questi trent’anni tutto ciò è stato invertito profondamente: la Repubblica sembra fondata sul profitto dei capitali privati (soprattutto stranieri) e non si fanno distinzioni (anzi!) tra chi lavora -per il progresso materiale e spirituale dell’Italia- e chi è un mero consumatore, dedito alla speculazione, al parassitismo o a esportare le sue industrie o i suoi beni (a volte anche la propria residenza, come Briatore, De Benedetti e gli Agnelli) all’estero, a tutto svantaggio del paese.

Tutti questi cambiamenti hanno un rapporto di causa ed effetto con il calo record dei salari e delle pensioni ed il clima di ricatto e di paura con cui sono stati “imbavagliati” i lavoratori, privati delle conquiste della Resistenza e della Costituzione in tanti luoghi di lavoro.

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Siccome è l’indipendenza nazionale che sostanzia la sovranità popolare (e viceversa) il processo di smantellamento della Costituzione puntava ad un asservimento di tipo nuovo (per così dire) della Repubblica a nuove potenze straniere: non tanto -come per molti secoli nel passato- a Stati classici più o meno vicini bensì “potenze” di tipo nuovo come la UE e vari istituti o strumenti dei cosiddetti mercati e dei monopoli finanziari internazionali.

Certo, anche nei primi decenni della Repubblica, la pressione e l’invadenza straniere (USA e NATO) erano assai forti, ricordiamo la sanguinosa strategia della tensione contro il PCI; tuttavia non fu mai possibile violare l’art. 11 (il ripudio della guerra) o liquidare la centralità dei lavoratori e la loro potenziale egemonia.

Peraltro, nel passato, il fine dell’interferenza estera era prevalentemente politico, poter “usare” il nostro territorio e le nostre istituzioni nella guerra fredda contro i paesi socialisti: ora il motivo è prevalentemente economico (che non contraddice affatto anche il permanere di quegli interessi politici) ossia ridurre il nostro paese ad una specie di “sottomercato” del quale depredare tutte le risorse più valide, da utilizzare come fornitore di merci e servizi a prezzi più bassi grazie soprattutto allo schiacciamento dei salari e alla compressione delle libertà dei lavoratori.

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È in questo modo che si è giunti all’eliminazione del proletariato dal quadro politico ed istituzionale, realizzando la sua esclusione (apparentemente auto-esclusione) dalla partecipazione elettorale. Un tempo, le presunte “riforme” imposte dal potere finanziario, richiedevano il massimo appoggio ai partiti che si voleva andassero al governo, affinché prendessero più voti possibili. Ora si punta a far governare i partiti che devono farlo con il minor numero di voti.

Siamo vicini al punto che stabilmente vota una minoranza di cittadini -ma non la grande maggioranza dei cittadini lavoratori- e ormai raramente rappresenta un quarto o più dell’intero elettorato chi governa la nazione o amministra i vari enti locali.

Questo significa che i parlamentari possono legiferare -al servizio della grande finanza internazionale e contro i lavoratori e il sud- senza timore di pagare prezzi elettorali. Per esempio, nei mesi scorsi ci sono state riduzioni del prelievo fiscale e compensazioni per i rincari delle bollette che hanno avvantaggiato i redditi medio-alti a danno di quelli più bassi: niente paura, i secondi ormai votano pochissimo mentre i partiti potranno aspettarsi un bel premio elettorale dai ricchi!

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In tale contesto le elezioni per il Quirinale, in primis da parte del PD, sono state all’insegna del principio di combinare la scelta del capo dello Stato con la maggioranza di governo. Una concezione anticostituzionale, perché il presidente della Repubblica rappresenta lo Stato (o meglio la Costituzione e l’unità nazionale che non è un concetto solo territoriale) cioè chi governa e chi è contro, mentre il governo è cosa diversa, è solo una parte dello Stato, il quale deve tutelare sia la maggioranza che l’opposizione.

L’identificazione della maggioranza parlamentare col presidente della Repubblica, cioè del governo con lo Stato, unito al fatto che da oltre un decennio i capi del governo non sono votati dagli elettori e dirigono compagini formate da partiti che avevano chiesto i voti per essere alternativi agli altri e non per governarci insieme, significa che l’attuale regime non è più in grado nemmeno di rispettare le più elementari consuetudini della liberal-democrazia.

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Per capire meglio cosa è successo nei giorni scorsi e l’attuale assetto istituzionale -Mattarella al Quirinale e Draghi al governo (deciso dai “grandi elettori” il 29 gennaio)- mi sembra importante ricordare che esso era stato già anticipato il 26 gennaio dal signor Filippo Taddei (si veda Italia Oggi del 27.01).

Egli è da qualche tempo un alto funzionario della grande banca USA Goldman Sachs ed ha spiegato con una certa precisione perché “loro” volevano questa soluzione: soppesati tutti i pro e i contro, detto in poche parole semplici, era meglio che Draghi rimanesse al governo per garantire la più vantaggiosa (superfluo domandarsi per chi) conclusione della “operazione” PNRR; finita questa -tra due o tre anni- si potrà riaprire il capitolo Quirinale ed eventualmente mandarci Draghi.

Molti dicono che il vincitore della settimana scorsa è stato il PD (anzi Letta) ed io stesso ho scritto anche il 24 gennaio che il PD è il più “amerikano” dei partiti italiani: tuttavia il vincitore è la banca di Filippo Taddei -con tutti i suoi soci e compari- di cui, semmai, il PD è il più affidabile esecutore.

Basti sapere che il signor Taddei, prima di assumere l’attuale incarico era… il responsabile economico del PD! Lo stesso Draghi era un alto funzionario della Goldman Sachs e fu una “sorella” di questa -la J P Morgan- a reclamare, diversi anni fa, l’eliminazione di certe Costituzioni antifasciste in Europa.

Secondo tale banca, gli Stati devono funzionare come un’azienda e la nostra Costituzione -presumo- non deve esprimere i valori della Resistenza ma essere ridotta a un mero coacervo di norme e procedure amministrative per “l’azienda-Stato”.

Marx avrebbe detto: capisca chi può!