“Mio padre, uomo generoso e tenero: ha sfidato la paura per la libertà”

giovannipesce tizianadi Stefania Consenti | da www.ilgiorno.it

Tiziana, figlia di Giovanni Pesce: “Giusto che Milano gli intitoli una via”

Ringraziamo la compagna Tiziana Pesce per averci autorizzato a riprendere la sua intervista

Tiziana Pesce, la notizia non è stata ufficializzata ma è intenzione del Comune intitolare a suo padre una via, una piazza o i giardini di piazzale Loreto, un luogo simbolo. Che ne pensa?

“Finalmente, era tempo che si prendesse una decisione di questo tipo. Mio padre ha fatto tanto per questa città e Milano sembra averlo dimenticato. L’anno prossimo ricorre il decennale della sua scomparsa”.

Tiziana, 65 anni, è figlia unica di Giovanni Pesce, comandante dei Gap – i gruppi patriottici che attaccavano in città in varie situazioni -, medaglia d’oro della Resistenza, onorificenza consegnatagli in piazza Duomo il 25 aprile 1947 e firmata da De Gasperi, e di Onorina Brambilla, pure lei partigiana, staffetta della 3 Gap comandata da Pesce. Così si conobbero. Un amore grande. Una coppia inossidabile, cementata dai valori della Resistenza, rimasti insieme per 62 anni. Entrambi sepolti al Famedio.

Difficile crescere con due figure così forti, autorevoli…

“Mi sono sempre sentita non all’altezza di questi genitori! Erano spesso assenti, avevano impegni politici, sono cresciuta con i nonni fino a nove anni. Mio padre è stato anche consigliere comunale per due legislature. Mia madre lavorava in Fiom, pure lei aveva riunioni. Apparentemente, era più dura, severa. Era stata deportata in un campo di concentramento, a Bolzano, torturata. Mio padre, invece, è stato molto affettuoso, stravedeva per me, era un uomo generoso. Non parlavano tantissimo in casa fra loro nè con me, forse perchè io chiedevo poco, non so. Molte cose le ho scoperte, anni dopo, leggendo i libri di papà. Il più bello? “Senza tregua“. Mio padre, emigrato in Fancia a 4 anni, ha fatto anche la guerra civile in Spagna, aveva solo 18 anni quando decise di andare a combattere con le Brigate internazionali. Poi, una volta in Italia, il partito comunista lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe fatto a Milano”.

Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi fabbriche perchè fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai.

“Si. Tanti operai venivano mandati nei campi di sterminio. E guai a protestare o scioperare. C’erano, tra gli addetti alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano la spia. Era necessario che qualcuno mostrasse, con azioni forti, di pensare a loro e alla loro protezione”.

Suo padre, nome di battaglia “Visone“ veniva considerato una leggenda, perchè?

“Per le sue azioni, sempre studiate, mai lasciate al caso, difficili. Non me ne parlava molto. Ricordo però solo una, nel maggio del ’44, proprio nei confronti di un capo del personale della Caproni che aveva fatto deportare alcuni suoi operai. Il giorno in cui aveva deciso di colpire (mio padre non dirà mai uccidere) gli andò incontro, all’uscita della fabbrica, gli sparò e fuggì. Facendo perdere le sue tracce”.

Le ha mai confessato di aver avuto paura?

“Gliel’ho chiesto diverse volte. E la risposta è stata sì. Aveva paura, aveva consapevolezza del rischio che correva ogni volta che era impegnato nelle azioni partigiane ma i suoi ideali erano forti e lo spingevano ad andare avanti”.

Non conduceva un vita normale, non poteva fidarsi di nessuno, è così?

“Mio padre viveva solo in piccoli appartamenti e usciva soltanto quando c’erano attacchi improvvisi e per incontrare gli altri (pochi) compagni dei Gap. Cambiava spesso domicilio per ragioni di sicurezza perchè era ricercato. Viveva una solitudine che in qualche momento sembrava potesse portarlo, come mi raccontava mio padre stesso, alla pazzia”.

Quando si sposò con sua madre Nora?

“Il 14 luglio del 1945 e fu il primo sindaco dopo la Liberazione, Antonio Greppi, a unirli in matrimonio”.

Il legame con Milano?

“Mio padre era legatissimo a questa città che ha anche imparato ad apprezzare attraveso mia madre, milanesissima. Negli ultimi anni di vita era preoccupato per quello che accadeva, nella vita politica italiana, ma fiducioso in un cambiamento”.