Al voto, al voto? Come affrontare le elezioni in una situazione di guerra e di crisi economica

riceviamo e pubblichiamo come contributo al dibattito

di Roberto Gabriele

Draghi è caduto, ma non dobbiamo sottovalutare la capacità di manipolazione del sistema nelle scadenze elettorali quando chi detiene le leve del potere si riposiziona rapidamente per non perdere. La questione non riguarda un solo settore politico, ma l’intero arco di quelle che, opportunamente epurate, sono considerate le forze concorrenti che possono aspirare a vincere.

Anche stavolta i riposizionamenti sono stati rapidi. La destra, compreso il ‘moderato’ Berlusconi, ha colto l’occasione della crisi per tentare unita la scalata di governo, mentre in zona PD dopo la rottura coi 5 Stelle si cerca di raffazzonare un fronte che impedisca allo schieramento a guida Meloni di andare al governo. Questo appare in superficie, ma dietro le quinte il disegno è molto più complesso. Da quando il partito di Draghi, cioè il vero partito di sistema, è entrato in crisi con la decisione di Conte di non votare la fiducia si è posto il problema del che fare? La destra si sente solida e accetta la sfida, mentre il PD del ‘campo largo’ chiama alle armi tutti i settori della borghesia che conta per avere la forza di fronteggiare la destra, evocando perfino l’antifascismo. Non si tratta però solo di proclami, ma anche di un lavorio della quinta colonna di sistema che cerca di controllare e decomporre gli schieramenti per arrivare al risultato di sempre, qualunque sia l’esito del voto, depotenziandolo e ritessendo la trama per il consolidamento di un regime che rischia, in caso contrario, di entrare in crisi.

Questo spiega anche la vicenda di Conte che essendo un alieno prestato ai 5 Stelle è stato accanitamente avversato, commissionando alla fine al killer Renzi il colpo di grazia per spianare la strada a Draghi che aveva il compito di eliminare finalmente l’anomalia. Ce lo chiedeva l’Europa e la NATO! Ricordiamoci del voto contro l’aumento immediato del bilancio militare al 2% e la richiesta del blocco all’invio di armi. Nonostante queste prove di infedeltà, sembrava che l’obiettivo fosse stato raggiunto con un processo di normalizzazione affidato al PD e al suo progetto del campo largo, che doveva di fatto essere il recinto in cui relegare l’anomalia 5 Stelle. Ma lo schema anche stavolta non ha retto e Conte, nonostante le giravolte di Grillo e del nuovo paladino dell’ordine costituito, Di Maio, è ancora una volta sfuggito al colpo finale.

Da qui l’accanimento con cui Conte continua ad essere combattuto dagli operatori mediatici del sistema. La questione per loro non è solo far vincere le elezioni ai committenti, ma anche demonizzare l’anomalia di un Conte che potrebbe destabilizzare le operazioni di regime.

Ci riusciranno? Dato l’isolamento di Conte e la sua fragilità strategica non è facile fare previsioni. Una cosa però è certa: se eviterà la sconfitta elettorale, e certo glielo auguriamo, ridiventerà uno scoglio per le navi corsare che navigano nella palude della politica italiana e si potrebbero anche riaprire altre partite.

Detto ciò bisogna però considerare anche il quadro generale che si andrà delineando con le elezioni del 25 settembre. Una cosa è indubbia: il governo Draghi ha favorito un grande spostamento a destra della situazione politica italiana. Non solo perchè lo schieramento di destra è favorito nei risultati, ma anche perchè il draghismo è diventato un virus che viene di fatto diffuso dal PD che ha gettato la maschera e ha scelto di essere definitivamente un partito di centro, al di là della patina ‘progressista’ che serve non ad ingannare, ma a coprire quella ‘sinistra’ fragile che vive felicemente e interessatamente sotto le sue ali.

Quanta destra ci sarà dopo il 25 settembre? Comunque vada dobbiamo prepararci a un futuro che non sarà rose e fiori per i lavoratori e i comunisti.

Se il quadro elettorale può essere dipinto in questi termini, bisogna però considerare anche l’astensionismo e riflettere sulla sua importanza. Esso misurerà in particolare il grado di caduta della credibilità del partito dei ‘responsabili’ draghisti e della destra demagogica, quella del milione di alberi da piantare e dei mille euro per le pensioni minime. Più forte sarà l’astensionismo e più debole sarà il fronte liberista variamente articolato. Anche se l’astensione dal voto non è una merce spendibile in tempi brevi: siamo ancora alla resistenza passiva.

Ma esiste un’alternativa diretta di voto che esca da questo quadro, tanto rispetto alle sorti di Conte quanto al prevedibile aumento dell’astensionismo?

La questione della costruzione di un fronte politico dopo il colpo di stato di Draghi è stata posta, ma la capitolazione di Grillo e dei 5 Stelle al momento della formazione del governo di unità nazionale ha impedito una risposta adeguata. Si è pensato che la fuoriuscita dai 5 Stelle di decine di parlamentari che si sono opposti alla scelta del governo Draghi potesse aprire una fase nuova per la rappresentanza degli interessi popolari, ma questa capacità non è emersa e si è parlato più di vaccini che di prospettiva politica.

In questo contesto sono resuscitati i soliti noti che tentano di nuovo la partita elettorale, nella speranza che stavolta vada meglio. L’obiettivo di questi gruppi è di trovare il Mélenchon italiano che li porti fuori dallo zero virgola. Vedremo. Quello che già si può dire è che la partenza non è stata molto felice, visto che nel manifesto del nuovo gruppo, che si è dato il nome di Unità popolare, al primo posto c’è la condanna di quella che viene chiamata invasione russa dell’Ucraina. Ci sembra un brutto segnale.

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