Questione curda. O dell’ipocrisia dell’Europa

di Giusi Greta di Cristina

Con l’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato in cambio delle teste dei curdi alla Turchia è caduto l’ultimo, e direi definitivo, velo di ipocrisia che da anni lega i rapporti tra Nato e Unione Europea.

Ankara ha saputo giocare benissimo le sue carte, prendendo tempo e usando l’opzione del veto per l’entrata dei due paesi all’interno dell’Alleanza Atlantica solo per ottenere il massimo dei risultati.

Non è la prima volta che Erdogan riesce a raggiungere risultati politici nei confronti dell’occidente europeo facendo richieste che hanno a che vedere con quei diritti – i diritti umani – di cui l’Ue si fa ipocritamente portavoce, dimenticandosene non appena vi è qualcosa di più conveniente all’orizzonte. Così è accaduto quando la Turchia è riuscita a farsi pagare dalla Germania pur di trattenere nel suo territorio chi cercava di scappare, così sta rifacendo adesso, rimuovendo il veto all’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato al modico costo di vedersi restituiti quei curdi ivi scappati, da oggi riconosciuti come terroristi. Gli stessi curdi esaltati e idolatrati perché stavano aiutando gli Usa contro Assad in Siria e che adesso non servono più poiché gli Usa hanno cambiato strategia offensiva, spostandosi dall’Oriente alla più fedele e sottomessa Europa e che dunque possono essere un’ottima materia di scambio con Erdogan, che da dittatore autocrate passerà magari ad essere dipinto come novello democratico.

Non sentiamo alcun disagio, alcuna voce democratica e liberale ergersi contro una apertissima violazione ai diritti umani, nessuno scandalo dinnanzi a un copione che si ripete, tristemente, sulla pelle di donne e uomini che verranno incarcerati e ammazzati senza alcun problema in nome della santa Nato.

Quando si parla di doppio standard dell’Ue si parla proprio di questo: i diritti umani, lo stato di diritto, la governance democratica sono pronte ad esser gettate via e dimenticate quando la più ingombrante e deleteria delle alleanze (si invita a leggere, a tal proposito, volumi di studiosi europeisti come Keukeleire e Delreux) detta le sue regole. Una alleanza, quella fra le istituzioni dell’Ue e le istituzioni Nato che negli ultimi tempi, a causa del conflitto russo-ucraino ha subito una stretta pericolosa e imprevedibile.

Se infatti da un lato si starebbe premendo per la messa a punto di un esercito europeo – che costringerebbe a rivedere le modalità di implementazione e di intervento nell’ambito della PSDC – dall’altro gli Usa premono per l’aumento della presenza di forze statunitensi sull’intero territorio europeo a scopo militare scalzando e ritardando, è evidente, ogni spinta autonomica dell’Unione.

Peraltro l’Ue, con l’entrata a gamba tesa nel conflitto in corso attraverso le spedizioni di armi e di ingenti aiuti economici, ha trasformato ogni istituzione europea, ogni ufficio a Bruxelles in un quartier generale pro Ucraina, svendendo bellamente il suo ruolo di potenza internazionale normativa e civile.

Pare che soffiare sui venti di guerra, trasformare l’Europa in un nuovo terreno di sconto in vecchio stile cortina di ferro affascini le più alte cariche dell’Unione, che mai in questi ultimi mesi hanno fatto qualcosa di concreto per riaffermare quel che un tempo l’Unione (non ancora Unione ai tempi) sosteneva, ovvero una via terza, un esempio di potenza senza eserciti che poneva la creazione e il mantenimento della pace come criterio fondamentale della propria politica, da raggiungere attraverso tutti i mezzi diplomatici a sua disposizione.

Se con gli accordi Berlin Plus la collaborazione con la Nato (o meglio, la dipendenza data l’assenza di mezzi propri) è stata sancita per non lasciare scontento lo strategic partner numero uno, con gli odierni sviluppi si può evidenziare come non si sia mai cercato di sviluppare, parallelamente, una uscita da tale relazione asimmetrica. E il livello di dipendenza e cieca obbedienza è tale che neppure dinnanzi a una mattanza dichiarata, ovvero quella che aspetta i curdi una volta rientrati in Turchia, ci si ricorda dei cosiddetti pilastri attraverso i quali l’Ue eppure cerca di imbrigliare qualsivoglia accordo politico coi Paesi terzi.

Se ne dimentica pur di accontentare la Nato, se ne dimentica per avere relazioni commerciali con l’Arabia saudita e le petromonarchie: perché l’Unione Europea è, prima di tutto, un attore che difende la sua posizione dentro il sistema neoliberista e tutto il resto può essere deciso a convenienza.

L’Unione Europea avrebbe potuto rappresentare il perno attorno al quale l’attuale crisi militare poteva risolversi: ha scelto la guerra e non la diplomazia, preferendo assecondare un conflitto per procura sul proprio territorio, inasprendo un sistema sanzionatorio che già in un recente passato è stato definito deleterio per la stessa vita dei cittadini europei, annullando tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni per assicurarsi un ruolo politico importante in uno scacchiere internazionale che unipolare più non è (e l’Ue lo sa bene, nonostante faccia finta di schernire chiunque glielo ricordi).

Gli agnelli da sacrificare saranno stavolta i curdi, che hanno peccato di ingenuità più di una volta. La prima, in Siria, fidandosi della promessa di Trump di difenderli nella loro battaglia per l’autodeterminazione in Turchia in cambio dell’accesso ai pozzi petroliferi del territorio siriano da loro controllato e la seconda, cercando rifugio in quei Paesi dove si sta bene fintanto che si aderisce ai valori liberali.

I curdi verranno uccisi. Come sono stati uccisi i maghrebini a Melilla, nell’altrettanto pacifica e avanzata Spagna, come vengono uccisi i migranti nella nuova e tollerante Polonia dei Pride antirussi.

Il declino dell’Occidente non aspetterà di esser sancito da chi siede sugli scranni decidendo le sorti degli esseri umani.

Il declino dell’Occidente è scritto dal sangue di quegli esseri umani le cui vite valgono meno di un trattato.

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