Più deferenziale ma anche più politica: come è cambiata l’opinioni degli americani sui militari in 20 anni

di Ronald R. Krebs e Robert Ralston

da https://warontherocks.com

Traduzione di Marco Pondrelli per Marx21.it

dall’analisi che vi proponiamo emergono alcuni dati preoccupanti, innanzitutto una forte militarizzazione della società statunitense dove, come ai tempi di MacArthur, l’esercito sta diventando un attore politico come gli altri. A questo si aggiunge una aumento del sostegno all’esercito fra gli elettori democratici con una ‘sinistra’ che nei 4 anni di Amministrazione Trump ha cercato proprio nell’esercito una sponda politica contro il Presidente

Le opinioni degli americani sulla relazione tra i leader civili e i militari sono inquietanti. Quando si tratta di decisioni sull’uso della forza, recenti sondaggi dimostrano che gli americani sono inclini ad esautorare i civili e a rimettersi al giudizio dei militari professionisti. Né gli americani sono molto turbati dal fatto che i leader militari in servizio attivo, per non parlare di quelli in pensione, intervengano pubblicamente nei dibattiti politici. Inoltre, le opinioni degli americani sull’argomento sono guidate dalle loro idee politiche. Quando Donald Trump era alla Casa Bianca, questo significava che i democratici erano sorprendentemente deferenti nei confronti dei militari, che speravano agissero come un controllo su questo presidente di cui diffidavano e che spesso disprezzavano.

Ma la mancanza di impegno del pubblico nelle relazioni civili-militari democratiche e la visione politicizzata dell’esercito sono un nuovo problema? O è solo il normale stato di cose, amplificato in una crisi data dal ribollire delle notizie? È difficile saperlo perché gli studiosi e i sondaggisti non fanno regolarmente, o anche solo occasionalmente, studi con domande identiche che permettano confronti diretti. Più di 20 anni fa, nell’autunno 1998 e nella primavera 1999, il Triangle Institute for Security Studies ha condotto un sondaggio completo – più completo di qualsiasi altro prima o dopo – sulle opinioni degli americani sulle relazioni civili-militari. Da allora sono stati condotti sondaggi occasionali, anche da noi, ma hanno posto domande diverse. Di conseguenza, non sappiamo come le opinioni degli americani sulle relazioni civili-militari possano essere cambiate nel corso degli ultimi due decenni. Nel giugno 2021, quindi, abbiamo condotto un sondaggio, tramite la piattaforma Lucid, su un campione rappresentativo di 913 intervistati negli Stati Uniti che replicava molte delle domande poste dal Triangle Institute quasi un quarto di secolo fa.

I risultati del sondaggio sono preoccupanti, specialmente se paragonati ai vecchi dati del Triangle Institute. Mostrano che la deferenza degli americani verso i militari è cresciuta negli ultimi due decenni e che il pubblico americano, in particolare i repubblicani, sono sempre più preoccupati per il coinvolgimento dei militari nella politica. Questa è una notizia preoccupante per la salute della democrazia statunitense e la sicurezza nazionale americana.

La spinta alla deferenza

Gli americani di tutto lo spettro politico esprimono molta più deferenza verso i militari oggi che in passato. Nel 1998 e 1999 il sondaggio del Triangle Institute chiese agli intervistati se erano d’accordo o meno con la seguente affermazione: “in generale, funzionari civili di alto livello piuttosto che ufficiali militari di alto livello dovrebbero avere l’ultima parola sull’uso o meno della forza militare”. La maggioranza – il 53% – degli intervistati era d’accordo. Questo risultato, tra gli altri, suggerisce che gli americani alla fine degli anni ’90 non avevano afferrato pienamente il principio del controllo civile dei militari. Ma ancora meno degli intervistatinel 2021 sono d’accordo infatti solo il 43%.

La deferenza verso i militari è aumentata tra i membri autoidentificati di entrambi i principali partiti politici: circa il 30% sia dei repubblicani che dei democratici alla fine degli anni ’90 era fortemente d’accordo con l’affermazione che i civili dovrebbero avere l’ultima parola sull’uso della forza, ma solo il 15% dei repubblicani e il 24% dei democratici sono altrettanto d’accordo nel 2021.

Si potrebbe plausibilmente ipotizzare che il sondaggio del Triangle Institute abbia rappresentato il punto più alto della deferenza verso i militari. Alla fine degli anni ’90, le forze armate statunitensi avevano il vento in poppa dopo l’inaspettatamente facile trionfo nella guerra del Golfo. Quella vittoria aveva curato le ferite del Vietnam e sembrava confermare la saggezza di porre fine alla leva obbligatoria e di usare una forza di volontari. Una serie di generali guadagnarono riconoscimenti in quel decennio – da Stormin’ Norman Schwarzkopf, la cui schiettezza e franchezza la stampa trovò rinfrescante durante la Guerra del Golfo, a Colin Powell, la cui professionalità imperturbabile e integrità irreprensibile sembrò incarnare la trasformazione dell’esercito, a Wesley Clark, lo studioso di Rhodes che servì come Comandante Supremo Alleato in Europa.

Nel frattempo, i principali politici civili dell’epoca sembravano militarmente sospetti. L’avere evitato la leva in Vietnam non ha aiutato Billa Clinton, così come la sua decisione iniziale di sfidare l’esercito per la discriminazione contro i soldati gay. I critici derisero le missioni di pace delle forze armate statunitensi in luoghi come i Balcani – su cui i civili insistevano, nonostante le esitazioni e le obiezioni dei militari professionisti – come “lavoro sociale” armato. Gli anni ’90 sono stati segnati da numerosi casi di disfunzione civile-militare negli Stati Uniti, ma, per quanto riguarda l’opinione pubblica statunitense, i militari ne sono usciti puliti.

Si potrebbe anche ipotizzare che i due decenni successivi avrebbero dovuto porre le basi per una minore deferenza. Nella “Guerra globale al terrore”, l’esercito degli Stati Uniti ha ricevuto la missione di pacificare e stabilizzare l’Afghanistan e l’Iraq e di eliminare l’estremismo islamico in tutto il mondo. I civili hanno concesso alle forze armate immense risorse – oltre 2.000 miliardi di dollari in stanziamenti supplementari per le contingenze d’oltremare e quasi 1.000 miliardi di dollari in aumenti del bilancio di base del Dipartimento della Difesa – così come una sostanziale autonomia nel progettare e attuare le operazioni militari. Ma la vittoria si è dimostrata irraggiungibile. L’insurrezione e il terrorismo sono aumentati durante la “guerra infinita”. Nonostante il profondo coinvolgimento dell’esercito americano nell’armare, equipaggiare e soprattutto addestrare i militari iracheni e afgani, questi hanno ripetutamente perso sul campo di battaglia contro lo Stato Islamico e i talebani.

Eppure la deferenza verso i militari è aumentata, nonostante le battute d’arresto delle forze armate statunitensi nella guerra globale al terrorismo. Possiamo solo speculare sulle ragioni. Può essere legato in parte alla fiducia generalmente in declino degli americani nel governo. L’esercito è l’unica grande istituzione nazionale che ha contrastato la costante caduta di fiducia post-Vietnam. Inoltre, sembra chiaro che i politici, più che i militari professionisti, si sono presi la colpa dei fallimenti in Iraq e Afghanistan.

Queste spiegazioni plausibili, tuttavia, sollevano la domanda: Perché l’esercito americano ha mantenuto la fiducia degli americani negli ultimi due decenni e perché ha evitato la colpa dei fallimenti in Afghanistan e in Iraq? La risposta risiede probabilmente nel militarismo popolare che è una parte fondamentale della moderna cultura americana. Gli Stati Uniti hanno a lungo concesso ai militari un’insolita posizione sociale, hanno lanciato gli ufficiali come eroi e i soldati come metro di una buona cittadinanza e patriottismo e hanno salutato i militari come modelli per i loro concittadini americani. Tale militarismo risale ai primi giorni della forza di volontari, istituita nel 1973, ma ha raggiunto un picco ancora più alto durante la guerra globale al terrorismo.

I politici americani di entrambi i partiti politici, che hanno regolarmente riprodotto questi topoi retorici per decenni, sono in parte responsabili di questo mito militarista. Di conseguenza, i discorsi e le immagini che valorizzano i militari, compresi gli alti ufficiali, sono stati dominanti nella sfera popolare, dai discorsi dei politici alla televisione ai film. Tale militarismo si manifesta anche nella fiducia di una larghissima maggioranza di americani nel patriottismo e nella competenza di soldati e ufficiali: oltre tre quarti dei nostri intervistati si fidano degli ufficiali militari perché “mettono gli interessi del paese al primo posto” e perché sono “bravi in quello che fanno”. Data una tale venerazione dei militari, perché gli americani non dovrebbero chiedere ai loro leader politici di sospendere il proprio giudizio a favore di quello esercitato da eroi così eccezionalmente patriottici e competenti?

Il militarismo dei politici aiuta a isolare l’impronta globale americana dalle critiche della politica interna. Ma questo ha avuto un costo: la crescente deferenza pubblica verso gli alti ufficiali militari della nazione.

Diminuisce la fiducia in un militare al di sopra della politica

Ma la seconda grande scoperta del nostro sondaggio è ancora più preoccupante. I suoi risultati suggeriscono che l’esercito degli Stati Uniti è in pericolo di diventare, agli occhi del pubblico, un attore politico come qualsiasi altro a Washington.

Per il momento, la fiducia del pubblico americano nelle forze armate rimane sicura. Nel 1998-1999 il 93% degli americani disse di fidarsi dei militari “molto” o “solo in parte”. Allo stesso modo, oggi, è difficile trovare qualcuno che non si fidi dell’esercito. Oltre l’86% dei nostri intervistati esprime almeno un certo grado di fiducia nelle forze armate. È vero, rispetto a un sondaggio che abbiamo condotto nel 2019, quando Trump era ancora presidente, la fiducia dei repubblicani nelle forze armate è leggermente diminuita, mentre quella dei democratici si è un po’ intensificata. Ma questo è normale ogni volta che la Casa Bianca passa di mano: I sostenitori del perdente delle ultime elezioni presidenziali esprimono meno fiducia in tutte le istituzioni di governo, comprese quelle militari e i sostenitori del vincitore ne esprimono di più. Nel complesso i repubblicani e gli indipendenti di orientamento repubblicano continuano a fidarsi di più dell’esercito e a diffidare meno dell’esercito, rispetto ai democratici e agli indipendenti di orientamento democratico.

Ma scavando un po’ più a fondo, la posizione dell’esercito statunitense come istituzione unicamente apolitica viene messa in dubbio. Come il Triangle Institute for Security Studies abbiamo chiesto agli intervistati se fossero d’accordo o meno con la seguente affermazione: “i membri dell’esercito dovrebbero essere autorizzati a esprimere pubblicamente le loro opinioni politiche proprio come qualsiasi altro cittadino”. Due decenni fa, una solida maggioranza degli intervistati (55%) era fortemente d’accordo. Tuttavia, nel nostro sondaggio del giugno 2021, solo il 28% degli intervistati è fortemente d’accordo. Il calo del consenso è bipartisan, ma è particolarmente forte tra i repubblicani. Alla fine degli anni ’90, il 52% dei repubblicani era fortemente d’accordo che i membri dell’esercito dovessero essere in grado di esprimere le loro opinioni politiche. Questo è sceso drasticamente, al 23%, nel nostro sondaggio. Nel frattempo, il 59% dei democratici alla fine degli anni ’90 era fortemente d’accordo, rispetto al 35% del 2021.

Vediamo cali simili nel sostegno repubblicano per la difesa della politica militare e la critica dei leader civili. Due decenni fa la stragrande maggioranza degli intervistati repubblicani (quasi il 90%) era d’accordo in qualche misura sul fatto che “è giusto che l’esercito sostenga pubblicamente le politiche militari che ritiene siano nel migliore interesse degli Stati Uniti”. Solo il 69 per cento dei repubblicani è d’accordo nel 2021. Allo stesso modo, nel sondaggio del Triangle Institute, il 60 per cento dei repubblicani era d’accordo in qualche misura che “i membri dell’esercito non dovrebbero criticare pubblicamente i membri anziani del ramo civile del governo”. Nel nostro sondaggio, il 72% dei repubblicani è d’accordo.

Alcuni di questi risultati potrebbero sembrare, a prima vista, una buona notizia per le relazioni democratiche civili-militari. Dopo tutto è incoerente con il principio della supremazia civile che gli ufficiali militari “esprimano pubblicamente le loro opinioni politiche proprio come qualsiasi altro cittadino”, o “sostengano pubblicamente le politiche militari [che] credono siano nel migliore interesse degli Stati Uniti”, o “critichino pubblicamente i membri anziani del ramo civile del governo”. Si potrebbe dedurre che il pubblico statunitense ha interiorizzato il messaggio delle relazioni democratiche civili-militari in misura maggiore negli ultimi due decenni.

Sarebbe bello. Ci si aspetterebbe che gli americani conservatori fossero disposti a rimandare ai militari, che incarnano i valori che essi apprezzano (ad esempio, la disciplina, la tradizione e l’ordine), e che i liberali politici sostengano un più stretto controllo civile di un’istituzione di cui essi, rispetto ai conservatori, tendono a non fidarsi. Ci si aspetterebbe inoltre che i conservatori fossero meno preoccupati dalla prospettiva di un’assertiva difesa pubblica della politica militare. Infatti, questo è ciò che il Triangle Institute for Security Studies trovò nel 1998-1999, quando oltre l’89% dei repubblicani sosteneva la difesa della politica militare pubblica, contro il 77,5% dei democratici. Mentre il sostegno dei repubblicani è crollato al 69%, le convinzioni dei democratici sono rimaste relativamente stabili, al 71%. Allo stesso modo, sembra ragionevole aspettarsi che i repubblicani siano meno infastiditi dalla prospettiva che i membri dell’esercito critichino pubblicamente gli alti funzionari civili. Questo era vero nel 1998-1999 quando oltre il 68% dei democratici si opponeva alla prospettiva che i militari criticassero i civili, rispetto a circa il 60% dei repubblicani. Oggi l’opposizione democratica è scesa leggermente, al di sotto del 64%, mentre l’opposizione repubblicana è cresciuta al 72%.

È importante notare che questi salti nel supporto partigiano non sono spiegati da chi occupa la Casa Bianca. Entrambi i sondaggi sono stati condotti quando i democratici erano nello Studio Ovale. Ci si sarebbe potuto aspettare che i repubblicani dessero il benvenuto alla difesa e alla critica della politica militare pubblica, in modo da controllare un presidente democratico – che è ciò che abbiamo erroneamente previsto in un articolo accademico pubblicato l’anno scorso.

Invece questi particolari risultati sembrano riflettere quello che abbiamo chiamato altrove “l’effetto Tucker Carlson”. Guidati da Trump la venerazione di lunga data degli esperti e dei politici repubblicani per l’alta dirigenza militare sembra essere giunta al termine. Come presidente, Trump si è rapidamente inacidito sui “miei generali”, che aveva nominato a posti di gabinetto, e ha riferito di aver attaccato i vertici come “dopes” e “babies” durante un infame incontro nel “Tank” del Pentagono nel luglio 2017. Ma queste tensioni sono rimaste in gran parte a porte chiuse fino al luglio 2020, quando il gen. Mark Milley, presidente dei Capi di Stato Maggiore, ha ripreso Trump per la sua incauta passeggiata di giugno attraverso Lafayette Square di Washington. Si è accelerato nel giugno 2021 quando, durante la polemica in corso sulla “teoria critica della razza”, Milley è emerso come un sorprendente difensore dell’importanza dell’insegnamento del razzismo sistemico. In risposta i repubblicani hanno dichiarato “woke” gli alti generali della nazione, attaccando l’alta dirigenza per essere caduta in preda a, e persino inculcando, la correttezza politica.

Sembra che – rispetto ai colleghi democratici nel 1998-1999 e ai repubblicani contemporanei – i democratici oggi siano più fiduciosi che gli alti ufficiali militari condividano le loro preferenze politiche e quindi siano felici che i vertici si esprimano. Se i Democratici sembrano a loro agio con gli ufficiali militari di alto livello che criticano pubblicamente i politici civili, è presumibilmente perché pensano che gli ufficiali di alto livello siano loro alleati politici, che indirizzeranno le loro critiche contro i Repubblicani. Nel frattempo, rispetto ai colleghi repubblicani del passato e ai democratici contemporanei, più repubblicani oggi sembrano sospettare che gli alti ufficiali militari non condividano le loro opinioni politiche e quindi si oppongono all’impegno militare nei dibattiti politici.

L’apparente maggiore sostegno pubblico degli Stati Uniti alle norme democratiche civili-militari – come l’astensione degli alti ufficiali militari dall’intervenire nei dibattiti pubblici sulla politica – nasconde la crescente ansia di fondo degli americani sulle relazioni civili-militari. Nel sondaggio del Triangle Institute gli americani erano quasi equamente divisi sulla questione se “il controllo civile dei militari è assolutamente sicuro negli Stati Uniti”. Oggi, oltre il 48% degli americani non è d’accordo con questa affermazione, mentre poco più del 37% è d’accordo. I repubblicani sono particolarmente apprensivi nel 2021: solo il 35% pensa che il controllo civile delle forze armate sia “assolutamente sicuro e protetto”, mentre il 56% ha dubbi.

La posta in gioco

È angosciante che, nel 2021, la maggioranza degli americani non affermi il principio della supremazia civile sui militari. È ancora più inquietante che il sostegno a questo principio sia diminuito negli ultimi due decenni. Come ha scritto lo studioso Peter Feaver, in una democrazia, “i civili hanno il diritto di sbagliare”. I civili dovrebbero avere l’ultima parola sull’uso della forza perché – rispetto agli ufficiali militari – sono molto più direttamente responsabili nei confronti del popolo. Mentre gli ufficiali militari hanno il diritto e la responsabilità di consigliare i politici e i funzionari civili, non hanno il diritto di sostituire il loro giudizio a quello dei civili. La volontà dei civili deve regnare suprema. Le relazioni civili-militari vanno come la salute della democrazia statunitense.

Eppure siamo altrettanto angosciati dalla crescente evidenza che lo status dell’esercito americano come istituzione unicamente apolitica e apartitica si sta erodendo. La denigrazione politicizzata dell’esercito non è meno problematica della sua adorazione politicizzata. Questo pone dei rischi per il processo decisionale sulle operazioni militari future e in corso: se una parte crede che una leadership militare “sveglia” dia troppo valore alla correttezza politica, non potrebbe essere scettica sul giudizio professionale espresso da quegli ufficiali? Pone dei rischi per il reclutamento: Se un gruppo di sostenitori – attualmente repubblicani, ma forse democratici in futuro – arriva a credere che gli ufficiali che stabiliscono la politica militare sono nemici degli americani benpensanti come loro, non esiterebbero a mandare i loro figli nelle file di quell’istituzione? E pone dei rischi per la capacità di guerra dell’esercito se, come risultato, il Congresso intraprende indagini intrusive sulle inclinazioni politiche dei futuri ufficiali superiori e applica cartine di tornasole politiche.

Ma i pericoli sono ancora maggiori. Le relazioni democratiche civili-militari, come altri elementi della democrazia liberale, si basano tanto su norme e pratiche informali quanto su accordi istituzionali e regole formali. Se gli americani non si aspettano che i militari rimangano ai margini della politica, se i loro atteggiamenti verso i militari oscillano assieme i venti politici, l’adesione dell’esercito professionale a queste norme – che finora rimane abbastanza sicura ai più alti livelli tra gli ufficiali in servizio attivo – alla fine decadrà. In una democrazia, Samuel Huntington ha osservato molto tempo fa (e temuto), i militari finiranno per riflettere approssimativamente i valori e i costumi della società. Se i militari sono pensati e trattati solo come un attore politico tra i tanti in una polarità, alla fine cominceranno ad agire solo come un attore politico tra i tanti in una polarità polarizzata.

Non stiamo prevedendo nulla di così drammatico come ufficiali in servizio attivo che appoggiano apertamente candidati politici o minacciano un colpo di stato se un particolare candidato entra in carica. Il paese rimane, fortunatamente, molto lontano da tali profondità. Ma la morte della democrazia avviene con mille strappi. Avviene per erosione, non per esplosione. Se l’esercito cadesse molto in basso nel pendio scivoloso della politicizzazione, gli americani di senso civico di entrambi gli schieramenti politici si sveglierebbero sicuramente e griderebbero. Ma sarebbe troppo tardi.

Ora non è troppo tardi. Ripristinare la posizione apolitica dell’esercito comporterà richieste significative sia per i militari che per i civili. Richiede un rinnovato impegno da parte dei militari in servizio attivo, che hanno, in vari modi, sovvertito il controllo democratico e contribuito alla confusione pubblica sul ruolo dell’esercito, dal denigrare apertamente i presidenti al minacciare le dimissioni al fare dichiarazioni pubbliche sulla politica al rilasciare perdite dannose. Richiede disciplina da parte dei generali in pensione, che troppo spesso hanno usato le loro credenziali militari per abbracciare un ruolo attivo nella politica e nell’opinionismo. Ma, prima di tutto, richiede che i politici seguano una rotta chiara tra la venerazione militare e il vilipendio. L’unica cosa peggiore della nazione che venera i suoi più alti ufficiali militari è la nazione che li diffama.